Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il respiro della costa ligure a metà luglio è un abbraccio umido che sa di sale e di promesse. Ero appena scesa dal treno ad Alassio, ospite della mia “sorella di trucco”, Clarissa. Lei è una creatura mozzafiato: longilinea, con un viso dai lineamenti così dolci da sembrare dipinti e un “piccolo segreto” tra le gambe che non ha mai smesso di regalarle una marcia in più. Ci siamo ritrovate sul lungomare, entrambe in versione en femme, due stangone che non passano inosservate. Abbiamo iniziato a parlottare fitto di ormoni, vestiti e degli sguardi che gli uomini ci lanciavano mentre ondeggiavamo verso il suo attico vista mare.
Arrivate a casa, è iniziato il rituale della trasformazione. Una doccia veloce, tra risate e qualche carezza maliziosa per testare la morbidezza della pelle, poi ognuna si è chiusa nella sua stanza. Ho aperto il mio trolley e ho estratto l’artiglieria pesante. Ho iniziato con un perizoma di seta candida, autoreggenti bianche con un piccolo ricamo a forma di cuore cremisi sulla coscia e un reggiseno rinforzato per sostenere le mie protesi in silicone di quarta misura, talmente realistiche da ingannare anche il tatto più esperto. Poi l’abito: una minigonna di seta bianco perlato, leggera come un sospiro, un top di pelle nera che stringeva la vita come un corsetto e una giacca candida in eco-pelle. Un trucco marcato sugli occhi corvini e sandali dal tacco vertiginoso hanno completato l’opera.
Quando siamo uscite sul balcone per l’ultima sigaretta prima della serata, Clarissa mi ha tolto il fiato. Indossava leggings neri aderentissimi che scolpivano un fondoschiena da modella, un top bianco scollatissimo che lasciava intuire la sua grazia e stivali bianchi che arrivavano fin sopra il ginocchio. Sembravamo due cavallone vogliose pronte a divorare la notte.
In un ristorante del centro, la nostra presenza è stata un terremoto silenzioso. Gli uomini smettevano di mangiare, le donne sussurravano. A metà cena, due giganti si sono avvicinati al nostro tavolo: Marco e Stefano. Muscolosi, eleganti, con quel tipo di sicurezza che emana chi sa di piacere. Ci hanno proposto di andare a ballare e noi, con un sorriso d’intesa, abbiamo accettato. Non avevamo l’auto, ma Stefano ha tirato fuori le chiavi di una Mercedes che brillava sotto i lampioni.
In discoteca è iniziato il gioco. Abbiamo ballato strette a quei corpi scultorei, sculettando con malizia. Sentivo il membro di Marco premere contro le mie natiche a ogni movimento del bacino, una promessa rigida che mi faceva vibrare. Siamo andati al tavolo per un giro di bollicine; l’alcol ha sciolto le ultime riserve. Marco ha iniziato a far scivolare la mano sotto la mia gonna, risalendo le autoreggenti, ma con un bacio umido e profondo l’ho distratto proprio quando le sue dita stavano per toccare la verità.
«Andiamo in suite,» ha sussurrato Stefano all’orecchio di Clarissa.
Siamo finiti in un hotel di lusso. La suite era un oceano di marmo e velluto. Il vino scorreva a fiumi. Mentre ammiravamo il mare dal balcone, siamo state circondate da quattro braccia possenti. I ragazzi erano rimasti in boxer, i loro corpi definiti e turgidi pronti per l’uso. Siamo finite sul letto monumentale. Marco mi ha sollevata, facendomi ricadere tra le lenzuola fresche, e ha iniziato a spogliarmi con una foga quasi brutale.
Quando le sue dita sono arrivate al perizoma e hanno incontrato la “sorpresa”, il suo volto ha avuto un sussulto. Ma non era disgusto. Era una curiosità predatoria. Si è scambiato uno sguardo con Stefano, che aveva appena fatto la stessa scoperta con Clarissa. Hanno sorriso. Erano cacciatori che avevano trovato una preda ancora più esotica del previsto.
Marco si è inginocchiato sopra di me, portandomi il suo sesso massiccio sulle labbra. Ho iniziato a spompinare con una voracità animalesca, mentre lui affondava le mani nelle mie natiche di silicone. In un attimo, Alby — così lo chiamava il suo amico — si è girato e ha afferrato il mio giocattolo, ormai duro come il marmo, iniziando un 69 che mi ha tolto ogni residuo di ossigeno.
Poi, la dinamica si è fatta violenta e magnifica. Siamo state messe a pecora, una accanto all’altra. Usando abbondante saliva e dita esperte, hanno preparato i nostri ingressi posteriori. Quando Marco è entrato in me con un affondo secco, ho emesso un grido che è annegato nel bacio che Clarissa mi ha dato mentre veniva penetrata da Stefano. Eravamo un unico groviglio di carne, scosse dai colpi vigorosi di quegli stalloni che ci sventravano con un ritmo da locomotiva.
Non paghe, ci siamo divincolate per iniziare un bacio saffico estremo, mentre loro continuavano a palparci ovunque. Infine, ci siamo messe in ginocchio sul bordo del letto. I due si sono piazzati davanti ai nostri visi, smanettando freneticamente i loro cazzi gonfi. «Vogliamo tutto,» ha ansimato Clarissa. Fiotti caldi di sperma ci hanno investito il volto, colando lungo il mento e finendo nel solco delle nostre tette. Ci siamo ripulite a vicenda, leccando via quel nettare amaro dalla pelle l’una dell’altra, mentre loro ci incitavano.
Ci siamo addormentate in un’estasi di fluidi e sfinimento, abbracciate nel cuore della passione ligure. Al risveglio, tra baci appassionati e la promessa di ritrovarci per la prossima stagione, sapevo che quell’incontro era stato solo l’inizio. Alassio non sarebbe più stata la stessa.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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