SONO PRONTA!

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il silenzio che riempiva lo studio al quarto piano del complesso direttivo di Porto Marghera era interrotto soltanto dal ronzio monotono dei filtri dell’aria. Fuori dalle grandi vetrate termiche, il paesaggio industriale si dissolveva in una sequenza di ciminiere grigie, condotte di vapore e banchine di cemento lambite dalle acque torbide del canale. Era un pomeriggio di metà novembre, freddo e dominato da una nebbia salmastra che cancellava i confini tra il cielo e la terra.

La dottoressa Angela Kavinsky, trentotto anni, neuropsichiatra di origine polacca cresciuta a Zurigo, osservava i grafici clinici sul monitor della sua scrivania in noce scuro. Indossava un completo sartoriale grigio fumo, attillato, e un paio di décolleté di vernice nera firmate Gucci, un regalo di uno dei suoi pazienti più facoltosi. Per il mondo accademico Angela era una professionista algida, una mente analitica specializzata nei disturbi della sfera emotiva e relazionale; nel segreto del suo studio, tuttavia, la terapia si confondeva con un protocollo di dominazione assoluta e sottomissione psicologica.

«Edoardo!» chiamò, la voce ferma, modulata per superare lo spessore della porta di sicurezza.

«Eccomi, dottoressa,» rispose il suo collaboratore personale, entrando immediatamente nell’ufficio.

Edoardo era un uomo di trentacinque anni, con un fisico atletico e i lineamenti curati. Era un valido impiegato, un assistente bilingue svizzero che l’aveva seguita nel trasferimento in Italia, ma era soprattutto il suo schiavo personale. Il loro rapporto era iniziato su un terreno clinico: Edoardo era stato il suo primo paziente a Porto Marghera, affetto da una grave nevrosi legata a impulsi masochisti. Angela aveva intuito che l’unica via per la sua stabilizzazione fosse la totale sottomissione a un’autorità superiore. Aveva ideato per lui un percorso di dominazione terapeutica che nel tempo aveva azzerato la sua libido caotica, trasformandolo in un soggetto ubbidiente, fedele come un animale domestico.

«Dimmi, Edoardo,» esordì Angela, appoggiando la schiena allo schienale in pelle e incrociando le gambe, lasciando che la vernice delle Gucci brillasse sotto la luce fredda dei neon. «Se una donna ti pisciasse direttamente in bocca, lo troveresti un atto terapeutico o puramente eccitante?»

Un sorriso ambiguo tese le labbra di Edoardo, mentre lo sguardo scivolava irresistibilmente verso le caviglie della dottoressa. «Se a farlo fosse Lei, dottoressa… lo troverei un privilegio assoluto. Anzi, se il Suo protocollo lo prevede, sono pronto.»

Angela scoppiò in una risata rauca, priva di calore. «Ma guarda questo idiota. Credi davvero di poter avanzare pretese del genere?» Si sporse in avanti, lo sguardo che si fece affilato. «Solo per questa sfacciataggine, inginocchiati. Sfilami le Gucci e ripulisci ogni singolo dito con la lingua. Muoviti.»

La fissazione di Edoardo per i piedi era il cardine della sua sottomissione. Per Angela, l’uso terapeutico del feticismo era uno strumento di controllo geometrico; amava la devozione con cui il suo schiavo strusciava il proprio membro teso contro la pianta dei suoi piedi, implorando il permesso di eiaculare solo dopo aver baciato la pelle ruvida dei suoi calli. Edoardo si calò immediatamente sul pavimento di linoleum grigio. Con dita tremanti rimosse le scarpe della dottoressa, adagiando i piedi nudi e diafani sulle proprie ginocchia. Iniziò a leccare lo spazio tra le dita con una regolarità meccanica, bagnando la pelle di saliva trasparente, mentre il tessuto dei suoi pantaloni d’ufficio si tendeva vistosamente all’altezza dell’inguine, rivelando un’erezione massiccia.

Il suono acuto del citofono della sala d’attesa spezzò la sequenza.

«Vai ad aprire, brutto coglione,» ordinò Angela, ritirando i piedi con un movimento secco e asciugandoli sul tappeto di lana grezza. «Mi hai lasciato la pelle completamente fradicia. Sistemati i pantaloni prima che la paziente ti veda in questo stato ridicolo.»

