Piedi

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La pioggia battente di fine autunno strisciava contro le vetrate opache del circolo canottieri sul lungofiume di Torino, lasciando che il panorama della città si dissolvesse in una sequenza di ombre grigie e fredde. All’interno della sala comune, il calore della stufa in ghisa non riusciva a stemperare del tutto l’umidità che saliva dal fiume, ma creava una bolla di isolamento asettica. Ludovico era seduto al tavolo d’angolo, con gli occhi inchiodati alla figura che gli stava di fronte.

Emanuele, trentotto anni, un corpo massiccio scolpito da anni di canottaggio agonistico, le spalle larghe che tendevano il tessuto della felpa scura e due gambe tese, perfette, che terminavano nei piedi nudi, appoggiati con sfacciata disinvoltura sulla traversa della sedia di legno. Emanuele era eterosessuale, sposato, una linea retta di mascolinità provinciale che non aveva mai concesso margini all’ambiguità. Eppure, la sua sola vicinanza provocava in Ludovico una tensione viscerale, un blocco allo stomaco che si trasformava in una brama parossistica di sottomissione. Voleva toccarlo, voleva ridursi a strumento del suo relax per poterne tastare la carne.

Sfruttando il silenzio della sala, Ludovico decise di fare il passo, gettando sul tavolo l’esca.

«Senti, Emanuele… ma tu hai mai provato a farti fare un vero massaggio profondo ai piedi? Di quelli decontratturanti, dopo l’allenamento?»

Emanuele sollevò lo sguardo dal telefono, incuriosito dal tono basso e denso dell’amico. «No, mai. In genere faccio solo stretching.»

«Dovresti provare. Ti sblocca la circolazione, ti scarica tutta la fatica della giornata e ti fa stare bene in un modo che nemmeno immagini. Se vuoi, ti faccio vedere subito come funziona.»

«Ok, ma adesso? Qui sul tavolo?» chiese Emanuele, accennando un sorriso complice ma distaccato.

«Sì, perché no? In genere la prassi richiederebbe un lavaggio preliminare, ma vedo che i tuoi piedi sono immacolati. Non c’è bisogno di aspettare.»

Senza dargli il tempo di riflettere, Ludovico si chinò in avanti, allungando le mani sul legno. Afferrò il piede destro di Emanuele, sollevandolo con una lentezza cerimoniale. La pelle era calda, tesa sui muscoli del metatarso; le dita erano lunghe, lisce, con le unghie curate e l’arco plantare ben affilato, geometrico nella sua potenza. Ludovico iniziò a esercitare una pressione circolare con i pollici, affondando la carne nelle fasce muscolari, risalendo lentamente lungo la caviglia fino a stringere il polpaccio sodo, coperto da un velo di peluria castana.

«Sai, Emanuele… io di anatomia e di corpi ne ho visti tanti per via dello sport,» sussurrò Ludovico, mantenendo la voce ferma mentre il suo addome si contraeva per l’eccitazione. «Ma un piede perfetto come il tuo non mi era mai capitato tra le mani.»

«Ah sì? E come sarebbe il mio piede?» rispose l’atleta, appoggiando la schiena allo schienale, lasciando che le palpebre si abbassassero leggermente sotto l’azione ritmica delle dita di Ludovico.

«È stupendo. Proporzionato, dritto, reattivo.»

Con un movimento deciso, Ludovico sollevò ulteriormente la gamba di Emanuele, portandosi l’intero piede destro direttamente sulla propria spalla sinistra, incastrandolo tra il collo e la clavicola. Da quella posizione ravvicinata, lo sguardo di Ludovico scivolò lungo il pantaloncino di tazza della tuta di Emanuele: sotto il tessuto di cotone grigio, il sesso dell’uomo stava reagendo, gonfiandosi in un’erezione evidente, tesa, che premeva contro la stoffa.

Senza fare commenti verbali che potessero rompere l’incanto di quel primo cedimento, Ludovico interruppe il contatto, riadagiando il piede sulla sedia.

«Senti, se ti va, stasera posso perdere mezz’ora della mia serata per farti un trattamento completo. Ma a casa mia. Lì ho l’olio di mandorle specifico e il massaggio riesce molto meglio sul divano. Il mio numero ce l’hai. Chiamami se ti liberi dopo cena. Ciao.»

Il giorno successivo, la chiamata arrivò intorno alle ventidue. La voce di Emanuele era più bassa del solito, venata da una sfumatura di urgenza che fece accelerare il battito di Ludovico.

«Posso venire adesso a finire quel massaggio?»

«Certo. Vieni pure, ti aspetto.»

Prima che il campanello suonasse, Ludovico mise in atto il suo protocollo di transizione domestica. Sapeva che l’incontro avrebbe potuto scivolare verso un annullamento totale; entrò in bagno, fece una doccia bollente e si sottopose a un profondo clistere rettale, assicurandosi un’igiene anale assoluta, impeccabile, la prassi necessaria per accogliere la violenza del corpo altrui senza alcuna riserva.

