Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il ticchettio metallico del collettore di scarico che si raffreddava era l’unico suono rimasto a misurare lo spazio tra il parabrezza e la boscaglia. Odorava di gasolio incombusto, di gomma bruciata e del polimero sintetico dei sedili della pattuglia, un odore chimico che si impastava con l’aroma dolciastro del tabacco da fiuto. La vernice grigio-azzurra del cofano della vettura d’ordinanza era coperta da un sottile strato di polvere stradale, una grana sottile che graffiava la pelle delle mie guance ogni volta che il peso dell’ufficiale dietro di me aumentava la pressione del mio viso contro la lamiera.
La transizione dal perimetro della legalità a quel fosso sterrato era stata una questione di codici digitali non pervenuti. Esaminando la notifica sul terminale portatile, l’agente più alto aveva sollevato gli occhi privi di espressione, decretando il default della mia polizza assicurativa con la stessa indifferenza con cui si registra un carico merci in avaria. Ero rimasta sospesa sulla banchina della statale, conscia che la mia utilitaria, con i suoi faldoni sul sedile posteriore e la mia esistenza ordinata di impiegata della logistica, era appena stata declassata a sequestro amministrativo. Il mio uomo, la sera prima, aveva preferito il fango e la violenza programmata dell’allenamento di rugby alle mie dita che cercavano il suo inguine, lasciandomi con un accumulo di brama non spesa che ora, davanti alla rigidità della divisa, premeva contro le pareti dell’addome.
«La targa risulta scoperta da trenta giorni, signorina,» aveva scandito il secondo agente, un uomo dalla corporatura massiccia, il cui giubbotto antiproiettile stringeva il busto rendendolo simile a un blocco di cuoio e cordura.
Non avevo accennato a una difesa logica. Avevo lasciato che lo sguardo scivolò lungo la banda scarlatta che tagliava i loro pantaloni d’ordinanza, risalendo fino al cavallo teso dal peso della dotazione. La mia minigonna di lana leggera e la blusa scollata, scelte per un appuntamento che non avrebbe mai avuto luogo, erano diventate la valuta immediata per l’estinzione del debito. I loro modi, inizialmente protetti dal rigore del verbale, si erano modificati non appena avevo fatto un passo verso lo spiazzo d’ombra dietro la curva, sculettando con la lentezza calcolata di chi sa di offrire il proprio corpo come compensazione d’ufficio.
Ora, il palmo pesante dell’ufficiale più alto mi serrava i polsi contro l’acciaio del tergicristallo. Mi aveva spinta in avanti con un unico colpo secco del bacino, costringendomi a inarcare la spina dorsale a novanta gradi, sollevando le natiche nude verso il cielo lattiginoso dell’interno collinare. Oltre il vetro del parabrezza, nell’abitacolo della pattuglia, l’agente più anziano era rimasto seduto, la mano infilata nei pantaloni d’ordinanza che si muoveva con una frenesia cieca, gli occhi sbarrati dietro le lenti d’ordinanza mentre consumava la visione della mia sottomissione stradale.
La mano dell’uomo dietro di me non cercava la dolcezza. Divaricò le mie cosce con la punta dello stivale pesante, per poi affondare le dita corte e callose tra le grandi labbra della mia figa, già ridotta a un lago di umori viscosi. La pelle rispondeva alla violenza della divisa con una secrezione parossistica. Sentii due dita penetrare il canale vaginale con un colpo d’urto; il rumore dello sciabattare della carne contro la sua pelle bagnata risuonava nel silenzio dello sterrato, un suono viscido, ritmico, che cancellava ogni residuo della mia dignità civile.
Senza un lamento, assecondai la pressione. Il poliziotto si sganciò il cinturone con un baccano metallico di moschettoni e manette. Liberò il suo cazzo, una massa di carne spessa, imporporata dal sangue e calda come il motore della vettura, e la spinse all’interno della mia figa dilatata. L’affondo fu totale, brutale, una stantuffata che mi costrinse a battere la fronte contro il vetro del parabrezza. Godevo con una ferocità animale, stringendo i denti per non urlare mentre la stoffa ruvida della sua divisa mi smerigliava la pelle dei glutei a ogni spinta del suo bacino.
La portiera della pattuglia si aprì con un cigolio. L’agente più anziano, la cui uniforme trasudava l’odore aspro del sudore d’ufficio e dell’adrenalina accumulata, si avvicinò al perimetro del cofano. Confabulò a bassa voce con il collega, che si sfilò con un ultimo sussulto viscido, lasciando la mia vulva aperta e fumante nell’aria fredda.
