Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La seconda notte all’Accademia iniziò nell’aula magna, un anfiteatro di pietra dove l’odore dell’umidità si mescolava a quello di un profumo costoso e asettico. Questa volta non c’erano maschere. Il Maestro mi aveva ordinato di presentarmi con indosso solo un trench leggero e tacchi a spillo, il video della sera precedente ancora impresso nella memoria come una cicatrice calda. Quando entrai, la stanza era già piena. Una dozzina di studenti della sezione avanzata sedevano sui gradoni, ognuno con un tablet collegato alla rete interna del Cenacolo. Sul grande schermo a parete, il mio orgasmo anale della notte prima scorreva in loop, ingigantito e spietato.
«Clara, accomodati al centro,» disse il Maestro, indicando una sedia ginecologica in acciaio cromato che svettava sotto un cono di luce cruda. «Stasera la tua pelle non sarà solo un campo di battaglia, ma un testo da studiare.»
Lasciai cadere il trench e mi sedetti, offrendo la mia nudità ancora segnata dai lividi purpurei della “Dimostrazione”. Mi aprirono le gambe fissando le caviglie alle staffe metalliche, inarcando il mio bacino verso il pubblico. G., la donna che la sera prima mi aveva urinato sul viso, si avvicinò con un puntatore laser. Iniziò a indicare sullo schermo le contrazioni della mia muscolatura mentre venivo penetrata, confrontandole dal vivo con la reattività del mio corpo reale. Ogni volta che spiegava un passaggio tecnico sulla dilatazione o sulla resistenza dei tessuti, infilava uno strumento diverso dentro di me — divaricatori, sonde fredde, pesi di piombo — per mostrare agli studenti come la mia carne reagiva allo stress.
Il dolore non era più un evento casuale, ma una lezione programmata. Il Maestro scese nell’arena e ordinò a tre studenti di avvicinarsi. «Oggi studieremo la sottomissione riflessa,» annunciò. Mi misero degli auricolari che trasmettevano, a un volume assordante, le mie stesse grida registrate nel video. Mentre il suono del mio dolore mi trapanava il cervello, i tre uomini iniziarono a usarmi contemporaneamente. Uno occupava la mia bocca con un fallo di gomma ruvida, gli altri due lavoravano sui miei orifizi inferiori con penetrazioni alternate e violente, seguendo il ritmo dei gemiti che sentivo nelle orecchie.
Ero persa in un cortocircuito sensoriale: vedevo me stessa venire abusata sullo schermo, sentivo le mie grida nelle orecchie e provavo la devastazione della carne in tempo reale. Non ero più una persona, ero un diagramma del piacere, un’equazione di fluidi e spasmi che veniva risolta davanti a una platea attenta che prendeva appunti. Quando il Maestro ordinò di aumentare la tensione dei morsetti elettrici collegati ai miei capezzoli, la scarica mi fece inarcare la schiena così forte che temetti di spezzarmi.
«Osservate come la midriasi degli occhi coincide con la contrazione anale,» spiegava la voce di G., mentre io affogavo nel mio stesso piacere indotto.
L’orgasmo arrivò come una punizione: lungo, doloroso, umiliante. Venne accolto da un applauso sommesso degli studenti. Ero svuotata, ridotta a un involucro di pelle lucida di sudore e lubrificante. Il Maestro si avvicinò e mi sfilò gli auricolari, lasciandomi nel silenzio improvviso della sala.
«La lezione è finita. Hai imparato i tuoi gemiti, Clara?» mi sussurrò, passandomi un asciugamano bagnato sul viso.
Uscii dall’aula trascinando i piedi, sentendo il vuoto dentro di me reclamare già la prossima sessione. Nel mio spogliatoio non c’erano buste stavolta, solo il mio riflesso nello specchio: un’opera d’arte che aveva smesso di appartenere al suo autore per diventare proprietà del mondo. La trasformazione era completa.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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