Edoardo si rialzò a fatica, reprimendo il respiro corto. Si ricompose e uscì dall’ufficio per accogliere l’appuntamento delle quindici e trenta. Angela si rimise le décolleté, avvertendo l’umidità della saliva dello schiavo contro la pianta del piede, un dettaglio che le provocò una sottile scossa di eccitazione nel basso ventre.

Pochi istanti dopo, Edoardo bussò alla porta, introducendo la nuova paziente. «Dottoressa Kavinsky, la signorina Marta.»

«Prego, Marta, si accomodi. Grazie, Edoardo, puoi andare,» disse Angela, indicando la poltroncina in tessuto scuro di fronte alla scrivania.

Marta era una ragazza di venticinque anni, minuta, dalla corporatura esile. Aveva grandi occhi scuri, un viso rotondo e i capelli neri tagliati corti, da maschio. Indossava un maglione di lana pesante, pantaloni scuri e un paio di stivaletti invernali foderati di pelliccia. Evitò il lettino analitico, preferendo sedersi sul bordo della poltrona, con le mani strette attorno a una cuffia di lana che si era appena sfilata. Il suo atteggiamento trasudava una timidezza patologica, un imbarazzo profondo che le impediva di mantenere lo sguardo fisso.

«Direi di iniziare con qualche informazione generale per sciogliere la tensione,» esordì Angela, assumendo il tono distaccato della clinica. «Quanti anni ha, Marta?»

«Venticinque…» rispose la ragazza, la voce ridotta a un filo.

«Ha qualche domanda da rivolgermi prima di iniziare?»

Marta sollevò gli occhi per un istante. «Kavinsky… è un nome insolito per questa zona.»

«È un cognome polacco, anche se sono nata e cresciuta in Svizzera, a Zurigo,» spiegò Angela con un leggero sorriso. «Ho scelto di stabilire il mio studio qui a Porto Marghera dopo la specializzazione; trovo questa commistione di cemento, nebbia e canali estremamente stimolante per il mio lavoro. Anche il mio assistente, Edoardo, è svizzero. Ma ora parliamo di lei: è legata a qualcuno? Ha una relazione?»

«Sì… sono fidanzata.»

«E come procede la sfera sentimentale?»

Marta balbettò parole confuse, tormentando il tessuto della cuffia, mentre un rossore improvviso le colorava le guance. «Non bene. C’è stata una… una frattura di recente. Mi sento confusa, molto in colpa.»

«La sfera sentimentale è il preludio inevitabile a quella sessuale, Marta. Se desidera il mio aiuto, deve permettermi di accedere a ciò che la turba. La sua famiglia è d’accordo con questo percorso?»

«La mia famiglia è molto tradizionale, religiosa. Anche io sono cresciuta seguendo regole molto rigide, una vita tranquilla, senza eccessi o locali notturni,» spiegò la ragazza, la voce che cominciava a incrinarsi. «Poi, la scorsa settimana, il mio ragazzo ha fatto una cosa… una cosa che mi ha sconvolta.»

Marta si coprì il viso con le mani, sul punto di scoppiare in pianto. Angela avvertì una tensione professionale; per un istante temette che la ragazza fosse stata vittima di un abuso violento. «Marta, ascolti. Se ha subito una violenza o un atto contro la sua volontà, ho il dovere di informare le autorità. Ho contatti diretti con i carabinieri della compagnia locale, professionisti in grado di intervenire immediatamente.»

«No, no… non mi ha fatto del male,» interruppe Marta, asciugandosi gli occhi. «Lui… mi ha pisciato addosso.»

Angela aprì gli occhi, colta da una sorpresa che si trasformò subito in un profondo senso di sollievo clinico. «E lo ha fatto contro la sua volontà? La ha costretta?»

«No. Gli ho dato io il permesso. È questo il problema… mi è piaciuto. Mi sono eccitata moltissimo, e ora mi sento una pervertita, mi sento sporca dentro.»

Angela si appoggiò allo schienale, lasciando che sul suo viso comparisse un sorriso aperto, quasi di scherno nei confronti del bigottismo provinciale della ragazza. «Meno male, Marta. Credevo si trattasse di un crimine, non di una preferenza erotica. Dove risiede la gravità di questo atto? Le ha provocato un reale disgusto fisico?»

