Segretaria o schiava?

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il silenzio delle diciotto nell’area industriale di Genova era un blocco di cemento scuro, rotto soltanto dai colpi sordi delle presse in lontananza e dal ticchettio della pioggia acida contro le vetrate della Direzione. Al terzo piano del palazzone degli uffici della logistica, i corridoi in linoleum grigio erano già deserti, abbandonati dal personale amministrativo. Nel mio ufficio l’aria era pesante, satura del profumo resinoso del tabacco da pipa e del cloro usato per disinfettare i pavimenti.

L’azienda era in una fase di espansione aggressiva. Avevo passato le ultime tre settimane a vagliare decine di profili per il ruolo di assistente personale di direzione: cercavo una figura flessuosa, geometrica nella precisione, ma dotata di quella sottomissione viscerale che non si impara sui manuali di economia. Le prime due candidate erano state un fallimento. La prima, una bionda milanese con una laurea alla Bocconi e la presunzione stampata nei tratti affilati del viso, mi aveva irritato al punto da spingermi a troncare il colloquio dopo dieci minuti; la seconda, una ragazza trasandata dall’aria fintamente alternativa, non possedeva la disciplina formale che esigevo per quel perimetro.

Poi era entrata Miriam.

Trentadue anni, una bruna dai capelli ricci, folti e corvini che le ricadevano disordinati sulle spalle pallide. Non portava gioielli. Indossava un paio di pantaloni a sigaretta neri, una camicetta di seta bianca che faticava a contenere la linea turgida del seno e un trench di cotone pesante color rosso mattone. Aveva lo sguardo costantemente rivolto verso il basso, un’aria timida e le dita che tormentavano l’orlo della cartellina dei documenti. Il suo nervosismo non era semplice ansia da prestazione; era la consapevolezza del peso della mia presenza.

«Si accomodi, Miriam,» dissi, la voce bassa, studiata per occupare tutto lo spazio della stanza. «Un caffè?»

«Grazie… va bene,» sussurrò lei, offrendomi un sorriso debole che le fece arrossire la base del collo.

Nelle due ore successive l’avevo ascoltata analizzare bilanci e flussi doganali, notando come la sua rigidità iniziale si dissolvesse mano a mano che la mia autorità si imponeva. Era perfetta. Precisa, metodica, ma con una vena di vulnerabilità che mi eccitava. Al termine del colloquio le comunicai l’assunzione per un periodo di prova di due mesi. Lei strinse le mani sul tavolo, gli occhi grigi che brillarono di una gratitudine quasi infantile.

I due mesi successivi furono un esercizio di demolizione controllata. Dal punto di vista professionale Miriam era impeccabile, una macchina contabile che non commetteva un solo errore di battitura. Ma non mi bastava il suo lavoro; volevo la sua totale capitolazione. Volevo trasformare quella timidezza formale in una schiavitù psicologica. Iniziai ad attuare una strategia di sistematico sminuimento. La riprendevo davanti ai colleghi per minuzie inesistenti, alzando il tono della voce per costringerla a incassare la testa tra le spalle. Un martedì, prima di un incontro con i vertici del polo petrolchimico, esaminai il suo abbigliamento sul corridoio. Sebbene il suo completo scuro fosse formalmente corretto, le ordinai di tornare a casa a cambiarsi, definendo il suo aspetto “inadeguato e sciatto”.

Miriam accettò ogni angheria in silenzio. Non una parola di protesta, non un cenno di ribellione. Restava immobile davanti alla mia scrivania, con il filo di voce ridotto a un sussurro e le mani tese lungo i fianchi. Notavo come il mio tono autoritario le facesse accelerare il respiro, come le sue labbra si schiudessero alla ricerca d’aria ogni volta che la umiliavo. Provava un piacere perverso nell’essere calpestata.

L’ultimo giorno del periodo di prova arrivò con la precisione di una mannaia.

«Miriam, stasera si fermi oltre l’orario d’ufficio. Dobbiamo verbalizzare la sua posizione in azienda,» le dissi a metà pomeriggio, senza guardarla.

«D’accordo, Padrone… volevo dire, ingegnere,» rispose, inciampando sulle parole, la pelle della fronte imperlata di un sudore freddo.

