Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Ci sono uomini che svuotano i portafogli in squallidi club privé di periferia, pagando dominatrici annoiate per farsi frustare il culo in stanze che puzzano di lattice scadente e fumo freddo. Io non ne ho bisogno. Il mio altare del sacrificio, la mia personale camera delle torture, è un fottuto schermo al plasma da cinquanta pollici, acceso tutte le mattine alle sette in punto.
Il mio vizio, la mia ossessione viscerale, ha un nome, un volto e un palinsesto. Si chiama Diana. Conduce la rassegna politica ed economica più spietata del servizio pubblico, in diretta simultanea su radio e tv. Diana è un capolavoro di sadismo intellettuale. Ha la pelle di una porcellana malata, diafana, che contrasta in modo quasi violento con il caschetto di capelli neri, lucidi e affilati come lame, tagliati di netto all’altezza della mascella. Indossa sempre occhiali dalla montatura sottile in titanio, una barriera visiva che la fa somigliare a una professoressa spietata, pronta a bocciarti senza l’ombra di un sorriso. Il suo guardaroba è un inno al rigore: niente scollature, niente concessioni alla femminilità dozzinale. Solo completi sartoriali grigio antracite, camicie di cotone bianco abbottonate fino alla gola e, nei giorni in cui decide di essere particolarmente crudele, un paio di bretelle sottili che le fasciano il petto inespresso.
Ma non è l’estetica a tenermi in ostaggio. È la dinamica di potere. È il modo in cui questa donna prende uomini che fuori da quello studio si credono dèi — squali della finanza, ministri arroganti, direttori generali — e li riduce a insetti tremanti. Li castra in diretta nazionale, imponendo una disciplina verbale che mi fa letteralmente impazzire.
Questa mattina, l’aria nel mio salotto è già satura del profumo amaro del caffè e dell’odore muschiato, pesante, della mia stessa eccitazione. Ho il respiro corto. Ieri, con quel suo tono glaciale che non ammette repliche, Diana ha annunciato l’ospite di oggi: il Dottor Valerio Rinaldi, un noto e arrogante manager, paladino dei grandi gruppi industriali. Uno di quei maschi alfa convinti che la prepotenza verbale equivalga al carisma. Un uomo che interrompe, che alza la voce, che si accavalla. Un bambino viziato intrappolato in un abito di Brioni. Sapevo che oggi ci sarebbe stato sangue. Sapevo che lo avrebbe distrutto.
Quando la sigla sfuma e il viso di Diana compare sullo schermo, il mio cazzo è già un pezzo di granito. È una reazione pavloviana. Mi sbottono i pantaloni del pigiama, li spingo giù fino alle ginocchia e lo libero. L’aria fredda della stanza mi colpisce la carne bollente, mentre la mia mano si chiude intorno all’asta. Non mi masturbo ancora con foga. Lo accarezzo, lo misuro, stringendo la base, lasciando che una goccia di liquido pre-seminale lucidi la cappella. Voglio godermi lo spettacolo.
Il dibattito inizia. Oltre al manager, c’è un pacato professore di economia, un uomo mite, l’agnello sacrificale perfetto per far risaltare l’arroganza dell’altro. Rinaldi non delude le mie aspettative. Inizia quasi subito a fare il bullo. Interrompe il professore, alza la voce, mastica le parole con quella supponenza tipica di chi non è abituato a ricevere un “no”. Guardo Diana. Il suo viso è una maschera di tensione controllata. I suoi occhi neri, dietro le lenti, si stringono appena.
Ci siamo. La mia presa sul cazzo si fa più salda. La pelle scivola su e giù, il respiro mi si incastra in gola.
«Dottor Rinaldi. Si fermi.» La voce di Diana taglia l’aria dello studio come una scudisciata. È bassa, ferma, priva di emozione, eppure devastante. L’uomo balbetta, colto alla sprovvista, ma tenta di riprendere la parola. «Ma io stavo solo precisando che—» «Ho detto che si deve fermare,» lo incalza lei, piegandosi impercettibilmente verso la telecamera. «Il suo tempo è scaduto da due minuti, ma cosa più importante, la sua maleducazione ha superato il limite di tolleranza di questa trasmissione. Chieda immediatamente scusa al professore.»
