Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La serratura scattò con un rumore metallico che parve risuonare in tutto l’edificio. Entrai in casa mentre la luce livida dell’alba iniziava a filtrare dalle serrande, disegnando lunghe ombre scheletriche sul pavimento. Ero sfinita, le gambe ancora scosse da un tremito residuo, ma la frenesia che mi aveva consumata nel sotterraneo dell’Accademia non si era spenta; era solo mutata in una curiosità morbosa, quasi dolorosa.
Non tolsi nemmeno il cappotto. Mi sedetti alla scrivania, accesi il computer e inserii la chiavetta USB con le dita che tremavano vistosamente. Il ronzio della ventola nel silenzio dell’appartamento sembrava il respiro di un predatore in attesa. Sul monitor apparve un unico file video, senza nome. Cliccai.
Vedere se stessi dall’esterno è un’esperienza che scardina la realtà. Sullo schermo, la stanza dell’Accademia era immersa in una luce color ambra, densa come miele. Vidi me stessa entrare: una figura pallida, snella, resa anonima dalla mascherina di pizzo che mi tagliava il viso. Sembravo così fragile, eppure la determinazione nel mio passo tradiva una bramosia che mi fece arrossire.
Poi iniziò la “Dimostrazione”.
Vidi le corde stringersi sul mio corpo nudo con una sapienza geometrica. La cassa di legno su cui ero legata sembrava un altare sacrificale. Ma ciò che mi sconvolse fu lo sguardo del pubblico: non erano semplici spettatori, erano testimoni di una trasformazione. Vidi le mani della donna avventarsi sul mio viso, e vidi la mia bocca aprirsi con una sottomissione così totale da sembrare programmata.
Il video non aveva tagli. La telecamera indugiò in un primo piano spietato quando le mollette d’acciaio vennero serrate sulle mie labbra inferiori. Vidi la mia pelle tendersi, arrossarsi istantaneamente, e sentii di nuovo quel bruciore elettrico scorrermi nelle vene. Sullo schermo, la mia testa si rovesciò all’indietro, i tendini del collo tesi nello sforzo di accogliere il membro che mi stava occupando la gola. La saliva colava sul mio mento, brillando sotto le luci della sala, e io, spettatrice di me stessa, iniziai a masturbarmi freneticamente sulla sedia della scrivania.
La parte più violenta del video era un montaggio di corpi e fluidi. Vidi tre uomini alternarsi dietro di me, sventrando il mio orifizio anale con una precisione ritmica che mi tolse il fiato. La mia carne appariva slabbrata, tesa oltre ogni limite, eppure ogni volta che venivo colpita, il mio corpo sullo schermo sobbalzava cercando ancora più profondità.
Il Maestro apparve nell’inquadratura. Lo vidi inclinare la candela nera. La cera bollente colpì i miei seni con un suono sordo che il microfono della camera aveva catturato perfettamente. Vidi la mia pelle sussultare, le gocce bollenti che si solidificavano istantaneamente sul monte di Venere. Le mie grida, soffocate dal sesso che mi riempiva la bocca, erano un lamento animale che mi eccitò più di ogni altra cosa.
Ero una troia da esposizione, una bambola di carne alla mercé di una folla che ne esplorava ogni centimetro con una fame scientifica. Vidi il momento esatto in cui i miei occhi, dietro il pizzo, si ribaltarono. L’orgasmo mi aveva colpita con la forza di un uragano; il mio bacino vibrava in spasmi incontrollabili, mentre il vibratore interno e la penetrazione doppia mi riducevano a un ammasso di nervi scoperti.
Il video terminò bruscamente con un fermo immagine: io, abbandonata sulle corde, la pelle segnata da strisce rosse e cera, con un rivolo di seme che mi colava lungo la coscia. Un’opera d’arte distrutta e, al tempo stesso, completa.
Estrassi la chiavetta e mi accasciai contro lo schienale della sedia, il respiro corto, il cuore che batteva contro le costole come un uccello in gabbia. Mi guardai allo specchio del corridoio. Vedevo ancora i segni dei morsetti sui capezzoli e il rossore del gelido acciaio tra le gambe. Non ero più la donna di ieri. Il Cenacolo mi aveva marchiata, non solo sulla pelle, ma nell’anima.
Il mio telefono vibrò sul tavolo. Un messaggio dal Maestro. «La lezione di stasera era solo l’introduzione. Domani inizierà il corso avanzato. Porta con te il video. Dovrai imparare a memoria ogni tuo gemito».
Sapevo che avrei ubbidito. Sapevo che la prossima volta non ci sarebbe stata una mascherina a proteggermi. Il mio corpo non apparteneva più a me stessa; era diventato un libro aperto, e l’Accademia aveva appena iniziato a scrivere il capitolo più sporco della mia vita.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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