Piano quattro

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La pioggia autunnale sferza i vetri oscurati del tuo SUV, mentre il traffico di Milano ci tiene in ostaggio in una morsa di lamiere e fari rossi sbavati sull’asfalto bagnato. Le tue mani, perfettamente curate, stringono il volante in pelle con una rigidità che tradisce il tuo nervosismo. Fuori da questo abitacolo sei una donna spietata, un avvocato d’affari abituato a sbranare i colleghi e a decidere le sorti di aziende milionarie. Ma qui dentro, seduta accanto a me, sei solo carne in attesa di un ordine. Sei la mia puttana.

Ignoro deliberatamente gli sguardi degli automobilisti incolonnati a mezzo metro da noi. Allungo una mano e, con una lentezza calcolata per farti impazzire, inizio a slacciare i bottoni della tua camicia di seta bianca. Il tessuto scivola via, freddo, svelando il calore della tua pelle. Non indossi il reggiseno, me lo avevi promesso stamattina. Le tue mammelle pesanti, piene, si offrono al mio sguardo e al mio tocco.

Infilo le mani nella tua scollatura spalancata, afferrando i tuoi seni con forza, senza alcuna dolcezza romantica. Li impasto, li sollevo, li stringo fino a farti mozzare il respiro. Sento il tuo petto alzarsi e abbassarsi freneticamente. Cerchi di mantenere gli occhi fissi sulla strada, sul semaforo rosso che non accenna a cambiare, ma un gemito roco ti sfugge dalle labbra socchiuse. Le tue zanne da predatrice urbana si stanno già sgretolando.

«Tieni le mani sul volante,» ti ordino, la voce bassa, un sussurro che taglia l’aria condizionata dell’auto.

Il mio pollice e il mio indice trovano il tuo capezzolo. È già turgido, duro come un sassolino sotto la mia pressione. Lo sfrego, lo tiro, lo tormento. È una carezza spudorata, un test per misurare la profondità della tua sottomissione. Voglio sapere quanto sei disposta a farti umiliare mentre il mondo fuori, oltre il vetro bagnato, continua a scorrere ignaro. Ti torturo finché non ti vedo morderti il labbro inferiore fino a farlo sbiancare. Poi, mi piego su di te. Sento il profumo del tuo costoso profumo francese mischiarsi all’odore muschiato e inconfondibile della tua eccitazione. Prendo un capezzolo tra le labbra e lo succhio avidamente, mordicchiandolo con i denti. Sospiri, inarcando il busto verso la mia bocca, offrendoti come la cagna ubbidiente che sei diventata. So benissimo cosa sta succedendo tra le tue cosce. La tua figa sta piangendo. I tuoi slip di pizzo saranno già fradici, intrisi dei tuoi umori, trasformando la tua elegante compostezza in una pozza di lussuria liquida.

Il semaforo diventa verde. «Guida,» ti sussurro all’orecchio, sfiorandoti il lobo con la lingua. «E cerca di non bagnare i sedili, troia.»

Arriviamo nel garage sotterraneo del tuo palazzo in centro. Parcheggi con una foga che tradisce la tua disperazione. Appena spegni il motore, scendiamo. Non ti do il tempo di ricomportarti. Ti cammino dietro verso le porte dell’ascensore e, non appena ti fermi ad aspettare la cabina, infilo le mani da sotto le tue braccia, afferrando di nuovo i tuoi seni nudi sotto la camicia sbottonata. Ti abbandoni contro la mia spalla destra, il collo piegato all’indietro, gli occhi chiusi. So benissimo che in ufficio gli uomini si girano a guardarti, fantasticano su di te, ma nessuno di loro ha idea di quanto tu sia patetica, affamata e sottomessa quando io stringo il guinzaglio. Sei mia.

Le porte di metallo si aprono. Entriamo. Lo specchio della cabina riflette un’immagine che ti eccita da morire: la manager di successo con la camicia spalancata, schiacciata contro la parete fredda dell’ascensore. Premo il tasto per bloccare la corsa tra due piani. Il ronzio meccanico si interrompe, lasciandoci immerse in un silenzio carico di elettricità.

«Alza la gonna,» ti ordino freddamente.

Non esiti. Le tue mani afferrano il tessuto scuro e lo tirano su, rivelando il bordo in pizzo delle tue autoreggenti nere sulla carne pallida delle cosce. La vista mi fa fermare il cuore per una frazione di secondo, ma non te lo do a vedere. Scivolo in ginocchio davanti a te. Con un gesto secco, afferro i tuoi slip zuppi e li tiro giù, facendoli arrotolare sotto le tue ginocchia. L’odore della tua vulva glabra, saturo e pungente, mi investe. È un invito carnale, umido e disperato.

Le tue mani tremano lungo i fianchi, cercando un contatto, ma sai che ti è proibito toccarmi. Sei costretta a subire, a ricevere il mio piacere come un’elemosina per cui devi ringraziarmi. Poggio le mani sulle tue cosce morbide, allargandole, e affondo il viso in te.