Quando Emanuele entrò nell’appartamento, l’atmosfera era già satura di aspettativa. Indossava un paio di infradito di gomma scura e pantaloni della tuta larghi. Ludovico lo fece accomodare sul grande divano di pelle nera nel salotto in penombra.

«Togliti i pantaloni, Emanuele. Altrimenti l’olio macchia il tessuto e non riesco a lavorare sulle cosce,» ordinò con tono fermo, professionale.

L’atleta eseguì la disposizione, rimanendo solo con i boxer bianchi. Le sue gambe, massicce, pesantemente abbronzate dal sole dell’estate passata sul fiume e ricoperte da un bel pelo folto, mandarono Ludovico in estasi chimica. Si inginocchiò sul tappeto, ai piedi del divano, e prese a toccare la carne con devozione. Le sue dita, unte di olio denso, scorrevano sulla pianta dei piedi, risalendo lungo i tendini fino all’incavo del ginocchio. Dopo dieci minuti di quel trattamento cinetico, Emanuele portò le mani sul proprio bacino, stringendo il tessuto dei boxer nel tentativo di nascondere l’erezione che stava lacerando le mutande.

«Che fai, Emanuele? Ti dà fastidio?»

«No… è che mi sono eccitato. Mi vergogno un po’ a stare così davanti a te,» rispose, girando la testa di lato.

«Resta sereno. È una reazione fisiologica perfettamente normale. Anzi, se il mio tocco ti fa questo effetto, significa che la sottomissione sta funzionando. Questi piedi sono divini, Emanuele… posso dargli un bacino?»

«Fai come ti pare, cazzo… ahaha,» rispose l’uomo, lasciando cadere ogni difesa con una risata nervosa che si trasformò subito in un gemito.

Ludovico non aspettò un secondo invito. Avvicinò le labbra alla carne bagnata d’olio. Passò la lingua nello spazio stretto tra le dita dei piedi, per poi succhiare il pollicione con una voracità metodica, stringendo le labbra attorno all’unghia curata. Emanuele chiuse gli occhi, inarcando leggermente il bacino sul divano; i suoi respiri si fecero ranti, pesanti, mentre i piedi venivano interamente leccati e bagnati dalla saliva di Ludovico.

Quando il cazzo di Emanuele divenne un blocco di carne marmorea che tendeva i boxer bianchi fino al limite biologico, Ludovico allungò le dita, afferrò l’elastico e gli sfilò le mutande con un unico strattone definitivo. Emanuele rimase completamente nudo sotto la luce ambrata del salotto. Il suo membro svettava verso l’alto, venoso, imporporato di sangue caldo, la cappella già grondante di un liquido pre-eiaculatorio limpido.

Ludovico riprese il movimento dal basso: leccò l’interno delle cosce, risalendo lungo l’inguine, fino a trovarsi con quella lama di carne a pochi centimetri dalle labbra. Non fece in tempo a spalancare la bocca che Emanuele, sopraffatto dal parossismo e dal bisogno di imporre la propria mascolinità violata, gli afferrò la nuca con entrambe le mani. Stringendo le dita nei capelli di Ludovico con una presa ferina, lo tirò verso il basso e iniziò a scopargli la bocca.

I colpi erano corti, secci, spietati. Il cazzo di Emanuele penetrava la gola di Ludovico, spingendosi oltre il palato molle fino a bloccargli la respirazione, costringendolo a reprimere il riflesso del vomito con le mani serrate sulle cosce dell’atleta. Durò poco. L’intensità di quell’accumulo sensoriale portò Emanuele al limite in meno di un minuto. Si irrigidì sul divano, emettendo un urlo rauco, e eiaculò copiosamente direttamente sul viso di Ludovico. Flotti caldi, densi e abbondanti di sperma inondarono le sue guance, le palpebre e le labbra.

Ludovico rimase in ginocchio, immobile, accogliendo quella colata di linfa con gli occhi aperti, lasciando che il liquido gli rigasse il mento prima di raccoglierlo con la lingua per ingoiarlo con un rantolo di pura devozione.

Emanuele si sfilò, riprendendo fiato, lo sguardo che era tornato freddo, lucido. Mi fissò dall’alto del divano, con il cazzo ancora bagnato che perdeva turgore.

«Ascoltami bene, Ludovico. Questa cosa rimane tra noi due. Se stai buono, zitto e non ne fai parola con nessuno al club, possiamo rivederci la prossima settimana. E magari la prossima volta andiamo oltre, ti apro in due.»

Questa sera è programmato il secondo appuntamento con lui, nello stesso salotto. Ludovico è già seduto sul pavimento, con l’adrenalina che gli pulsa nelle tempie e il cazzo dritto nei pantaloni. Per non commettere errori, per essere pronto a qualsiasi livello di violenza posteriore lui decida di imporre, si è già sottoposto al clistere ed è interamente lubrificato dall’interno. Aspetta solo il rumore delle infradito sulle scale, pronto a diventare la sua troia domestica.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 28 Maggio 2026
Modificato: 28 Maggio 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Feticismo, Gay
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Maledom, Umiliazione

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