Quanto costano i privilegi…

Racconto

← Torna indietro
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

In ufficio, l’Amministratrice Delegata era un predatore all’apice della catena alimentare. Il suo nome era Vittoria. Quarant’anni di gelida perfezione, una silhouette modellata da completi sartoriali, gonne a matita che le fasciavano i fianchi stretti e tacchi a spillo che risuonavano nel corridoio come rintocchi di un’esecuzione imminente. Nessuno osava guardarla negli occhi troppo a lungo.

Io ero solo un quadro intermedio, invisibile nel grande schema dell’azienda, fino a quando non mi aveva chiesto un favore. Un’operazione delicata, fuori orario, al limite del regolamento. L’avevo eseguita con un’efficienza silenziosa. La sua reazione mi aveva spiazzato: un sorriso predatore, un complimento sussurrato e un indirizzo. Il suo attico. Mi aveva invitato per discutere un mio “inserimento nel suo staff personale”. L’idea di una promozione era inebriante, ma a farmi tremare le mani sul volante, mentre guidavo verso casa sua, era l’attrazione viscerale e malata che provavo per lei. L’arroganza con cui dominava tutti mi faceva pulsare il sangue nelle vene in un modo che non osavo ammettere neppure a me stesso.

Suonai il campanello del suo attico. La porta si aprì quasi subito. Vittoria era una visione di pura, aristocratica crudeltà. Indossava una camicetta di seta sbottonata, una minigonna di pelle nera vertiginosamente corta e i suoi immancabili stiletto tacco dodici. Ma non fu lei a farmi mancare il respiro. Abbassai lo sguardo. Inginocchiata sul parquet di rovere scuro, ai piedi di Vittoria, c’era una ragazza. Completamente nuda. I lunghi capelli biondi le ricadevano sul viso rivolto verso il pavimento. Ci misi un secondo a riconoscerla: era Camilla, l’assistente junior che il giorno prima aveva sbagliato l’invio di alcune pratiche importanti. Vittoria l’aveva umiliata pubblicamente in sala riunioni. Evidentemente, la punizione aziendale non era stata sufficiente.

«Entra,» ordinò Vittoria, la voce priva di qualsiasi inflessione ospitale. Con la punta del tacco sollevò il mento della ragazza nuda. «Vedi questa stupida troia? Credeva che un richiamo scritto fosse la fine della storia. Ma qui le regole le detto io.» Si voltò, dandoci le spalle. Camilla iniziò a gattonare a quattro zampe per seguirla, come una cagna ubbidiente. Rimasi paralizzato sulla soglia, il cuore che mi martellava contro le costole. Vittoria si fermò e mi lanciò uno sguardo tagliente da sopra la spalla. «Cosa c’è? Ti fa impressione? Credevi di essere venuto qui per un cazzo di aumento?» Le sue labbra si incurvarono in un sorriso spietato. «Da questo momento, voi due siete le mie proprietà. I miei schiavi. O fate esattamente come dico, o domani le vostre carriere sono finite.»

L’aria di assoluta onnipotenza che emanava mi schiacciò. E, con mio immenso e perverso stupore, mi eccitò a dismisura. La minaccia professionale si mescolava all’adrenalina pura. Chiusi la porta a chiave dietro di me. Avevo appena firmato la mia condanna.

Vittoria entrò nel grande salone minimalista e si accomodò su un’enorme poltrona di pelle bianca, allargando le gambe con un’oscenità calcolata. «Ora mi dovete far godere. Esattamente come voglio io,» sibilò, accarezzandosi i seni attraverso la seta della camicia. «Altrimenti vi distruggo. Inizia a toccarti, troietta. E tu…» i suoi occhi neri si puntarono su di me, «metti la faccia sul pavimento e leccale i piedi.»

Non ci fu alcuna protesta. L’istinto di sopravvivenza aziendale era stato soppiantato da un’urgenza carnale assoluta. Mi inginocchiai sul parquet freddo, strisciando verso Camilla. La bionda aveva già iniziato a sfregarsi la figa, il respiro rotto dal terrore e dall’eccitazione. Presi i suoi piedi tra le mani e iniziai a leccarne le piante sudate. Sotto i pantaloni, il mio cazzo era già esploso in un’erezione dolorosa e durissima, confinata nella stoffa.

Vittoria sbuffò, annoiata. Si sporse in avanti dalla poltrona e afferrò i capelli biondi di Camilla, tirandole indietro la testa. Senza preavviso, infilò la punta affilata del suo stiletto direttamente nella bocca della ragazza. «Succhialo, stronzetta. Pulisci la suola con la lingua,» ringhiò Vittoria, spingendo il tacco di metallo contro il palato di Camilla e schiacciandole il naso con la suola rossa della scarpa. La ragazza emise un gemito soffocato, sbavando sul cuoio della scarpa mentre le dita della sua stessa mano continuavano a masturbarle freneticamente la figa ormai fradicia.