«Allarga di più, cagna,» ordinò il nuovo arrivato, la voce resa roca dal tabacco.
Le sue dita fredde trovarono la gola del mio sfintere anale. Iniziò a premere il pollice per vincere la resistenza muscolare della corolla, introducendo gradualmente le nocche all’interno del mio retto. Il dolore acuto, sordo, che mi attraversò il bacino si trasformò immediatamente nell’estasi della totale profanazione. Con una spinta brutale, l’uomo decise di andare oltre il limite: chiuse la mano a pugno e la forzò interamente dentro il mio buco del culo, superando l’anello dello sfintere fino a infilare metà del polso nella mia carne slabbrata. La cassa d’acciaio del suo orologio Casio d’ordinanza scricchiolava contro le mie pareti interne a ogni movimento di va e vieni, un attrito meccanico che mi stava lacerando le viscere ma che mi portava a un livello di eccitazione parossistica.
Nel frattempo, l’ufficiale più alto si era accomodato sul bordo del cofano, proprio di fronte al mio viso. Aprì le gambe divaricate, offrendo la testa violacea del suo cazzo bagnato di precum a pochi centimetri dalle mie labbra. Mi afferrò per i capelli alla radice della nuca, tirando all’indietro la testa per costringermi a spalancare la bocca. Spunse il suo membro interamente nella mia gola, bloccandomi la trachea, costringendomi a deglutire la carne mentre il collega continuava a fistarmi il culo dall’indietro con colpi sordi e spietati.
Ero un incastro di carne e uniformi, ridotta a inventory stradale da liquidare prima del tramonto. La combinazione tra la mano che mi occupava il retto e il cazzo che mi devastava la faringe distrusse le mie ultime difese nervose. Il Climax arrivò come una scossa sorda: venni copiosamente, inondando la mano del poliziotto di un fluido vaginale denso e acido, mentre le pareti del mio ano si contraevano convulsamente attorno al suo polso orolato. Quasi nello stesso istante, l’uomo davanti a me esplose all’interno della mia cavità orale, scaricando flotti caldi, densi e amari di sperma direttamente in fondo alla mia gola.
Mandai giù quella crema calda con sorsi regolari, ripulendo l’asta con la lingua prima che la sfilasse con un rumore secco. L’altro agente ritirò il pugno dal mio culo, lasciando che il buco rimanesse dilatato, bagnato della mia sborra e dei suoi umori che colavano lungo le cosce, cementando la mia pelle alla vernice della vettura. Ero caramellata, svuotata di ogni forza muscolare, riversa sul metallo come un’anatra da macello dopo il trattamento.
Ci vollero diversi minuti perché riuscissi a rimettermi in piedi, le gambe che tremavano sul terreno accidentato mentre cercavo di ricomporre i lembi della mia blusa sporca. I due poliziotti si stavano già sistemando le camicie d’ordinanza, scambiandosi colpi d’intesa sulla pancia con la complicità cameratesca di chi ha eseguito un normale controllo di routine.
Feci per avviarmi verso la mia utilitaria, accennando a un debole sorriso che cercava di sigillare lo scambio, convinta che la transazione avesse azzerato le pendenze con lo Stato. Ma l’agente più anziano bloccò la portiera della mia auto con la mano guantata, un’espressione di gelida professionalità che era tornata a occupargli i lineamenti del viso. Estrasse il blocco dei verbali dalla tasca della portiera.
«Signorina, da una verifica più approfondita sul terminale risulta che anche la revisione periodica del veicolo è scaduta da oltre sei mesi,» disse, la voce piatta, priva di qualsiasi inflessione erotica. «A questo giro le risparmio il sequestro immediato del mezzo, ma devo comunque elevarle la sanzione amministrativa con l’obbligo di recarsi in officina entro quarantotto ore. Ritiro della carta di circolazione se circola oltre il tragitto consentito.»
Mi tese il foglio di carta carbone rosa attraverso il finestrino. Salii a bordo dell’auto nel silenzio dello sterrato, rimettendo in moto mentre avvertivo il bruciore acuto dello sfintere dilatato contro il sedile di stoffa e il sapore del loro seme ancora forte sulla lingua. Mentre mi allontanavo lungo la statale, maledicendo il tegame delle loro madri e l’efficienza burocratica del loro comando, la mia mente iniziò freddamente a calcolare quante altre sessioni stradali avrei dovuto subire per poter pagare il conto del meccanico.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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