La mia lingua trova subito il tuo clitoride, gonfio e pulsante. Inizio a leccarti con movimenti lenti e decisi, assaporando il gusto salato e denso della tua eccitazione. Sento le tue ginocchia cedere leggermente, ma ti tieni dritta contro il muro. Aumento il ritmo, la mia lingua si fa spietata, mentre con le mani risalgo il tuo corpo e torno a stringerti i capezzoli eretti. Sei in trappola. Prigioniera del mio corpo, della mia lingua, della gabbia di metallo e del tuo stesso piacere. Inizi a gemere, suoni acuti, gutturali, privi di qualsiasi ritegno. La potente donna in carriera è scomparsa; ora c’è solo una cagna in calore che ansima contro lo specchio di un ascensore.

Vieni con una violenza che ti fa tremare le gambe, i tuoi muscoli vaginali che si contraggono in spasmi contro la mia bocca. Ingoio i tuoi umori, ma non mi fermo. So che il tuo corpo può darmene un altro, e io lo pretendo. La mia lingua torna ad attaccare i tuoi nervi scoperti, ignorando la tua ipersensibilità. Ti contorci, piangi silenziosamente, ma te lo prendi. Prendi tutto quello che ti concedo. Il secondo orgasmo ti sventra. Ti sfalda completamente. Perdi il controllo di ogni tua singola inibizione e, nel caos sensoriale, ti sfugge l’imperdonabile.

«Ah… ti prego… Amore…»

Il suono di quella parola è come uno sparo. Smetti di respirare nello stesso momento in cui io mi alzo in piedi di scatto. La mia mano fende l’aria e si abbatte sulla tua guancia con uno schiocco secco e violento. La tua testa scatta di lato.

Il silenzio torna a inghiottirci. Hai la guancia rossa, gli occhi sgranati e lucidi per lo shock e l’orgasmo appena sfumato. Sai bene che i sentimentalismi patetici ti sono vietati. Tu non sei il mio “amore”. Tu sei la mia cosa.

Prima che tu possa balbettare una scusa, sblocco l’ascensore. La cabina riprende a salire, ma non si ferma al tuo piano. Continua. Il tuo sguardo si riempie di vero terrore. Sai cosa significa. Qualcuno ha chiamato l’ascensore dai piani superiori. La tua mente elabora a una velocità folle: sei seminuda, con la camicia spalancata, i seni esposti, le mutandine calate sotto le ginocchia e il trucco sbavato. Potrebbe essere chiunque. Il tuo vicino di casa. L’amministratore. Un estraneo che vedrà la facciata di ferro della dottoressa Vittoria sbriciolata in un lago di fluidi e vergogna.

Le porte rallentano. Il display segna l’ottavo piano. Per un attimo, leggo nei tuoi occhi l’attesa rassegnata dell’umiliazione finale. So che ti farei vivere anche questo, se decidessi di farlo. Ma non è ancora il momento di distruggerti pubblicamente. «Mani dietro la schiena,» ti ordino con voce tagliente a un secondo dall’apertura.

Ubbidisci all’istante, nascondendo le mani dietro di te mentre la gonna ricade pesantemente, celando a malapena il caos tra le tue cosce. Faccio un passo avanti, premendo il mio corpo contro il tuo per nascondere la tua scollatura spalancata sotto la stoffa del mio cappotto. Proprio mentre le porte di metallo si aprono e un uomo anziano fa un passo incerto verso di noi, io ti afferro il viso. Schiaccio la mia bocca sulla tua con una ferocia possessiva. La mia lingua ti invade le labbra, costringendoti a ricambiare un bacio appassionato, disperato, che per l’estraneo sembrerà l’impeto irrefrenabile di due amanti che non sanno aspettare. Ma tu e io sappiamo la verità. Sotto il riparo del mio corpo, le mie mani si insinuano di nuovo sulla tua pelle nuda, aggrappandosi alle tue mammelle, strizzandole crudelmente mentre ti rubo il respiro.

L’uomo si schiarisce la voce, visibilmente imbarazzato, si rannicchia in un angolo della cabina e preme il tasto del piano terra. Non smetto di baciarti per un solo istante. Le tue mani sono prigioniere dietro la tua schiena, il tuo corpo trema sotto il mio dominio, il tuo sapore è ancora mischiato alla tua stessa figa sulle mie labbra. Sei paralizzata dal terrore di essere scoperta e inebriata dal fatto che ti sto letteralmente possedendo sotto gli occhi di uno sconosciuto. Quando l’ascensore arriva al piano terra e l’uomo sgattaiola fuori borbottando, le porte si richiudono. Solo allora mi stacco dalle tue labbra gonfie, lasciandoti ansimare, stordita, devastata e mia.

«Piano quattro,» ti dico, pulendomi l’angolo della bocca con il pollice. «E quando entriamo in casa, ti metti in ginocchio.»

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 6 Maggio 2026
Modificato: 6 Maggio 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Romance Bdsm, Umiliazione

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