Vittoria

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il ronzio asettico dell’impianto di climatizzazione era l’unico suono che riempiva l’ufficio angolare di Vittoria. Seduta davanti al monitor del suo Mac, con la luce fredda di Milano che filtrava dalle immense vetrate del grattacielo, fissava la mail aziendale appena arrivata. Era l’ennesimo annuncio di promozione. Questa volta il ruolo di Senior Partner della divisione investimenti era andato a un certo Lorenzo, un uomo che aveva tre anni di esperienza in meno di lei e la metà del suo acume finanziario. Vittoria chiuse gli occhi e si massaggiò le tempie. Erano passati sette anni. Sette lunghissimi anni di presentazioni preparate a notte fonda, di weekend sacrificati sull’altare del fatturato, di bilanci salvati in extremis. E per cosa? Per il “privilegio” di mantenere il suo posto, con uno scatto di anzianità che assomigliava più a un’elemosina che a un riconoscimento.

Aveva sempre creduto nella sacralità del duro lavoro. Si era trincerata dietro completi grigi e camicie abbottonate fino al colletto, convinta che il cervello e la competenza sarebbero stati la sua unica armatura. Ma la verità, nuda e crudele, la stava fissando da quello schermo: nell’alta finanza, il talento è solo un dettaglio. Il vero potere si muove su altre frequenze. Si nutre di sguardi, di alleanze silenziose, di promesse non dette. Si ricordò improvvisamente di Alessandro, l’Amministratore Delegato. Un uomo di quarantasei anni, dal fascino spietato e dai modi eleganti. Anni prima, durante un galà di beneficenza, le aveva rivolto attenzioni che superavano di gran lunga il confine professionale. Le aveva sfiorato la schiena, le aveva sussurrato complimenti carichi di sottintesi, guardandola con una fame che lei, nella sua ostinata rigidità da prima della classe, aveva finto di non notare. Aveva declinato ogni suo invito a bere un drink post-riunione, alzando un muro di ghiaccio. E il risultato? Alessandro aveva rivolto il suo sguardo (e i suoi favori aziendali) verso colleghe molto meno brillanti, ma decisamente più “strategiche” e malleabili.

«Che stupida,» sussurrò Vittoria nel silenzio della stanza. L’autocommiserazione durò solo un istante, spazzata via da un’ondata di rabbia fredda, lucida e calcolatrice. Il gioco era truccato? Benissimo. Avrebbe iniziato a barare anche lei.

Vittoria si alzò dalla sedia ergonomica e si diresse verso il lussuoso bagno privato del piano dirigenziale. Si chiuse la porta alle spalle e si piazzò davanti all’enorme specchio a parete. Si osservò con occhio clinico. Quella mattina, guidata da un istinto che non sapeva ancora di possedere, aveva abbandonato i suoi soliti tailleur informi. Indossava una gonna a tubino nera che fasciava i fianchi con una precisione chirurgica, stringendosi sulle ginocchia e dotata di un profondo spacco posteriore. Sopra, una blusa di seta color smeraldo.

Con un movimento lento e deliberato, portò le dita al colletto. Sbottonò il primo bottone. Poi il secondo. E infine il terzo. La seta verde si aprì, rivelando la curva morbida del seno e il bordo di pizzo nero di un reggiseno a balconcino che raramente vedeva la luce del giorno. Si sfilò gli occhiali da vista, lasciando che i suoi occhi verdi, incorniciati da un trucco leggero ma deciso, brillassero senza filtri. Si passò le mani tra i capelli castani, liberandoli dalla severa coda di cavallo e lasciandoli cadere in onde disordinate sulle spalle. Si guardò di nuovo. L’immagine che le veniva restituita non era quella dell’analista stacanovista e invisibile. Era quella di una donna consapevole, pericolosa, che conosceva esattamente il peso specifico del proprio corpo. Si sentì pervasa da una scarica di adrenalina purissima. Era un’arma carica.

«Riprendiamoci tutto,» mormorò al proprio riflesso.

Uscì dal bagno e attraversò il lungo corridoio che portava all’ufficio dell’Amministratore Delegato. Il suo incedere era cambiato. Non era più il passo frettoloso e a testa bassa di chi deve correre a sistemare i disastri altrui; era una camminata lenta, felina, scandita dal rumore secco dei tacchi a spillo sul pavimento di marmo. I colleghi che incrociava si fermavano a guardarla. Qualcuno smise letteralmente di digitare sulla tastiera. Vittoria ignorò tutti, lo sguardo dritto verso l’imponente porta in noce massiccio alla fine del corridoio.

Arrivata davanti all’ufficio di Alessandro, non chiese permesso alla segretaria. Bussò due volte, in modo perentorio, e abbassò la maniglia.

L’ufficio era immenso, un trionfo di pelle scura, acciaio e opere d’arte contemporanea. Alessandro era seduto dietro la sua monumentale scrivania di cristallo, intento a leggere un report. Alzò lo sguardo, infastidito dall’intrusione, ma l’espressione di rimprovero gli morì in gola appena la mise a fuoco. I suoi occhi fecero una scansione rapida: scesero dai capelli sciolti alla scollatura profonda, per poi risalire, visibilmente spiazzati.

«Vittoria…» disse, la voce incerta, schiarendosi la gola. «In cosa posso aiutarti?»

