Troia peggio di me

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il sibilo roco dei fumi della ferriera tagliava l’aria gelida del tardo pomeriggio, filtrando attraverso gli infissi metallici del vecchio appartamento padronale posto all’ultimo piano di un condominio industriale. Fuori, i bagliori arancioni delle colate di ghisa tingevano la nebbia di un riflesso malato; dentro, il silenzio era un blocco compatto, interrotto soltanto dallo scatto improvviso del citofono.

Il primo squillo rimase sospeso nel vuoto della sala. Massimo non si mosse dalla sedia in legno scuro posizionata al centro del tavolo da pranzo. Aspettò. Il secondo squillo arrivò dopo una manciata di secondi, più lungo, insistente, carico di un’impazienza che tradiva il nervosismo di chi si trovava dall’altra parte della porta. Solo al terzo tentativo, lento e ritmato, l’uomo si alzò. Percorse il corridoio senza alcuna fretta, lasciando che il suono dei propri passi scandisse l’autorità di quell’attesa calcolata.

Quando girò la chiave nella toppa e aprì il battente di ferro, la figura sul vialetto di cemento si era già voltata. Una donna stava camminando verso il cancello esterno, i tacchi che battevano secchi sulla ghiaia umida. Sentendo lo scatto della serratura, si bloccò di colpo. Si voltò lentamente, stringendo i lembi di un cappotto scuro contro il petto, e lo fissò con un’espressione rigida, visibilmente infastidita dal ritardo. Massimo non pronunciò una sola parola; si limitò a farle un cenno imperioso con la testa, invitandola a entrare, per poi girarle le spalle e tornare a sedersi al proprio posto, al capotavola.

La porta si richiuse alle spalle della donna con un clic secco. Passarono lunghi attimi di sospensione prima che i suoi passi cauti risuonassero nel salotto. Entrò nella stanza d’angolo, illuminata soltanto dal riverbero dei lampioni stradali, e scelse di sedersi sul divano di pelle scrostata di fronte al tavolo. I capelli, di una sfumatura biondo-castana che le ricadeva liscia fino alle spalle, incorniciavano un viso dai lineamenti regolari, dominato da una bocca carnosa e incredibilmente sensuale. Ma erano gli occhi a rivelare il crollo delle sue difese formali. In quelle pupille chiare si agitava una tempesta parossistica di emozioni contrastanti: l’incertezza della sua presenza lì, la perplessità morale di chi si sta chiedendo cosa cazzo stia facendo, mescolata a un turbamento erotico e a un’eccitazione chimica che le faceva muovere velocemente il petto. Teneva le gambe serrate, le mani giunte in grembo nel disperato tentativo di mantenere un briciolo di decoro borghese.

«Salve. Sono Ludovica,» disse, la voce che tremava impercettibilmente, rompendo il silenzio.

«Massimo,» replicò lui, mantenendo lo sguardo fisso sul suo viso, lasciando che il silenzio tornasse a gravare tra di loro come una minaccia. Aspettava che fosse lei a compiere la prima mossa, a scoprire le carte di quell’ispezione clandestina.

Ludovica si inumidì le labbra con la punta della lingua, lo sguardo che oscillava tra le scarpe di Massimo e le sue mani appoggiate sul legno. Poi, come se stesse sputando un rospo rimasto in gola troppo tempo, parlò.

«Guardi… io sono un’amica intima di Barbara. La scorsa settimana mi ha raccontato, con una dovizia di particolari che mi ha letteralmente tolto il sonno, le vostre performance sessuali. Non avrei mai pensato che una donna della sua estrazione potesse rivelarsi così troia, e che provasse un simile godimento nell’essere completamente sfondata in ogni suo buco da lei.»

La donna lo fissò con un’intensità sconvolgente, le narici lievemente dilatate per la mancanza d’aria.

«E allora?» ribatté Massimo, impassibile.

«Ecco… non sono affatto sicura delle sue parole,» continuò Ludovica, raddrizzando la schiena in un moto di sfida verbale. «Ho pensato che si trattasse solo di esagerazioni, di fantasie nate per impressionarmi. Barbara è una ragazza così minuta, dall’ossatura fragile… mi sembra anatomicamente impossibile che possa accogliere dentro di sé un simile manganello. Anzi, sentirla parlare di due manganelli contemporaneamente nella sua figa mi è parso mostruoso, una menzogna erotica.»

Massimo si alzò in piedi con un movimento fluido. Senza staccare gli occhi dai suoi, fece scattare la fibbia metallica della cintura, slacciò il bottone dei pantaloni e lasciò che il tessuto scuro cadesse pesantemente sul pavimento. Si sfilò i pantaloni e li adagiò sullo schienale della sedia. Rimase in boxer, ma il tessuto di cotone leggero non offriva alcuna protezione al mito che lei era venuta a verificare: il suo cazzo era già completamente eretto, una massa di carne rigida e venosa che tendeva la stoffa verso l’alto, pulsando a ritmo con il battito del suo cuore. Massimo sapeva che Ludovica sarebbe venuta ad indagare; Barbara lo aveva avvertito della sua incredulità, e l’idea di quell’ispezione intellettuale aveva accelerato l’afflusso di sangue alle sue palle per tutto il pomeriggio.