Marta la fissò con rabbia repressa. «Certo che mi sento sporca! Una brava ragazza non dovrebbe provare piacere nel farsi urinare sul corpo. Non è normale.»

«La normalità è un concetto statistico che non ha valore nella mia clinica,» replicò Angela, decidendo che per conquistare la fiducia della paziente fosse necessaria una totale e cruda trasparenza. «Il suo ragazzo non le ha fatto del male, ha semplicemente risposto a uno stimolo che ha generato in lei un orgasmo profondo. Il problema non è l’atto in sé, ma il giudizio morale che lei vi sovrappone. Vuole un esempio di deviazione formale? Io sono una dottoressa, eppure traggo il massimo godimento dal dominare gli uomini, dal costringerli a leccare la suola delle mie scarpe e la pianta dei miei piedi. A loro piace ubbidire, a me piace schiacciarli. Lo trova anormale?»

Marta rimase in silenzio, le labbra socchiuse per lo stupore. «Sì, è strano… anche se la pipì mi sembra peggio.»

«Ogni corpo ha le proprie necessità chimiche e psichiche, Marta. C’è chi ha bisogno di stare ai miei piedi, e chi, come lei, scopre la propria sottomissione attraverso la cascata dorata del proprio uomo. Lei rimarrà una brava ragazza, ma deve accettare la sua natura di troia consensuale.»

La resistenza psicologica di Marta era evidente, un blocco morale che richiedeva un intervento d’urto. Angela si alzò dalla sedia di noce. Con passi lenti e felini, si portò davanti alla poltroncina della paziente e si inginocchiò sul pavimento, bloccandole le gambe tra le proprie ginocchia. Marta ebbe un sussulto di paura, ma non si mosse. Angela le afferrò la caviglia sinistra, sfilò con un gesto secco lo stivaletto di pelliccia e il calzino, esponendo il piede nudo della ragazza. Inclinò la testa e iniziò a baciarle la pianta del piede con labbra umide.

«Le provoca disgusto, Marta?» chiese, sollevando lo sguardo.

«No… cioè, sì, è assurdo…» mormorò la ragazza, la cui resistenza stava crollando sotto il peso dell’autorità della terapeuta.

Angela non le diede il tempo di elaborare. Le afferrò i fianchi, spingendo giù i pantaloni e le mutandine di cotone con un unico movimento fluido. Marta rimase seduta con le gambe divaricate, la sua figa rosa, completamente rasata e turgida, esposta alla luce del neon. Angela affondò il viso tra le sue cosce, leccando le grandi labbra prima di rivolgerle un ordine diretto.

«Fammi la pipì in bocca, Marta. Adesso. Dimostrami che sei capace di peccare senza vergogna.»

La ragazza socchiuse gli occhi, emettendo un gemito rauco. I suoi muscoli pelvici si contrassero e un getto caldo, teso, di urina dorata zampillò dalla sua uretra, investendo in pieno il viso di Angela. Il liquido caldo le bagnò le guance, finendo direttamente all’interno della sua bocca spalancata. Angela inghiottì la pipì con sorsi regolari, godendosi il sapore salmastro e aspro di quel fluido biologico che le scorreva sul mento e bagnava le lenti dei suoi occhiali da vista. La figa rasata di Marta continuava a pulsare, emettendo gli ultimi schizzi della cascata.

«Questo ti piace, vero, Marta?» disse Angela, sfilandosi gli occhiali bagnati e gettandoli sulla scrivania, prima di affondare nuovamente la lingua nel sesso umido della ragazza.

Infilò la lingua all’interno del canale vaginale, muovendola con una foga inviperita, mentre Marta, travolta dal parossismo dell’orgasmo, iniziava a strizzarsi i seni da sopra il maglione, emettendo grida soffocate che riempivano la stanza.

«È incredibile… lei lo fa davvero… senza schifo,» ansimò Marta, con le dita conficcate nei propri capezzoli. «Io pensavo di essere malata…»

Angela le sollevò il maglione fino al mento, coprendole la pancia e l’ombelico di baci bagnati di urina e saliva. L’eccitazione aveva preso il sopravvento anche su di lei; la sua stessa figa, sotto la gonna del completo grigio, era diventata un lago di umori viscosi. Aveva perso il distacco clinico, travolta dalla sottomissione di quella ragazza timida.