«Tu,» mi chiamò Vittoria, la voce bassa, carica di lussuria imperiosa. Si sollevò la minigonna di pelle fino alla vita. Sotto, non indossava assolutamente nulla. Né calze, né mutandine. Solo la sua figa glabra, lucida di umori, e lo sbocco scuro del suo ano. «Vieni qui. Leccami il culo.» Ero totalmente in suo potere. Mi trascinai in ginocchio e affondai il viso tra le sue cosce spalancate. L’odore del suo sesso – muschiato, aspro, prepotente – mi inebriò. La mia lingua scivolò sul suo sfintere stretto, leccando e premendo. Lei inarcò la schiena, dimenando i fianchi contro il mio viso. Ogni volta che la facevo godere, lei scaricava la tensione premendo ancora più forte lo stiletto nella gola di Camilla, che ormai aveva gli occhi lucidi e annaspava per respirare.

«Ti piace servire il mio culo, eh?» ansimò Vittoria, guardandomi dall’alto in basso. «Vediamo a cosa ti serve quel cazzo che ti fa difetto nei pantaloni. Scopatela.» Non me lo feci ripetere. Mi spogliai con foga disperata, liberando la mia erezione fremente. Spalancai le cosce tremanti di Camilla e affondai in lei in un colpo solo. Era stretta, bagnatissima, un mix di sottomissione e terrore. Mentre le pompavo il bacino contro il pavimento, Vittoria si alzò. Si abbassò su di noi, accovacciandosi direttamente sopra il viso di Camilla. Senza alcuna delicatezza, le sbatté la propria figa grondante direttamente sulla bocca. La scena era un quadro di depravazione assoluta: io penetravo l’assistente, e la CEO dell’azienda si faceva leccare la figa da lei, guardandomi dritto negli occhi. Vittoria gemeva, i suoi fianchi si muovevano con violenza contro il volto della bionda. Nell’impeto del piacere, le mani di Vittoria scattarono in avanti, piantando le unghie smaltate nei seni nudi di Camilla. La graffiò con ferocia, lasciando lunghe strisce rosse sulla pelle pallida, facendola sanguinare leggermente. «Usa quella cazzo di lingua, puttana inutile!» urlò Vittoria contro il viso sommerso di Camilla. «Visto che in ufficio non sai fare un cazzo, almeno renditi utile qui!»

L’attrito, la dominazione, la crudeltà visiva mi stavano spingendo oltre il limite. Sentivo le palle cariche, stavo per sborrare, e Camilla sotto di me si stava contraendo nell’imminenza dell’orgasmo. «Fermo!» ordinò Vittoria, un istante prima del punto di non ritorno. Il mio corpo si congelò. Il respiro mi bruciava nei polmoni. Ancora accovacciata sul viso di Camilla, Vittoria mi guardò. «Toglimi le scarpe. Usa solo la lingua e i denti.» Mi avvicinai ai suoi piedi, ancora calzati in quegli stiletto assassini. Con i denti, feci scivolare via il cuoio dai talloni. L’odore della sua pelle, rimasta chiusa nella scarpa costosa, era un mix di sudore pungente e profumo. Era inebriante. Sconfitto dalla lussuria, feci scivolare la lingua lungo le pieghe della sua pianta del piede, assaggiandola con ingordigia. Il suo tallone nudo scattò contro la mia guancia in un calcio secco. «Chi ti ha dato il permesso di leccarmi i piedi?» sibilò, gelida. «Questo è un fottuto premio. E te lo darò io quando lo deciderò.»

Si rialzò in piedi, lasciando Camilla con il viso interamente sporco dei suoi umori vaginali. «Ti sei divertita, stronzetta?» disse Vittoria, lisciandosi la gonna. «Ora vediamo quanto sai renderti davvero utile.» Afferrò Camilla per un braccio, tirandola su e trascinandola verso il retro del grande divano. Lì, steso sul pavimento, c’era un largo tappeto nero. Non era tessuto, ma un letto di chiodi fitti, un autentico tappeto chiodato per pratiche BDSM estremo. «Stenditi a pancia in giù,» ordinò. «Da adesso sei il mio fottuto materasso. Se osi lamentarti, ti spezzo.» Camilla, tremante, annuì debolmente e si calò sulla superficie acuminata, sopprimendo un gemito di dolore mentre le punte di metallo le mordevano la pelle della pancia, delle cosce e del seno. Vittoria salì lentamente su di lei. Piantò un piede nudo direttamente sul sedere della ragazza e l’altro in mezzo alle scapole. Il peso della donna schiacciò Camilla contro i chiodi. «Si dice: Sì, Padrona,» le ricordò Vittoria, premendo con il tallone. «Sì… Padrona…» singhiozzò Camilla, le lacrime che le rigavano il viso. Soddisfatta, Vittoria si lasciò cadere, sdraiandosi completamente sulla schiena martoriata della ragazza. Mi guardò, allargando le gambe verso di me, esponendo di nuovo il suo sesso. «Vieni qui. Entra e distruggimi.»