Alle diciotto e trenta il piano era un guscio vuoto. Il silenzio venne interrotto da tre colpi leggeri contro il legno della mia porta.

«Avanti,» ordinai con tono perentorio.

Miriam entrò, richiudendo il battente di noce alle proprie spalle con una lentezza cerimoniale. Non si avvicinò subito. Rimase immobile vicino alla parete, con il trench rosso stretto in vita.

«Siediti,» le ordinai, indicando la poltrona in pelle nera di fronte alla scrivania. «Allora, Miriam, come valuta questi due mesi nel mio ufficio?»

«Io… mi trovo bene. Il lavoro mi piace e mi impegno, ma…» Si interruppe, ingoiando la saliva con una fatica che le tese i muscoli della gola.

«Ma cosa, Miriam? Parla.»

«Ecco… ho la percezione che lei non sia pienamente soddisfatto del mio rendimento. Vorrei capire cosa non va. Cosa devo correggere.»

Mi alzai dalla sedia, aggirando lentamente la scrivania metallica. Mi posizionai in piedi davanti a lei, sovrastandola con la mia figura. Miriam reclinò la testa all’indietro, esponendo il collo bianco alla luce fredda del neon.

«Il tuo lavoro è eccellente, Miriam. Diciamo che la tua produttività è l’unica cosa che tiene questo ufficio in piedi. Il problema è un altro. Tu ti muovi qui dentro come un pesce fuor d’acqua. Sei rigida, bloccata nelle tue convenzioni da brava ragazza.»

Iniziai a girare lentamente dietro lo schienale della sua poltrona, i miei passi attutiti dal linoleum. Le appoggiai le mani sulle spalle, sentendo la carne contrarsi all’istante sotto la stoffa della camicetta. Mi chinai fino a sfiorare il suo lobo con le labbra, lasciando che il mio fiato caldo le bagnasse l’orecchio.

«Te la senti davvero di restare qui? Di essere la mia ombra? Sei pronta a fare tutto ciò che la tua posizione richiede? Lo vuoi davvero?»

Un fremito violento le scosse il busto. Sentivo il calore della sua pelle aumentare, l’odore acre del suo sudore erotico che iniziava a diffondersi nell’aria.

«Sì,» rispose lei, la voce ridotta a una vibrazione roca, quasi impercettibile. «Tutto quello che vuole. Qualsiasi cosa mi ordinerà, io la farò.»

«Bene, Miriam. È l’unica risposta che ammetto.»

Le mie mani scivolarono dalle spalle verso il basso, infilandosi sotto il colletto della camicetta per andare ad afferrare i seni grandi, pesanti. Li strinsi con forza, sentendo i capezzoli indurirsi istantaneamente sotto la pressione dei miei polpastrelli, trasformandosi in due punte rigide che premevano contro il palmo. Miriam chiuse gli occhi, abbandonando la testa all’indietro contro il mio addome. Le sbottonai la seta bianca con mossa rapida, esponendo la nudità del petto. La pelle era liscia, caldissima, percorsa da brividi continui. Le morsi il lobo dell’orecchio fino a farle emettere un lamento di dolore.

«Allora, Miriam? Tutto? Qualsiasi depravazione?»

«Sì, mio Padrone… sì,» rispose, assecondando la transizione.

Allontanai le mani dal suo petto e tornai davanti alla poltrona. Miriam era immobile, la camicetta spalancata, il seno che si sollevava a scatti rapidi, lo sguardo da cerbiatta spaventata fisso sul pavimento. Con la mano destra le afferrai il mento, costringendola ad alzare il viso per guardarmi negli occhi. Sul mio volto c’era solo un ghigno di fredda superiorità.

Con la mano sinistra mi slacciai la cintura di cuoio, abbassai la zip dei pantaloni e liberai il mio cazzo. Era completamente teso, duro come il ferro, venoso e imporporato dal sangue che premeva contro la cappella scoperta. Miriam fissò l’asta per un istante, le sue labbra carnose si schiusero involontariamente, lasciando colare un filo di bava lucida.