«Marta, sdraiati sul tappeto. Facciamo un sessantanove,» ordinò, sbottonandosi rapidamente i pantaloni del completo.

La ragazza si svestì in pochi secondi, rivelando un corpo esile ma flessuoso. Si distese sul pavimento e Angela salì sopra di lei al contrario, posizionando la propria vulva rasata e bagnata direttamente sulla bocca di Marta. La lingua della ragazza iniziò a esplorare la carne della dottoressa con una brama inaspettata, baciandola e leccandola con trasporto, mentre Angela continuava a devastare la clitoride di Marta con la propria bocca.

«Il sesso non è una colpa, Marta. Se c’è il consenso profondo di due corpi, la morale scompare. Guarda che figa meravigliosa che hai… mmmh…» mormorò Angela, la voce soffocata dagli umori della paziente.

«SONO PRONTA!» urlò improvvisamente Marta dal basso, la bocca premuta contro il pube della dottoressa.

Angela comprese immediatamente l’imperativo psicologico di quel corpo sottomesso. Spise i muscoli della propria vescica e liberò a sua volta un getto caldo e acido di urina direttamente all’interno della bocca spalancata di Marta. Sentì la gola della ragazza contrarsi, deglutendo la sua pipì con una voracità animalesca, accogliendo il fluido della sua Padrona temporanea come un sigillo di assoluta liberazione.

La seduta si concluse nel silenzio del post-orgasmo. Marta si rialzò lentamente, rivestendosi con dita che avevano riacquistato precisione. Il suo viso era scarlatto, ma lo sguardo era finalmente lucido, privo della nebbia del senso di colpa.

«Voglio ringraziarla, dottoressa Kavinsky. Questo… questo ha cambiato tutto,» disse, infilandosi gli stivaletti.

«Ti prego, chiamami Angela quando siamo in questo perimetro,» rispose la dottoressa, risistemandosi l’abito grigio e raccogliendo gli occhiali per pulirli con un fazzoletto.

«Stasera chiederò scusa al mio ragazzo per averlo giudicato. Gli dirò che voglio che mi pisci in bocca ogni volta che gli scappa, tutte le volte che vuole,» aggiunse Marta, accennando a una risata sfrontata. «Lo devo a te, Angela. Ora sono in pace con me stessa. Non sono una pervertita, sono solo una donna che sa come godere.»

Angela provò una stretta al petto, un’emozione che rasentava la commozione professionale, mista a un’attrazione possessiva per quella creatura che aveva appena svezzato. «Aspetta, Marta!» esclamò, mentre la ragazza si dirigeva verso l’uscita.

Marta si voltò, incuriosita.

«Io… io sono qui per qualsiasi necessità. Tu sei una ragazza straordinaria. Se ti va di vedermi al di fuori di queste pareti cliniche, questo è il mio numero personale,» disse Angela, annotando le cifre su un biglietto da visita con mano tremante. Aveva infranto ogni codice deontologico, ma la sua mente era ormai catturata.

Marta prese il cartoncino, osservando la dottoressa con un sorriso carico di una nuova, consapevole malizia. «Angela, dopo quello che hai fatto per me, la tariffa della psicoterapia non è sufficiente a saldare il mio debito. Mi hai detto che adori gli uomini ai tuoi piedi… bene, sappi che so essere un’ottima schiava. Uno di questi giorni, quando sarai libera dai tuoi pazienti, chiamami. Sarò la tua cagna

Uscì dallo studio, lasciando che la porta blindata scattasse con un rumore secco. Angela rimase immobile al centro della stanza, con il sapore dell’urina ancora sul palato. Rientrò nel corridoio della segreteria per seguire i passi della ragazza, ma l’unica cosa che vide fu Edoardo, seduto dietro la scrivania metallica, che la fissava con gli occhi sbarrati e un’erezione spaventosa che sollevava vistosamente il tessuto dei pantaloni.

«Edoardo, in ginocchio sotto la scrivania,» ordinò Angela, slacciandosi la cintura del completo. «Ho bisogno di scopare. Subito.»

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Pubblicato: 28 Maggio 2026
Modificato: 28 Maggio 2026
Lettura: 13 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Feticismo, Saffico
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