Il mio bacino scatta in avanti sul divano. Cazzo. Cazzo. Sento lo stomaco contrarsi in un nodo di lussuria pura. Mi sto segando con un ritmo serrato adesso, gli occhi incollati allo schermo.
Rinaldi è pietrificato. Cerca una via d’uscita, abbozza un sorriso nervoso, patetico. «Ma io, veramente… non era mia intenzione offendere nessuno, si figuri se—» «Risparmi le giustificazioni a chi ha tempo da perdere,» lo asfalta Diana, gelida, senza battere ciglio. «Le ho dato un ordine preciso, Rinaldi. Chieda scusa. Ora. O chiudiamo il suo microfono e la sua presenza qui finisce in questo esatto secondo.»
Il silenzio che cala nello studio è un buco nero che inghiotte l’ego di quell’uomo. Lo sta umiliando davanti a milioni di persone. Lo sta sottomettendo, pezzo dopo pezzo. «Le… le chiedo scusa, professore,» farfuglia infine il manager, lo sguardo basso, l’orgoglio ridotto in cenere. «Molto bene,» chiosa Diana, rimettendosi dritta sulla sedia, maestosa nella sua tirannia. «E ora stia in silenzio. Lasci parlare chi ne ha le competenze.»
Un gemito roco mi sfugge dalle labbra. È un piacere quasi doloroso. La mano pompa sul mio cazzo madido di umori, la frizione diventa frenetica. Chiudo gli occhi per un secondo, immaginando di essere lì, al posto di quell’uomo. Immagino lo sguardo di Diana piantato su di me, il disprezzo nei suoi occhi, la consapevolezza di essere un niente nelle sue mani. Il solo pensiero mi fa tremare i muscoli delle cosce.
Riapro gli occhi. Il sadismo di Diana raggiunge la perfezione psicologica: ora si rivolge al professore con una dolcezza calcolata, quasi materna. Lo blandisce, lo ascolta annuendo, gli concede tutto lo spazio che vuole. È la tortura suprema per Rinaldi. Il bambino cattivo messo in castigo nell’angolo, costretto a guardare il cocco della maestra ricevere tutte le attenzioni. È una castrazione pubblica, crudele e affilatissima. Sento le palle cariche, tese allo spasimo. Sono sull’orlo. Sto praticando l’edging, sfiorando l’orgasmo per poi ritrarmi, nutrendomi della tensione che si respira nello schermo.
So che l’ego di Rinaldi non reggerà. E infatti, ci ricasca. Sbotta di nuovo, cercando disperatamente di recuperare la faccia, sovrapponendosi alla voce pacata del professore. «I dati parlano chiaro, se mi fa finire il concetto—»
Lo sguardo di Diana si fa nero. È l’esecuzione. «Basta così.» Non alza la voce, la abbassa. Ed è cento volte peggio. «Lei non è in grado di rispettare le regole. Regia, tagliate l’audio e il video al Dottor Rinaldi.» «La prego, mi faccia solo—» Click.
Lo schermo di Rinaldi diventa nero. Cancellato. Annientato con un gesto della mano. Diana non fa una piega. Si sistema un polsino della camicia bianca, lo sguardo freddo rivolto all’altro ospite. «Mi perdoni per l’imbarazzante interruzione, professore. La prego, continui. Abbiamo cose ben più serie di cui occuparci.»
È la spinta finale. Il muro crolla. «Diana… Cristo…» rantolo nel salotto vuoto.
Il mio orgasmo esplode con una violenza che mi mozza il fiato. Il mio corpo si inarca, i glutei contratti contro i cuscini del divano. Il mio cazzo sputa fuori la tensione accumulata in pulsazioni feroci, getti densi e bollenti di sborra bianca che volano per aria, atterrando sul tessuto scuro del divano e inzuppandomi l’addome e i pantaloni del pigiama. Tremo, svuotandomi completamente, il respiro rotto che riempie il silenzio della stanza, mentre dallo schermo la voce impostata e impeccabile di Diana continua a dettare l’agenda della giornata.
Lascio cadere la mano, esausto, i polmoni che bruciano. Mi guardo il ventre sporco, il torace lucido di sudore. L’umiliazione di quell’uomo è diventata la mia estasi. Guardo Diana un’ultima volta prima di spegnere la tv. Impeccabile. Intoccabile. Fanculo i club privé. I soldi per il canone televisivo non sono mai stati spesi in modo più perfetto.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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