Torino a Novembre

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

L’aria di Torino a novembre è una lama di ghiaccio che taglia i polmoni, satura di quell’odore di ferro e nebbia tipico delle zone industriali che circondano i depositi abbandonati della cintura nord. Avevo passato la mattinata a correre tra i binari morti e le carcasse dei capannoni, cercando di scaricare la tensione di una settimana passata a subire i ritmi asfissianti della facoltà di ingegneria. Ero solo, madido di sudore acido nonostante il gelo, quando decisi di fermarmi in un bar semibuio che serviva caffè pessimo a operai fuori turno.

È lì che le vidi. Elvira e Clarissa. Due ex compagne di corso che non vedevo da mesi, sedute a un tavolino laminato, avvolte in cappotti di pelle nera che sembravano uniformi. Elvira, ventisei anni di aristocratica crudeltà impressa nei tratti affilati, mi fissò con un sorriso che non raggiunse mai gli occhi.

«Guarda chi si rivede. Il piccolo Giulio, ancora convinto che la fatica fisica lo renderà un uomo,» esordì Elvira, la voce bassa e vellutata come una frustata sulla seta. «Ciao Elvira. Corro per me, non per dimostrare nulla,» risposi, cercando di mantenere un tono neutro mentre il cuore rallentava il battito. «Sembri esausto, Giulio. Quasi fragile,» aggiunse Clarissa, inclinando la testa con una curiosità predatoria. «Vieni, ti diamo un passaggio. Questa zona è desolata la domenica.»

Accettai per stanchezza, un errore che avrei pagato con ogni briciolo della mia dignità. Non appena la portiera della loro berlina scura si chiuse, l’atmosfera cambiò. Non c’era profumo di donna nell’abitacolo, solo l’odore pungente di sigarette al mentolo e disinfettante.

«Dimmi, Giulio,» chiese Elvira senza staccare gli occhi dallo specchietto retrovisore, «da quanto tempo non senti il peso di un comando? Da quanto non scopi perché qualcuno ha deciso che ne hai il permesso?» La domanda mi investì come uno schiaffo. «Non sono affari vostri, Elvira. Fammi scendere all’incrocio.» «Oh, ma siamo appena all’inizio,» intervenne Clarissa, estraendo dalla borsa un piccolo coltello a scatto. La lama brillò sotto la luce grigia che filtrava dai finestrini. «Il rifiuto non è un’opzione che contempliamo. Oggi non sei un compagno di studi. Oggi sei materiale da laboratorio.»

Elvira sterzò bruscamente, imboccando una strada sterrata che portava verso i sotterranei di un vecchio magazzino tessile di proprietà della sua famiglia. Un luogo dove le urla morivano contro pareti di cemento armato. Quando i motori si spensero, la paura si trasformò in una nausea densa. Mi trascinarono fuori. Elvira mi strinse un collare di cuoio alto, borchiato, attorno al collo. Il freddo del metallo contro la trachea mi mozzò il fiato.

«Nudo. Ora,» ordinò Elvira. Clarissa non aspettò. Con un paio di cesoie industriali tagliò la mia tuta da corsa, riducendola in stracci. Rimasi esposto, tremante, nel centro di quel magazzino gelido. «Guardalo, Clarissa. Tanto sforzo atletico per questo?» Elvira indicò con disprezzo il mio sesso, rimpicciolito dal freddo e dal terrore. «Dieci centimetri di insignificanza. Un insulto alla categoria degli uomini.» Clarissa rise, un suono metallico che rimbalzò tra le travi. «Misuralo, Elvira. Voglio il dato preciso della sua mediocrità.» Estrassero un calibro metallico. Sentire il freddo dello strumento che serrava la mia carne mentre loro commentavano con termini tecnici la mia inadeguatezza fu la prima vera crepa nella mia anima.

«A terra, verme. Lecca la polvere dai miei stivali. È l’unico sapore che meriti oggi,» comandò Elvira, sedendosi su una cassa di legno. Passai i successivi venti minuti con la lingua sul cuoio nero, pulendo ogni cucitura, ogni fibbia, mentre loro parlavano di me come se fossi un oggetto inanimato. «Sì, Signora Elvira. Sì, Signora Clarissa,» dovevo ripetere a ogni colpo di frustino che mi arrivava sulle natiche.

Poi arrivò il momento della violenza sistematica. Elvira indossò un dildo di gomma nera, venato e imponente, fissandolo a un’imbracatura di cuoio. Mi costrinsero a carponi, con Clarissa che mi premeva il viso contro il cemento, tenendomi per i capelli. «Ti apro come una carcassa al macello, Giulio,» sussurrò Elvira prima di spingere. Il dolore fu un’esplosione accecante. Sentivo la carne lacerarsi, lo stiramento insopportabile del mio sfintere che accoglieva quell’intruso inanimato. Mentre Elvira mi usava con una cadenza brutale, Clarissa mi infilò il suo dildo in bocca, soffocandomi, costringendomi a deglutire la plastica amara mentre i miei mugolii di dolore venivano ignorati.

Ero una troia bilaterale, un tunnel di carne attraversato dalla loro ferocia. Quando Elvira decise di aver finito, mi masturbò con una presa ferina, costringendomi a eiaculare per l’eccesso di stimolazione nervosa e dolore. Raccolse il seme in un calice di metallo. «Bevi il tuo fallimento, schiavo. Non sprecherai una goccia della tua debolezza.» Mi costrinsero a bere lo sperma mescolato alla loro urina, che Elvira espulse direttamente nella mia bocca spalancata, un getto caldo e salino che mi fece mancare il respiro.

Ma l’apice dell’orrore non era ancora stato raggiunto. Elvira chiamò un guardiano del deposito, un uomo massiccio che portava con sé un enorme mastino da presa, un animale ringhiante e bagnato di bava. «Il mio stallone ha fame di te, Giulio,» disse Elvira con una follia lucida negli occhi. Mi legarono a una rastrelliera metallica, il sedere sollevato e offerto. Luisa, la guardiana del magazzino che si era unita al gioco, guidò l’animale. La bestia, eccitata dall’odore del sangue e degli umori, iniziò a montarmi. Il sesso dell’animale, enorme e nodoso, premeva contro il mio buco già martoriato.

«Senti la vera natura che ti possiede?» urlava Clarissa, colpendomi con una corda bagnata. Fui costretto a subire l’assalto della bestia, leccando il suo sesso animale sotto l’ordine di Luisa, sentendo il calore osceno di quella carne che non conosceva pietà. Quando il cane eiaculò, il getto fu così violento da farmi perdere i sensi per qualche istante. Ero ricoperto di bava, urina e sperma animale.

Mi lasciarono lì, un mucchio di carne tremante sul pavimento di cemento, mentre le loro risate si allontanavano verso l’uscita. «Pulisciti con la lingua, schiavo. Domani si ricomincia,» fu l’ultima cosa che sentii prima che l’oscurità del magazzino mi avvolgesse completamente.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 15 Maggio 2026
Modificato: 15 Maggio 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Extreme, Umiliazione

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