Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La pioggia di novembre batteva contro le ampie vetrate dell’ufficio presidenziale con la cadenza di un metronomo implacabile. All’interno, l’unica luce era quella calda e soffusa di una lampada di design che proiettava ombre lunghe sul tappeto di seta persiana. Beatrice era ferma al centro della stanza, la schiena dritta ma le spalle percorse da un fremito impercettibile. Davanti a lei, sprofondato in una poltrona di pelle che pareva un trono moderno, sedeva il Dottor Valerio Marini. Quarant’anni, una mascella squadrata che non conosceva esitazioni e un fisico reso massiccio da ore di palestra, Valerio la osservava con la pazienza di un ragno che ha appena sentito la tela vibrare.
«Sediti, Beatrice,» disse lui, la voce bassa, una vibrazione che sembrava scorrere sotto il pavimento. «O preferisci restare lì, a farti giudicare dal silenzio?»
Lei non si mosse. Indossava la divisa della compagnia: un tailleur antracite che fasciava i suoi quarant’anni con un’eleganza quasi crudele. Beatrice era una donna mozzafiato, una bellezza matura che non aveva nulla da invidiare alle ventenni che popolavano gli uffici del piano di sotto. Aveva fianchi stretti, gambe che sembravano non finire mai e un seno che, nonostante la stoffa castigata della camicetta di seta, rivelava una turgidezza prepotente.
«Sappiamo entrambi perché sei qui,» continuò Valerio, rigirandosi tra le dita un dossier che conteneva le prove di quell’ammanco contabile, quella leggerezza che Beatrice aveva commesso per coprire un debito familiare e che ora pesava su di lei come una condanna a morte professionale. «Potrei distruggerti in dieci minuti. Una telefonata, una denuncia, e la tua carriera, la tua reputazione, la tua splendida vita borghese… tutto diventerebbe cenere.»
Beatrice abbassò lo sguardo. Il respiro era corto, affannoso. «È stato un errore, Valerio. Sono stata incastrata da chi credevo amico. Ti prego…»
«Le suppliche non mi eccitano, Beatrice. Mi annoiano,» la interruppe lui, alzandosi con una lentezza predatrice. Le girò intorno, facendole sentire l’odore del suo profumo costoso, un mix di tabacco, agrumi e potere. «Vedi, io non sono un uomo cattivo. Sono solo un uomo con dei bisogni. E tu mi sei sempre piaciuta. Quel tuo modo di camminare, quell’aria da santa che nasconde un corpo fatto per il peccato… mi ha sempre ossessionato.»
Si fermò davanti a lei, così vicino che Beatrice poteva sentire il calore emanato dal suo petto. «Ti propongo un accordo. Io brucio questo dossier, e tu mi dimostri che sei grata. Molto grata.»
«Cosa vuole che faccia?» sussurrò lei, la gola secca. La nausea combatteva con una strana, oscura scarica di adrenalina che le risaliva lungo la spina dorsale. Sapeva che Valerio era un uomo spietato, un single che collezionava conquiste con la stessa freddezza con cui scalava le aziende.
«Voglio vedere cosa nascondi sotto quel tailleur così serio. Cominciamo con qualcosa di semplice: mostrami le tue tette.»
Beatrice rimase impietrita. L’umiliazione iniziò a colorarle le guance di un rosso vivido. «Non può dirlo sul serio… qui? In ufficio?»
«Ogni secondo che passi a protestare è un passo più vicino alla prigione, Beatrice. Non mettermi alla prova. Non stasera.» Il tono di Valerio era diventato gelido, una lama che non ammetteva repliche.
Con le dita che tremavano visibilmente, Beatrice portò le mani al primo bottone della giacca. La sfilò, lasciandola cadere sul tappeto. Poi passò alla camicetta bianca. Uno dopo l’altro, i bottoni si arresero. Sotto, un reggicalze di pizzo nero stringeva il suo petto, sollevando una terza coppa C che sembrava urlare per essere liberata.
«Più piano,» ordinò Valerio, tornando a sedersi e accendendo un sigaro. «Voglio godermi ogni centimetro della tua capitolazione.»
Beatrice si sfilò la seta, restando in reggiseno. La pelle diafana contrastava con il nero del pizzo. Con un gesto carico di vergogna, slacciò il gancio posteriore. Il reggiseno scivolò via e lei si coprì istintivamente con le braccia, le dita che affondavano nella carne morbida dei seni.
«Via le mani,» ringhiò lui.
Lei obbedì, abbassando le braccia lungo i fianchi. I suoi seni erano spettacolari: pesanti ma sodi, con capezzoli rosa già turgidi per il freddo o per lo shock. Valerio si alzò, le si parò davanti e le afferrò un seno con la mano larga, stringendolo con una forza che le strappò un gemito.