Ludovica rimase con gli occhi spalancati, sbigottita. Ogni residua traccia di supponenza si dissolse dal suo viso, sostituita da una paralisi fisica che la inchiodò alla pelle del divano. Massimo infilò le dita nell’elastico dei boxer e spinse giù anche l’ultimo diaframma di tessuto. Il cazzo svettò imponente a pochi centimetri dal suo volto, enorme, scuro, con le vene turgide che ne rigavano l’intera lunghezza.

Lentamente, l’uomo fece un passo in avanti. Afferrò la pelle del prepuzio e la tirò completamente all’indietro, scappellando la testa violacea e mostrando gli umori lucidi, densi del precum che cominciavano a colare dalla corona del glande, rigando l’asta. Si mise in ginocchio sul bordo del divano, proprio di fronte a lei, premendo la carne bollente del proprio sesso direttamente contro le sue labbra sensuali.

Con una pressione decisa della mano sulla sua nuca, forzò lo sbarramento dei suoi denti, infilando l’intera cappella all’interno della sua cavità orale. Il membro era troppo grosso per la conformazione della sua bocca; Ludovica dovette spalancare le mascelle al massimo, le labbra tese fino a sbiancare nel tentativo di contenere quella massa. Massimo rimase immobile per qualche secondo, godendosi il calore delle sue mucose, poi affondò il colpo con decisione, spingendo il cazzo in profondità nella sua bocca calda e accogliente.

Lo shock biologico fu immediato. Ludovica portò entrambe le mani sui fianchi dell’uomo, spingendolo via di forza con un riflesso parossistico. Iniziò a tossire violentemente, scossa da conati di vomito indotti dalla pressione del glande contro il palato molle, mentre lunghi fili di saliva trasparente e vischiosa le colavano dagli angoli della bocca, bagnandole il mento e il colletto della camicetta bianca. Prese ampi respiri d’aria fredda, sollevando infine la testa. Il suo sguardo, bagnato dalle lacrime involontarie del soffocamento, non era più spaventato: era carico di una sfida feroce, animalesca.

«Bastardo…» sussurrò, asciugandosi la bocca con il dorso della mano. «Ancora. Fallo ancora.»

Massimo sorrise con un ghigno freddo. Avvicinò nuovamente l’asta alla sua bocca, che questa volta lei spalancò con assoluta determinazione, rinunciando a ogni difesa. Le infilò di nuovo la cappella tra i denti. Ludovica iniziò a succhiare con foga, muovendo la lingua per quanto la mole della carne le consentiva, cercando di assecondare l’invasione.

«Brava troia…» mormorò Massimo, afferrandole i capelli biondo-castani per bloccarle la testa.

Affondò un altro pezzo di asta nella sua gola. Questa volta la donna era pronta, i suoi muscoli si contrassero per reggere l’assalto, ma la lunghezza era ancora eccessiva per le sue capacità respiratorie. Allontanò Massimo con calma, appoggiando i palmi sul suo bacino; tossì ancora un paio di volte, ma senza conati, lo sguardo fisso sulla carne imporporata di fronte a lei, completamente travolta dal piacere dell’umiliazione.

«Dai, bastardo… ancora… voglio sentirti svuotare le palle dentro di me,» ansimò Ludovica, gli occhi ridotti a due fessure lucide.

Questa volta fu lei a prendere l’iniziativa. Afferrò l’asta con la mano destra per guidarla, aprì le labbra e ci si fiondò sopra, spingendo la testa avanti e indietro per quel che poteva, iniziando a spompinarlo con una ritmicità bagnata e selvaggia. Il suono viscido della carne che scorreva tra le sue labbra riempì l’angolo della stanza. Massimo emise un ansito profondo, le dita conficcate nella pelle delle sue spalle per godersi la suzione di quella bocca che fino a dieci minuti prima pronunciava sentenze borghesi.

All’improvviso, un’ombra si mosse alle spalle dell’uomo. Barbara emerse dalla penombra del corridoio, indossando soltanto un paio di mutandine string di pizzo nero. Era rimasta nascosta in camera da letto, aspettando l’arrivo dell’amica per assistere al compimento della trappola domestica. Appoggiò le sue mani piccole e fredde sulle scapole di Massimo, sporgendosi in avanti per sbirciare il viso di Ludovica, che in quel momento aveva l’intero glande conficcato in gola, gli occhi sbarrati dallo sforzo e le guance scavate dal ritmo della pompa.

«Diego… te lo avevo detto che sotto sotto era una troia peggio di me,» sussurrò Barbara all’orecchio dell’uomo, la voce venata da un sorriso di gelido e assoluto trionfo psicologico, mentre la sua amica continuava a ingoiare il cazzo del suo padrone nel buio.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 8 Giugno 2026
Modificato: 8 Giugno 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Prime Esperienze & Confessioni
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