Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Da quando sono stata ammessa al “Cenacolo”, la mia percezione della realtà è mutata. Non sono più la donna che camminava per strada con lo sguardo basso e il passo misurato; ora sono un recipiente di desideri oscuri, una superficie su cui il piacere viene inciso con la precisione di un bisturi. La frenesia che mi porto dentro è diventata una fame chimica, un bisogno fisiologico che solo gli amanti che frequentano queste stanze sanno saziare. Stasera, però, non è una serata come le altre. Sono stata scelta per la “Dimostrazione Magistrale”. Il Maestro non mi ha fornito dettagli, si è limitato a sfiorarmi la guancia con il dorso della mano mormorando: «Sei pronta per essere il centro del mondo».
Il rituale di vestizione è, in realtà, un rito di spoliazione. Indosso solo una mascherina di pizzo nero che preme sulle orbite, cancellando i volti e lasciando solo sagome sfocate. Per il resto, la mia pelle è nuda, esposta all’aria gelida del sotterraneo che profuma di incenso e cuoio. Quando varco la soglia del salone circolare, il cuore mi balza in gola: il pubblico è numeroso, un’arena di sguardi invisibili che pesano sul mio corpo. Esito per un istante, ma un cenno imperioso del Maestro mi ordina di avanzare verso l’altare.
Vengo sollevata e adagiata su una struttura di quercia massiccia, una cassa che risuona come un tamburo a ogni mio respiro. Le corde iniziano a danzare su di me. Non sono semplici legami; sono una ragnatela studiata per tendere i muscoli e sollevare il petto, rendendo ogni terminazione nervosa ipersensibile. Ho il viso rivolto al soffitto affrescato, le braccia tese, le gambe divaricate al massimo della loro estensione.
Poi, il silenzio della sala viene rotto dal calpestio di decine di piedi. Uomini e donne iniziano ad accalcarsi intorno alla mia prigione di legno. Sento le prime mani: dita fredde che mi pizzicano i fianchi, palmi caldi che scivolano sul ventre, unghie che tracciano solchi leggeri sulle cosce. Un’ombra si materializza sopra di me. È una donna. Sento il calore del suo sesso che si preme contro le mie labbra, l’odore muschiato della sua eccitazione che mi invade le narici. «Adora la tua dea», sussurra. Inizio a leccarla con una voracità che mi sorprende, mentre sento, contemporaneamente, una lingua estranea che lavora con la stessa intensità tra le mie gambe.
Sono un ingranaggio di carne. Mentre offro piacere alla donna sopra di me, ricevo stimoli che mi fanno inarcare la schiena. Ma lei viene bruscamente sostituita. Al suo posto, un membro prepotente e venoso mi invade la bocca. Mi sento scopare la gola, il sapore del lattice e del desiderio altrui mi riempie ogni spazio, mentre la saliva mi cola sul mento. Cerco di respirare, ma il ritmo è implacabile.
In basso, l’assedio si fa tecnico. Sento il freddo metallico di alcune mollette che vengono serrate sulle mie piccole labbra, tirandole verso l’esterno, esponendo il mio clitoride a una tortura squisita. Una frusta di cuoio morbido inizia a colpirmi proprio lì, con colpi brevi e ritmati che trasformano il bruciore in una scossa elettrica. Sui capezzoli, sento il morso di morsetti a vite che vengono stretti finché il dolore non diventa un picco di piacere insopportabile. Qualcuno introduce un massaggiatore d’acciaio nella mia vagina, una vibrazione profonda che sembra voler scuotere le ossa del bacino.
Il cazzo nella mia bocca raggiunge l’apice e si ritrae, lasciando il posto a un altro, ancora più grande. Perdo la cognizione del tempo e dello spazio. Sento dita esperte che iniziano a lavorare sul mio orifizio anale. Allargano, lubrificano con la mia stessa secrezione vaginale, spingono fino a sentire la resistenza cedere. Poi, il metallo e le dita lasciano il posto a un’asta dura e ferma. L’inculata è metodica, quasi cerimoniale. Sento il mio culo sventrato con dignità, mentre una lingua torna a occuparsi del mio clitoride martoriato.
Gli orgasmi iniziano a susseguirsi come onde di un mare in tempesta. Non controllo più nulla. Vedo bagliori di luce e sento il calore della cera colata. Una candela viene inclinata sopra di me: gocce bollenti colpiscono i miei seni e il monte di Venere, sigillando la pelle in un abbraccio di fuoco. Grido, ma il mio urlo viene inghiottito dal membro che mi occupa la bocca. I miei “aguzzini” sembrano trarre energia dai miei sussulti. Le mollette vengono tirate, i morsetti stretti ulteriormente, mentre altre dita si aggiungono alla vibrazione interna, cercando di esplorare ogni anfratto delle mie viscere.
Sto piangendo. Lacrime di un’estasi violenta mi bagnano le tempie mentre un orgasmo anale mi sconquassa, portandomi al limite dello svenimento. Sento la vescica che pulsa, sul punto di esplodere, mentre il sesso nel mio culo continua la sua marcia implacabile. È un’occupazione totale, una distruzione della mia identità che mi lascia, paradossalmente, integra e purificata.
Finalmente, il rumore si placa. Sento i passi del pubblico che si allontana in un silenzio quasi religioso. Il Maestro si avvicina, recide le corde con un coltello affilato e mi aiuta a scendere dalla cassa di legno. Sono debole, le gambe tremano, il mio corpo è una mappa di segni rossi, gocce di cera e fluidi. Vengo riaccompagnata negli spogliatoi senza una parola.
Dopo una doccia lunghissima, mentre cerco di lavare via l’odore di quella notte, trovo una busta bianca vicino ai miei abiti civili. All’interno, una piccola chiavetta USB e un biglietto scritto con una calligrafia elegante: «Stasera sei stata l’opera d’arte perfetta. Guarda cosa sei diventata».
Mi vesto con movimenti febbrili. Esco dall’Accademia mentre le prime luci dell’alba iniziano a tagliare le strade. Ho bisogno di arrivare a casa. Ho bisogno di inserire quella chiavetta nel computer, di sedermi nuda davanti allo schermo e guardare quegli uomini e quelle donne che abusano di me. Voglio vedere i miei occhi persi dietro la maschera, voglio vedere la mia carne che cede. Nonostante tutto, non sono ancora sazia. Il viaggio è appena cominciato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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