Si sporse in avanti sulla sedia. Avvicinò il viso alla mia carne, lasciando che la punta della lingua sfiorasse la corona del glande, assaporando il sapore salato del fluido pre-eiaculatorio. Poi, aprì la bocca e lo accolse. Iniziò a pompare lentamente, muovendo la testa avanti e indietro con una cadenza bagnata, mentre con la mano destra si accarezzava l’asta alla base per facilitare lo scorrimento. Con le mie mani le afferrai i seni nudi, stringendo e strizzando i capezzoli violacei con una violenza che le fece emettere lamenti soffocati all’interno della mia carne.

«Ci sai fare con la bocca, Miriam. Ma la timidezza non è ammessa nel mio ufficio,» dissi, sentendo l’eccitazione salire al cervello.

Le afferrai la testa per i ricetti corvini, stringendo le dita alla radice dei capelli per bloccarle la nuca. Iniziai a scoparle la bocca con spinte regolari, profonde, spietate. Il mio cazzo penetrava la sua gola, superando lo sbarramento del palato molle fino a picchiare contro le tonsille. Miriam iniziò a soffocare, le sue mani artigliarono le mie cosce nel tentativo disperato di trovare un punto d’appoggio. Il riflesso del vomito le contrasse l’addome, ma io non alleggerii la pressione, continuando ad affondare fino alla base, sentendo i peli del mio pube schiacciarsi contro le sue labbra bagnate.

La sfilai per un istante. Miriam tossì violentemente, riprendendo aria con un rantolo profondo, mentre lunghi fili di saliva trasparente e vischiosa le colavano dagli angoli della bocca, rigandole il mento. Due lacrime involontarie, causate dal soffocamento, le scorsero lungo le guance arrossate.

«Respira, schiava. Respira finché te lo permetto,» le ordinai, prima di spingere nuovamente la testa verso il basso.

La seconda penetrazione fu ancora più violenta. La scopai in gola con tutta la forza del mio bacino, godendomi il suono viscido della carne e i suoi lamenti soffocati che risuonavano nel silenzio dell’ufficio. Ero al limite. Sapevo che la sborrata era imminente e non avevo alcuna intenzione di chiedere il permesso.

«Sì… così, puttana… sto venendo!» urlai, stringendo la presa sui suoi capelli.

Esplosi direttamente all’interno della sua gola. Flotti caldi, densi e abbondanti di sperma le inondarono le pareti orali. Miriam mandò giù tutto con sussulti regolari del pomo d’Adamo, costretta a deglutire la mia linfa per non affogare. Quando sfilai il membro, ormai cadente, lei tossì ancora, con i residui biancastri dello sperma che le colavano sulle labbra, macchiando la seta della camicetta aperta.

Rimase con il capo chino, ansimante, sfinita sul bordo della sedia di pelle.

«Pulisci,» le ordinai con tono glaciale, porgendole il cazzo umido.

Miriam tese la lingua, ripulendo meticolosamente ogni piega del mio prepuzio da brava sgualdrina addestrata, ingoiando gli ultimi residui senza emettere una sola parola. Il suo volto era scarlatto, lo sguardo completamente svuotato di ogni dignità.

Mi risistemai i pantaloni, tirando su la zip con un rumore metallico che sancì la fine del rito. Le accarezzai la testa, facendo passare le dita tra i suoi ricci morbidi e umidi di sudore.

«La tua prova è superata, mia cara. Da questo momento sei ufficialmente la mia segretaria privata. Ai miei ordini, sempre disponibile, ogni volta che avrò sete.»

Miriam fece cenno di sì con la testa, gli occhi fissi sulle mie scarpe lucide.

«Un’ultima cosa, Miriam. Da domani in questo ufficio indosserai soltanto tailleur attillati e camicette di seta. E non voglio vedere alcuna biancheria intima sotto i vestiti. Niente mutandine, niente reggiseno. Devi essere pronta per me in ogni istante. Chiaro?»

«Sì, mio Padrone… certo,» rispose con un filo di voce che era ormai la voce della sua totale sottomissione.

«Bene. Ora puoi andare. A domani, Miriam.»

«Grazie… a domani,» sussurrò lei, riallacciando la camicetta con dita tremanti prima di sparire nella nebbia di Marghera, lasciando l’ufficio saturo del profumo della sua resa.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Pubblicato: 19 Maggio 2026
Modificato: 19 Maggio 2026
Lettura: 10 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Romance Bdsm, Umiliazione

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