«Magnifiche. Proprio come le sognavo mentre ti guardavo durante le riunioni,» disse lui, iniziando a manipolare il capezzolo con il pollice ruvido. Poi si chinò, avvolgendo l’areola con la bocca, succhiando con una foga che fece inarcare la schiena a Beatrice.
«Ahi… mi fa male, Valerio…» protestò lei debolmente, sentendo però le gambe farsi molli.
«Il dolore è il prezzo del tuo riscatto,» rispose lui, trascinandola verso il divano di pelle nera. La fece sedere bruscamente. Con un movimento rapido, lui si aprì la cerniera dei pantaloni sartoriali. «Ora dimostrami quanto tieni alla tua libertà. Tiralo fuori.»
Beatrice esitò solo un istante, poi il terrore della rovina ebbe il sopravvento. Allungò la mano e liberò un cazzo enorme, violaceo per la tensione, che pulsava contro la sua coscia. Era un membro massiccio, prepotente, che sembrava un insulto alla sua compostezza.
«Prendilo, Beatrice. Fammi sentire quanto sei brava a implorare senza usare le parole.»
Lei lo guardò, gli occhi lucidi di lacrime che iniziarono a rigarle il viso, rovinando il trucco impeccabile. Aprì la bocca e lo accolse. Era così grosso che dovette usare entrambe le mani per guidarlo, sentendo la pelle tesa e calda contro il palmo. Valerio le afferrò i capelli corvini con una mano di ferro, dettando il ritmo.
Senza preavviso, iniziò a spingere con violenza, affondando tutto il cazzo nella sua gola. Beatrice emise un suono strozzato, un rantolo di soffocamento, mentre le lacrime scorrevano ora a dirotto. Lui non aveva pietà: la usava come un orifizio inanimato, scopandole la bocca con colpi secchi e profondi. L’asta spariva completamente tra le labbra di lei, forzando la gola in un modo che pareva impossibile.
«Togli le mani, voglio sentire solo la tua bocca,» comandò lui, aumentando la foga.
Beatrice, nonostante il dolore e l’umiliazione, iniziò a muoversi con una perizia inaspettata. Forse era l’istinto di sopravvivenza, o forse quella parte di lei che aveva sempre soffocato sotto il velo della moralità. Iniziò a usare la lingua, a leccare freneticamente la base mentre accoglieva la punta, mungendo quel bronzo vivente con una fame che lasciò Valerio senza fiato.
L’odore del sesso e dell’eccitazione saturò l’aria. Il rumore dei corpi che si scontrano, lo schiocco umido della bocca che si stacca e riattacca, i gemiti soffocati di Beatrice: tutto contribuiva a creare un’atmosfera di peccato assoluto. Lei continuò per minuti, scendendo con la lingua fino allo scroto, risalendo lungo la vena dorsale, succhiando la cappella con una suzione sonora che faceva vibrare l’intero ufficio.
«Sì… così… troia… succhialo tutto!» urlò Valerio, ormai prossimo all’esplosione.
Le afferrò di nuovo i capelli, costringendola a guardarlo negli occhi mentre la sua faccia diventava una maschera di sofferenza e sottomissione. Valerio si irrigidì, il respiro che diventava un ruggito. Con un ultimo affondo violento, inondò la sua bocca con un fiotto bollente e infinito di sperma. Beatrice cercò di deglutire, ma la quantità era tale che il liquido iniziò a colarle dagli angoli della bocca, scivolando lungo il mento e andando a macchiare la pelle candida dei suoi seni.
Valerio si staccò lentamente, ansimando, mentre lei rimaneva accasciata contro le sue gambe, esausta. Il trucco colato, le lacrime e il seme formavano sul suo volto una maschera di degradazione che la rendeva, agli occhi di lui, ancora più desiderabile.
«Il debito è saldato, per oggi,» disse lui, ricomponendosi con una freddezza glaciale. «Ma non pensare che sia finita. C’è ancora molto lavoro da fare per cancellare completamente quel dossier. Ora pulisciti e sparisci. Ti chiamerò io quando avrò di nuovo bisogno della mia impiegata preferita.»
Beatrice si alzò, le gambe tremanti, cercando di recuperare i pezzi della sua dignità insieme ai suoi vestiti sparsi sul pavimento. Uscì dall’ufficio nel silenzio della notte, con il sapore acre di lui ancora in bocca e la consapevolezza che, da quella sera, la sua anima apparteneva a un uomo che non avrebbe mai smesso di reclamarla.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.
🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?
Segnalacelo subito qui