Vittoria non rispose. Si voltò e chiuse la porta a chiave, facendo scattare la serratura con un click metallico che risuonò come uno sparo nel silenzio della stanza. Avanzò verso la scrivania. Alessandro non riusciva a staccare gli occhi da lei. Si lasciò cadere sulla poltroncina in pelle bianca di fronte a lui, muovendosi con una lentezza esasperante. Poi, il colpo di grazia. Accavallò le gambe. Lo fece con un movimento ampio, studiato al millimetro: la gonna si ritirò lungo la coscia, e lo sfregamento delle calze di nylon generò un fruscio elettrico. Alessandro seguì l’arco della sua gamba, i muscoli della mascella improvvisamente contratti, le mani abbandonate sui documenti.

Il silenzio divenne denso, quasi solido. Vittoria si gustò l’effetto della sua presenza per una manciata di secondi, poi si rimise in piedi. Aggirò lentamente la scrivania di cristallo. Alessandro era pietrificato, prigioniero di una dinamica di potere che si era capovolta nell’arco di tre minuti. Si fermò accanto alla sua sedia direzionale. Si chinò verso di lui, invadendo il suo spazio vitale, avvolgendolo con il profumo del suo profumo francese.

Senza dire una sola parola, Vittoria gli prese il viso tra le mani e premette le labbra sulle sue. L’Amministratore Delegato ebbe una frazione di secondo di totale rigidità, sorpreso dall’audacia di quel gesto. Ma il richiamo dell’istinto fu troppo forte. Con un gemito sordo, aprì la bocca, cedendo all’assalto. Vittoria spinse la lingua contro la sua, un bacio dominatore, profondo, che sapeva di sfida e di rivalsa. L’uomo, completamente inebriato, le cinse la vita con le braccia, attirandola contro il suo bacino. La sua mano destra, guidata da un’urgenza febbrile, scivolò lungo il fianco di Vittoria, risalendo il tessuto liscio della gonna fino a infilarsi sotto la seta smeraldo della blusa.

Alessandro trovò la pelle calda del suo addome, poi salì. Le dita esitanti incontrarono il bordo di pizzo del reggiseno, lo scostarono e strinsero il seno pieno. Vittoria emise un sospiro lieve contro le sue labbra. Sentiva il proprio capezzolo indurirsi sotto il tocco inesperto ma affamato del suo capo, e percepiva l’erezione violenta di lui premere contro il tessuto dei suoi pantaloni sartoriali. Lui era completamente in suo potere. Era un burattino mosso dai fili del desiderio che lei gli aveva teso.

Proprio quando Alessandro sembrava pronto a trascinarla sulla scrivania e far volare via i documenti, Vittoria si staccò. Lo fece bruscamente, interrompendo il bacio, ma lasciandolo con le mani ancora intrappolate sotto la seta della sua camicetta. Fece un passo indietro, sottraendosi al suo tocco. Alessandro la guardò, ansimante, gli occhi velati da una nebbia di pura lussuria, il respiro corto. Sembrava un uomo che stava per morire di sete a cui avevano appena tolto un bicchiere d’acqua ghiacciata dalle labbra.

Vittoria lo fissò dritto negli occhi, l’espressione fredda, calcolatrice, priva di qualsiasi sottomissione emotiva. Quando parlò, la sua voce era un sussurro tagliente come il vetro. «Mi vuoi, vero?» gli chiese, inclinando leggermente la testa. «Impazzisci dalla voglia di mettermi le mani addosso da quando hai messo piede in questa azienda… non è così, vecchio ipocrita?»

Alessandro sbarrò gli occhi. L’insulto, unito all’eccitazione estrema, lo mandò in tilt. Vittoria non gli diede il tempo di recuperare lucidità. Si passò la lingua sulle labbra umide, lentamente, raccogliendo il sapore di lui in un gesto di una carica erotica devastante.

«I… io…» balbettò l’Amministratore Delegato. Il re dell’alta finanza, l’uomo che gestiva fusioni internazionali, non riusciva a formulare una frase di senso compiuto. Alla fine, sopraffatto, riuscì a emettere solo un flebile, disperato: «Sì.»

Vittoria sorrise. Era il sorriso di chi aveva appena vinto la guerra. Fece un altro passo indietro, sistemandosi il colletto della blusa con una calma olimpica, lisciando le pieghe della gonna. «Molto bene,» dichiarò, guardandolo dall’alto in basso con un misto di condiscendenza e promessa. «Vedi, Alessandro, oggi mi fermerò in ufficio per fare gli straordinari. Fino a tardi.» Si voltò, dirigendosi verso la porta con la stessa fiera arroganza con cui era entrata. Fece scattare la serratura, poi si voltò un’ultima volta, tenendo la mano sulla maniglia. «Ma tieni a mente una cosa,» concluse, gli occhi che brillavano di luce fredda. «I miei straordinari dovranno essere retribuiti. E ti assicuro che costeranno molto, molto cari. Prepara il contratto.»

Aprì la porta e uscì, richiudendosela alle spalle con un colpo secco. Nel silenzio dell’ufficio direzionale, Alessandro rimase solo, inchiodato alla sua sedia di pelle, il respiro affannoso e una dolorosa, insopportabile erezione a ricordargli chi, da quel giorno in poi, avrebbe dettato le regole del gioco all’interno dell’azienda.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 29 Aprile 2026
Modificato: 29 Aprile 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Romantico & Sentimentale
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Femdom, Romance Bdsm, Umiliazione

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