Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La luce dell’alba non riusciva a penetrare del tutto la nebbia densa che saliva dal canale industriale di Porto Marghera, ma per Erika e me la nozione del tempo aveva smesso di avere un valore lineare. Eravamo rimasti bloccati in quella frazione di secondo in cui l’orgasmo si trasforma in un crampo muscolare e poi in stanchezza, le nostre carni ancora appiccicose di sudore, miele e umori che si stavano asciugando sulla pelle.
Le manette d’acciaio che ci vincolavano ai quattro montanti di ferro del letto matrimoniale basso emettevano un cigolio minimo a ogni nostro respiro sincrono. Sentivo il calore del corpo di Erika lungo tutto il mio fianco sinistro: la sua pelle tesa, il seno sollevato dai respiri corti, i capelli scuri arruffati sul cuscino che conservavano ancora l’odore acre della senape e della bava delle sue amiche.
Davanti a noi, ai piedi del letto, Rosaria, Giorgia e la bionda non avevano ancora accennato a muoversi. Erano rimaste in piedi, tre ombre slanciate e minacciose fasciate solo nei loro completi di pizzo nero. Rosaria stringeva ancora il manico del frustino corto in cuoio rigido, facendolo battere ritmicamente contro lo stivale d’acciaio con un suono secco, metodico.
«Guardali,» disse Rosaria, la voce bassa, priva di qualsiasi inflessione emotiva, tipica di chi analizza un materiale in laboratorio. «Hanno la stessa espressione. La stessa resa. Credo che Erika abbia finalmente capito cosa significa essere un oggetto da esposizione nella propria casa.»
Erika emise un debole gemito, un tentativo di inarcare il bacino che fu subito stroncato dal vincolo metallico alle caviglie. La sua figa, rimasta completamente esposta e lucida per gli eccessi della notte, pulsava involontariamente. Guardai le sue labbra inferiori, arrossate e turgide, e sentii il mio cazzo, nonostante il dolore sordo causato dall’ultima frustata sul glande, riprendere vigore, tendendosi contro la sua coscia nuda.
«Vedi, Giorgia?» intervenne la bionda, accendendosi una sigaretta al mentolo e lasciando che il fumo denso creasse una voluta grigia sopra le nostre teste. «Il cagnolino ha ancora fame. Non gli è bastato lo svenimento. È la genetica dei sottomessi: più li calpesti, più cercano la suola della tua scarpa.»
Giorgia si avvicinò al mio lato del letto. I suoi occhi scuri si posarono sulla mia erezione che svettava verso il soffitto, tesa e venosa. Con un movimento lento, si sfilò il reggiseno di pizzo, liberando una quarta misura di seno pesante, dalle areole scure e turgide che sembravano vibrare per l’eccitazione. Si chinò sopra di me, lasciando che la punta di un capezzolo mi sfiorasse le labbra, mentre l’odore del suo sesso bagnato mi investiva le narici.
«Aprilo,» ordinò Rosaria a Giorgia. «Voglio che ripulisca il pavimento prima che i soci di Erika ritornino da Milano. Dobbiamo ridefinire le gerarchie prima che questa domenica finisca.»
Rosaria fece scattare la chiave nella serratura delle manette che mi legavano i polsi, ma mi lasciò le caviglie bloccate. Mi afferrò per i capelli, tirando con una forza tale da farmi sedere di colpo sul bordo del letto. Erika rimase distesa, i polsi ancora vincolati, costretta a guardare la scena con gli occhi sbarrati dalla gelosia e dalla brama.
«In ginocchio sul cemento,» comandò la bionda, dandomi una spinta sulla schiena.
Le mie ginocchia premettero sul pavimento freddo dell’officina. Davanti a me, Giorgia si mise a novanta gradi sulla poltrona di pelle scrostata, offrendo alla mia vista il suo fondoschiena ampio e marmoreo. La sua fica era completamente aperta, un’albicocca matura che colava un liquido trasparente e viscoso.
«Lecca,» ordinò Erika dal letto, la sua voce che per la prima volta non era una supplica, ma la constatazione di una condanna. «Fallo per me. Voglio vedere la tua lingua sparire dentro di lei.»
Non me lo feci ripetere. La mia lingua affondò tra le labbra di Giorgia, assaporando l’aspro dei suoi umori e la consistenza calda della sua carne, mentre le sue mani mi premevano la testa contro le natiche per aumentare la pressione. Più leccavo, più sentivo il rumore dei colpi di frustino che Rosaria continuava ad assestare sul culo di Erika, un ritmo costante che scandiva la nostra comune transizione. I lamenti di Erika riempivano la stanza, mescolandosi al suono della mia saliva e al ronzio dei condizionatori industriali.
Quando Giorgia emise un brivido violento, segno di un orgasmo imminente, Rosaria mi allontanò con un calcio sulla spalla.
«Ora tocca a te, troia,» disse Rosaria rivolgendosi a Erika.
