Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il calore all’interno del vagone di seconda classe era una cappa asfissiante, un sudore acido che impastava i vestiti alla pelle. Il treno fendeva la campagna desolata di agosto, scosso da un sussulto metallico costante, monotono, quasi ipnotico. Mi sedetti nel compartimento deserto, o quasi. Di fronte a me, due figure corvine rompevano il grigio dei sedili logori: due giovani novizie, recluse in abiti troppo pesanti per quella calura padana.
Ero un uomo senza volto per lo Stato, un fantasma che si spostava tra una stazione e l’altra con l’odore del tabacco trinciato e della strada addosso. Sapevo di apparire come un relitto, un vagabondo dai lineamenti induriti da un passato che la legge avrebbe voluto seppellire. Ma sotto i miei jeans sporchi e la camicia stazzonata, sentivo ancora il battito feroce del predatore. Osservavo le loro mani intrecciate sui rosari: una pelle d’ebano, profonda e vellutata; l’altra pallida come cera, probabilmente arrivata dal gelo dell’Est. Erano giovani, nel pieno di una fioritura che avevano deciso di recidere prima ancora che sbocciasse. O forse no.
Mi domandai se sotto quegli strati di lana nera battesse un desiderio sporco, se il silenzio dei chiostri fosse popolato da fantasmi di carne. Il pensiero mi eccitò con una violenza improvvisa. Iniziai a massaggiarmi la patta, lentamente, senza distogliere lo sguardo dalle loro iridi che, inevitabilmente, caddero proprio lì. Vidi il rossore divampare sui loro colli, una reazione chimica, viscerale. Avevo trovato le mie prede. Il sacro stava per incontrare il profano nel modo più crudo possibile.
«Bambine…» la mia voce era un raschio ferroso che interruppe il ronzio del condizionatore guasto. Mi rivolsi a quella di colore. «Cosa nascondete sotto tutto quel nero? Sarei curioso di vedere il pizzo della vostra umiltà.»
«Si vergogni, signore. La smetta subito,» rispose lei, ma la voce le tremava, tradita da una curiosità che lottava con la dottrina.
«Vergognarmi? Voi dovreste farlo per come fissate il mio sesso. Lo sentite come pulsa? Vuole conoscervi.»
La novizia bionda fece per alzarsi, gli occhi sbarrati che cercavano una via di fuga in quel corridoio vuoto. Le afferrai il polso con una morsa d’acciaio, costringendola a risedersi. Il coltello a serramanico scattò con un rumore secco, la lama che scintillava alla luce del tramonto che filtrava dal finestrino sporco.
«Nessuna mossa falsa, o questo acciaio vi insegnerà il martirio più in fretta di quanto speriate. Alzate le tonache. Ora.»
La nera ubbidì per prima, le dita tremanti che sollevavano il pesante tessuto nero. Emersero cosce solide, imperlate di sudore, coperte da una peluria scura e ispida che moriva dentro culotte di cotone castigato. Era la classica immagine della castità rurale, l’odore di incenso e fatica. Ma la bionda… la bionda era un’altra storia.
Esitò, singhiozzando, poi sollevò la veste. Rimasi senza fiato. Sotto l’abito monastico indossava un perizoma di pizzo trasparente, un filo di seta che spariva tra le natiche e lasciava vedere una vulva perfettamente depilata, lucida di un’eccitazione che smentiva ogni sua lacrima.
«Guarda la piccola martire,» sogghignai, tirando fuori il mio membro che ormai reclamava spazio. Erano venti centimetri di carne scura e tesa, pronti a colpire. «Eri già pronta per il peccato, vero? Non dirmi che quella fica è ancora vergine.»
«Non… non lo so perché lo faccio… mi piace sentirlo addosso… la seta… il proibito…» confessò lei tra i respiri affannosi, mentre la compagna la guardava con un misto di odio e invidia.
«Allora servimi, troia.»
Le afferrai la testa e la spinsi verso il mio sesso. La sua riluttanza durò il tempo di un respiro, poi le sue dita iniziarono a circondare la mia carne con una sapienza che non si impara nelle scritture. Ma non mi bastava la sua mano. La presi per i fianchi con una violenza animale, la voltai e la misi a pecorina sul sedile, premendole il volto contro la spalla della compagna, che ora non distoglieva più lo sguardo, con la mano che artigliava convulsamente la propria tonaca all’altezza dell’inguine.
Strappai quel ridicolo pizzo trasparente e la penetrai con un unico affondo secco. Non era vergine, la carne accolse il colpo con un risucchio avido. Iniziai a pompare con rabbia, ogni spinta era un sacrilegio che mi faceva vibrare le ossa.
«Dillo! Dillo che ti piace il cazzo del vagabondo nella tua fica consacrata!»
«Sì… sì… scoppiami dentro… sono una peccatrice… sono la tua cagna!» gridava lei, ormai in preda a un delirio erotico.
L’altra novizia, sopraffatta, si era sollevata la veste e stava lavorando freneticamente sul proprio clitoride, gemendo in una lingua straniera. Quando sentii l’onda montare, mi staccai e le inondai la schiena e il ventre con una scarica di sperma bollente e denso, un marchio di possesso che colava lungo le sue cosce lisce.
Estraessi di nuovo il membro, ancora parzialmente rigido, e lo porsi tra i loro volti sconvolti. «Pulitemi. Non voglio che si sprechi nulla.»
Le due donne si avventarono sul mio sesso come animali affamati. Le loro lingue si intrecciarono attorno alla cappella, risalendo lungo le vene, leccando le palle con una frenesia vorticosa. Mi fecero venire di nuovo nel giro di pochi minuti, una pioggia calda che imbrattò i loro volti, colando sui colletti bianchi delle tonache.
Mi ricomposi giusto in tempo. Il rumore dei passi del controllore risuonava nel corridoio. Mi alzai, infilando il coltello in tasca, e mi spostai nell’ombra in fondo allo scompartimento. «Non pulitevi,» ordinai con un ultimo ghigno.
Vidi l’uomo in divisa entrare, lo sguardo che passava dal biglietto alle due suore. Restò pietrificato. Due spose di Cristo con il volto segnato da colate di seme fresco, gli occhi lucidi e la respirazione ancora spezzata. Non ebbe il coraggio di dire nulla; forò i biglietti con dita tremanti e uscì quasi correndo, inciampando nei suoi stessi passi.
Il treno frenò con un sibilo metallico entrando in stazione. Scesi rapidamente sul marciapiede, confondendomi tra la folla di pendolari stanchi. Mi diressi verso i bagni per sciacquarmi il viso, sentendo ancora addosso l’odore di quel peccato consumato in corsa. Il mondo era pieno di santuari da violare, e io avevo tutta la notte per decidere quale sarebbe stato il prossimo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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