Mi avventai su di lei. Il contrasto era folle, deviato: affondavo il mio cazzo nella carne calda e accogliente del mio capo, mentre sotto di lei, schiacciato dal nostro peso combinato, il corpo di Camilla fungeva da materasso umano, trafitto da mille aghi. Ad ogni mia spinta, Vittoria gemeva di piacere, e il suono si fondeva con i gemiti agonizzanti di Camilla sotto di noi. Affondai il viso nel seno di Vittoria, finalmente libero dalla camicetta. Succhiavo i suoi capezzoli mentre lei mi aggrappava la schiena. Quando l’orgasmo mi travolse, lei piantò le sue unghie affilate nei miei muscoli, graffiandomi a sangue mentre svuotavo fiotti densi e caldi della mia sborra direttamente nel suo utero.

Rimanemmo lì per qualche istante, il mio respiro pesante contro il suo collo. «Sei un bravo scopatore,» mormorò lei, il tono quasi pigro, soddisfatto. «Vieni, ti do il tuo premio.» Ci alzammo. Camilla si trascinò via dal tappeto chiodato, il corpo costellato di minuscoli puntini rossi e tumefazioni. Era un relitto. Vittoria tornò alla poltrona, la figa che gocciolava la mia sborra lungo le cosce, e si sedette a gambe larghe. «Il tuo collega mi ha sporcata,» disse, indicando Camilla. «Vieni a ripulirmi la figa con la lingua. E tu…» guardò me, «puoi finalmente leccarmi i piedi.»

Eseguimmo gli ordini come due bestie ammaestrate. Camilla le immerse il viso tra le gambe, ingoiando il mio seme direttamente dal sesso della Padrona, mentre io mi dedicai ai suoi piedi. Ero così accecato dalla foga, così disperato di possederla almeno in quel modo, che mentre succhiavo avidamente tutte e cinque le dita del suo piede destro, serrai inavvertitamente i denti. Un morso, leggerissimo ma avvertibile. Vittoria ritrasse il piede con uno scatto. «Ahi!» ringhiò, gli occhi che si restringevano in due fessure. «Ah, allora anche tu sei un piccolo stronzo irrispettoso.»

Fermò Camilla, che aveva appena finito di ripulirla alla perfezione. L’assistente aveva le labbra lucide del mio sperma. «Girati sulla schiena,» mi ordinò Vittoria. Obbedii, stendendomi a pancia in su ai piedi della poltrona. Vittoria afferrò Camilla per le spalle e la spinse brutalmente verso il basso, facendola sedere a cavalcioni direttamente sulla mia faccia. Il culo di Camilla, segnato dai buchi del tappeto chiodato, mi sigillò naso e bocca. «Pisciagli in gola,» ordinò Vittoria alla ragazza. Camilla esitò un millesimo di secondo, poi il tepore ammoniacale e pungente della sua urina mi inondò il viso, aprendomi la bocca in un riflesso di soffocamento. Ingoiai, tossendo, umiliato fino all’ultimo residuo di dignità.

Sopra di me, Vittoria scoppiò in una risata cristallina, perfida e trionfante. «Siete due merde. Mi fate letteralmente schifo,» disse. Mentre affogavo nella pipì della mia collega, Vittoria allungò il piede destro e iniziò a masturbarmi energicamente il cazzo eretto usando solo la pianta e le dita del piede. Contemporaneamente, appoggiò il piede sinistro sul bracciolo della poltrona, costringendo Camilla a chinarsi per leccarglielo mentre continuava a pisciarmi in faccia. Il caos sensoriale era devastante. Il sapore dell’urina, la ruvidità del piede di Vittoria sul mio cazzo, il suo riso crudele. Venni di nuovo, senza controllo, una sborrata secca che mi sporcò l’addome.

Quando fummo svuotati, sporchi, distrutti e completamente piegati al suo volere, Vittoria decise che lo spettacolo era finito. Si alzò, stiracchiandosi come una leonessa sazia. «Rivestitevi e sparite dalla mia casa,» disse, il tono tornato improvvisamente quello freddo e formale della sala riunioni. Ci lanciò un ultimo sguardo, privo di qualsiasi emozione, mentre raccoglievamo i nostri vestiti sparsi sul pavimento con le mani tremanti. «E cercate di non fare tardi domattina al lavoro. Non tollero i ritardatari nel mio ufficio.»

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.

🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!

Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?

Segnalacelo subito qui
Attenzione: I commenti non sono pre-moderati. Le segnalazioni sui commenti inappropriati vengono prese molto sul serio: abusi, insulti o segnalazioni gratuite comporteranno ripercussioni sull'account. Comportati in modo rispettoso.

Dettagli Racconto

Pubblicato: 6 Maggio 2026
Modificato: 6 Maggio 2026
Lettura: 11 min
Viste: 👁️ 50
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

🗑️ Eliminare il racconto?

Sei sicuro di voler eliminare definitivamente questo racconto? L'azione è irreversibile e i dati non potranno essere recuperati.

Sì, Elimina

Lascia un commento

Accedi

Registrati

Reimposta la password

Inserisci il tuo nome utente o l'indirizzo email, riceverai un link per reimpostare la password via email.

🔥 Entra nel Club - È Gratis