La bionda slegò i polsi di Erika, ma invece di liberarla, la costrinse a mettersi a quattro zampe sul letto, con il viso rivolto verso di me. Rosaria aprì un cassetto del tavolo da lavoro ed estrasse un vibratore d’acciaio cromato, lungo venti centimetri e dal diametro generoso. Lo lubrificò con dell’olio per motori pulito, un liquido denso che profumava di officina.
«Tienila ferma,» ordinò alla bionda.
La bionda salì sul letto, bloccando le spalle di Erika e tirandole indietro i capelli per costringerla a guardare me, che ero ancora in ginocchio sul cemento con la bocca sporca dei fluidi di Giorgia. Rosaria posizionò la punta dell’acciaio contro l’ano di Erika, che si contrasse in un rifiuto istintivo.
«Rilassati, Erika, o ti spacco la schiena,» sibilò Rosaria, spingendo con decisione.
Il grido di Erika squarciò la penombra del magazzino. Vidi lo sfintere dilatarsi, costretto ad accogliere la rigidità fredda del metallo che affondava nelle sue viscere. Le lacrime le rigavano il viso, ma i suoi occhi verdi rimanevano fissi nei miei, carichi di una perversione che cresceva a ogni millimetro conquistato dall’attrezzo. Il dolore la stava portando al parossismo; la sua fica iniziò a produrre una bava lucida che colava sul lenzuolo, un flusso continuo che testimoniava la resa totale della sua mente.
«Guarda il tuo uomo, Erika,» diceva la bionda, stringendole i seni con violenza e torcendo i capezzoli fino a farli diventare violacei. «Guarda come gode della tua distruzione.»
Ero immobile, il mio cazzo teso al massimo, le palle gonfie di un seme che premeva per uscire. Rosaria azionò la vibrazione dell’acciaio alla massima potenza. Il corpo di Erika venne scosso da tremiti involontari, i suoi muscoli pelvici si contraevano attorno al metallo in un tentativo disperato di espellerlo o di trattenerlo.
«Vieni qui,» mi ordinò Rosaria.
Mi rialzai, salendo sul letto. Mi posizionai davanti al viso di Erika, che ansimava con la bocca aperta, la bava che le bagnava il mento. Il mio membro sfiorava le sue labbra.
«Prendilo, Erika. Ripuliscilo dal miele e dalla paura,» comandò Rosaria, aumentando la spinta del vibratore nel suo culo.
Erika affondò la bocca sul mio cazzo, ingoiando l’asta fino alla base, lavorando con la lingua con una disperazione erotica che mi fece stringere i pugni nelle lenzuola. Sentivo la vibrazione del metallo nel suo retto propagarsi attraverso il suo corpo fino alla mia carne. Era un circuito perfetto di dolore, sottomissione e piacere puro. Le sue mani, finalmente libere dalle manette ma deboli, mi afferrarono i fianchi, cercando un appoggio in quella tempesta sensoriale.
«Sto per venire, Erika… sto per venire!» rantolai, la voce soffocata dalla presa di Rosaria che mi stringeva il collo da dietro per dettare il ritmo.
«Non dentro di lei,» intervenne la bionda, afferrando un bicchiere di plastica dal comodino. «Il succo del cagnolino serve a noi.»
Valerio — era questo il mio vero nome nel buio di quel patto — si sfilò dalla bocca di Erika un istante prima dell’esplosione. Rosaria mi strinse i testicoli con una pressione dolorosa, costringendomi a indirizzare il getto dentro il bicchiere che la bionda teneva a distanza.
Il primo schizzo, denso e giallastro per la lunga ritenzione, colpì il fondo della plastica con un suono sordo. Ne seguì un secondo, ancora più violento, che rimbalzò sulle dita della bionda, poi un terzo e un quarto, fino a quando gli ultimi spasmi non lasciarono la cappella bagnata e cadente.
Erika rimase a quattro zampe, l’acciaio ancora vibrante nel suo culo, gli occhi fissi sul bicchiere che conteneva la mia sborra.
«Ora, da brava cagna,» disse Rosaria, versando la mia sborra direttamente sulla schiena arrossata di Erika, lasciando che colasse lungo il solco delle natiche fino a mischiarsi con l’olio del motore e i suoi stessi umori. «Ripulisci il tuo Padrone.»
Erika si voltò lentamente, le ginocchia che tremavano. Con la lingua iniziò a raccogliere il fluido caldo dalla propria pelle e dalle mie dita, ingoiando ogni goccia con una devozione che rasentava la follia. Il profumo di cagna ormai dominava l’intera stanza, un’essenza nuova che avevamo accettato e che ci avrebbe legati a quelle tre donne per tutte le domeniche a venire. Quando si accasciò sul materasso, svuotata e priva di forze, capimmo che la nostra trasformazione era completa: eravamo due corpi senza dignità, ma finalmente liberi nel nostro inferno privato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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