Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’appartamento di Napoli profuma di cera per pavimenti e di una sottomissione antica, stratificata tra le mura come la fuliggine dei vicoli. Non c’è traccia del mare in questa casa di ringhiera; c’è solo l’ombra lunga di due donne che hanno trasformato il matrimonio in un feudo di carne e comando.
Vincenzo guardava le sue mani immerse nell’acqua saponata. Stava strofinando le camicie di lino di un uomo di cui conosceva solo l’odore acre del sudore e la prepotenza del passo. In salotto, il ticchettio dei tacchi di sua suocera, Donna Assunta, scandiva il tempo della sua inadeguatezza. Assunta, sessantatré anni di cattiveria lucida e muscoli ancora tonici, non era solo la madre di sua moglie: era l’architetto di quel sistema di schiavitù domestica.
Poco distante, seduto su uno sgabello di legno in cucina, Carmine — suo suocero — pelava patate con la precisione vitrea di chi ha rinunciato all’anima decenni prima. Carmine era l’esempio vivente del futuro di Vincenzo. Un uomo che aveva accettato di dare il proprio cognome a figlie nate dai fianchi di sconosciuti, pur di restare nell’orbita di Assunta, di poterle baciare i piedi dopo che lei era tornata da un hotel a ore.
Il silenzio della casa fu spezzato dall’ingresso di Elena. Non era la bionda eterea delle foto di gioventù di sua madre; Elena era il risultato di una settimana di eccessi che Assunta aveva consumato anni prima con un marinaio greco, un uomo imponente che aveva lasciato in eredità alla figlia una carnagione olivastra, capelli corvini come inchiostro e un’attitudine al comando che non ammetteva repliche.
Elena entrò in cucina senza guardare Vincenzo. Si sfilò il cappotto, lasciandolo cadere a terra. Vincenzo scattò, asciugandosi le mani freneticamente sul grembiule per raccoglierlo prima che toccasse il pavimento.
«È pronto il pranzo per stasera?» chiese lei, la voce bassa, vibrante di un disprezzo che Vincenzo trovava eccitante e doloroso al tempo stesso. «Quasi, Elena. Sto finendo la biancheria di…» «Di Antonio,» concluse lei per lui, con un sorriso crudele. «Si chiama Antonio. Impara il nome dell’uomo che mi ha tenuta sveglia fino all’alba mentre tu contavi le mattonelle in corridoio.»
Assunta apparve sulla soglia, le braccia incrociate sotto il seno ancora prorompente, fasciato in una vestaglia di seta pesante. «Lascialo perdere, Elena. Questi due sono fatti della stessa pasta inutile. Carmine, hai finito con quelle patate? O dobbiamo aspettare che la fame ci passi?»
Carmine non alzò lo sguardo. «Subito, Assunta. Perdonami.»
La dinamica era un ingranaggio perfetto. Vincenzo guardava Elena e vedeva la reincarnazione della perversione di Assunta. Ricordava i racconti che Carmine, in un momento di debolezza alcolica, gli aveva confessato: di come Assunta, durante la gravidanza di Isa — la sorellastra di Elena, nata da un turista svedese durante una trasferta a Capri — lo costringesse a massaggiarle le gambe gonfie mentre l’amante di turno le leggeva il giornale a letto. Carmine aveva lavato le lenzuola sporche di quegli amplessi, aveva cullato figlie non sue, provando un piacere malato nell’essere l’unico testimone della lussuria della sua padrona.
Vincenzo stava scivolando nello stesso abisso.
«Inginocchiati,» ordinò improvvisamente Elena.
Vincenzo obbedì all’istante. Il pavimento freddo della cucina premette contro le sue rotule. Elena si avvicinò, sovrastandolo. Sentì l’odore del suo profumo mischiato a quello, più selvatico, del sesso recente. Lei gli afferrò il mento con le dita forti, costringendolo a guardare in alto.
«Oggi Antonio viene a cena qui,» disse lei, quasi sussurrando. «E tu farai il bravo cameriere. Indosserai la camicia bianca che ti ho comprato, quella stretta che ti mozza il fiato. E ogni volta che lui mi toccherà sotto il tavolo, tu dovrai sorridere e versargli il vino. Se vedo un solo muscolo del tuo viso contrarsi per la gelosia, ti giuro che ti faccio dormire sul balcone, insieme ai cani.»
Assunta scoppiò in una risata rauca. «È così che si fa, figlia mia. Devono capire che il loro unico valore risiede nella loro utilità. Sono strumenti, Vincenzo. Come la lavatrice o il ferro da stiro. Solo che voi consumate ossigeno.»
Vincenzo sentì il sapore del cuoio della scarpa di Elena che gli premeva ora sulle labbra. Era un comando muto. Schiuse la bocca, accettando l’umiliazione come un viatico. Non c’era spazio per la dignità in quella casa di Napoli, solo per la gerarchia della carne.
La serata si prospettava un calvario di sguardi e silenzi. Antonio arrivò puntuale. Era un uomo rozzo, un geometra di cantiere con le mani grandi e il tono di voce di chi è abituato a farsi obbedire dai subalterni. Trattò Vincenzo come un mobile trasparente. Durante la cena, la mano di Antonio sparì sotto la gonna di Elena con una naturalezza che fece mancare il respiro a Vincenzo mentre serviva il branzino.
Elena emise un piccolo gemito soffocato, gli occhi fissi in quelli del marito. «Vincenzo, il signor Antonio ha il bicchiere vuoto. Non vedi come lavora sodo per darmi quello che tu non sei capace nemmeno di sognare?»
Vincenzo versò il vino. La sua mano tremava leggermente, il suono del liquido che riempiva il cristallo sembrava un tuono nel silenzio della stanza. Assunta, dall’altro capo del tavolo, osservava la scena con un piacere quasi orgasmico, mangiando con lentezza, godendosi il trionfo della sua Stirpe.
«Tuo suocero è stato un bravo maestro, vero Vincenzo?» intervenne Antonio, ridendo e dando una pacca sonora sulla coscia di Elena. «Mi ha pulito la macchina prima che salissi. Ha detto che c’era del fango sui tappetini. Un vero professionista del servizio.»
Carmine, dalla cucina dove consumava un avanzo di pane e formaggio, non emise un suono.
La cena finì nel modo in cui Vincenzo sapeva che sarebbe finita. Elena e Antonio si alzarono, dirigendosi verso la camera da letto matrimoniale. Quella che Vincenzo aveva rifatto con cura quella mattina, stirando le lenzuola di seta nera.
«Vincenzo,» disse Elena sulla porta, voltandosi un’ultima volta. «Resta qui con mia madre. Ha bisogno che le pulisci le scarpe per domani. E non osare chiudere occhio finché non senti che Antonio se ne va. Voglio che tu senta ogni singolo istante della mia felicità.»
La porta si chiuse. Assunta si sedette sulla poltrona, allungando le gambe verso di lui. Le sue scarpe erano sporche della polvere della città.
«Allora, genero mio,» disse Assunta, con un tono che non ammetteva repliche. «Mettiti all’opera. Abbiamo tutta la notte. E usa la lingua, se serve. Voglio che brillino come la tua vergogna.»
Vincenzo si chinò. Mentre i primi rumori provenienti dalla camera di Elena iniziavano a filtrare attraverso le pareti sottili, lui capì che la sua trasformazione era completa. Non era più un uomo; era un’estensione della volontà di quelle due donne, un testimone muto di una stirpe di predatrici che si nutriva del midollo di uomini svuotati. E, in quel pensiero, trovò l’unico, atroce conforto che gli fosse rimasto.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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