Lucrezia

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il venerdì sera a Milano ha il sapore metallico della pioggia sull’asfalto e il riflesso acido dei neon che si specchiano nelle pozzanghere di via Corelli. Sono uscita dallo studio con i muscoli tesi, una corda di violino pronta a spezzarsi. L’idea di rincasare mi nausea. Vedo già la scena: le mie figlie sono via per il weekend e Sergio sarà già in salotto con i soliti complici, immerso nel fumo dei sigari e nel silenzio rituale del poker.

Non stasera. Stasera scelgo l’oblio della periferia.

Mi rifugio in una vecchia trattoria a pochi isolati dai capannoni industriali. Il locale è un alveare di voci sguaiate e odore di fritto, ma io sono sola e mi assegnano un tavolino minuscolo, incastrato tra un pilastro scrostato e il frigo delle torte gelato. È in quella tana che la sento: una suoneria. Una melodia familiare, irritante come un prurito.

Sbircio oltre il frigo e lo vedo. Mio cognato, l’impeccabile e viscido Stefano. Non è solo. La donna con lui non è mia sorella Carla. Carla è una creatura mite, una sfumatura di grigio che si è lasciata sbiadire dalla prepotenza silenziosa di quest’uomo. Vederlo lì, mentre sussurra nell’orecchio di una bionda qualunque, mi scatena dentro una scarica di adrenalina pura. Se mia sorella è una vittima compiacente, io sono il predatore che non ha ancora cenato.

Pago e me ne vado prima che mi veda. Durante il tragitto verso il mio regno, lo chiamo.

«Disturbo?» chiedo, con una voce che è un filo di seta che nasconde un cappio. «Affatto, cara. Sono a una cena di lavoro noiosissima,» risponde lui, la voce che si fa subito rassicurante, professionale. Sento il silenzio attorno a lui; deve essersi allontanato dal tavolo per mentire meglio. «Immagino. Senti, domani mattina devo finire di allestire il Black Vault per l’evento di lunedì. È un locale fetish, mi serve una mano per spostare le attrezzature pesanti e da sola non ce la faccio. Ti va di aiutarmi? Alle undici?»

Non esita un secondo. Il pensiero di mettere piede nel mio mondo lo eccita più di qualsiasi bionda da trattoria. Lo avviso che il segnale lì sotto non prende, così non avrà distrazioni.

Arrivo al locale con un’ora di anticipo. Il Black Vault è un seminterrato che profuma di gomma, disinfettante e segreti. Mi spoglio nel silenzio tombale della sala. Indosso calze in latex nero che aderiscono alle gambe come una seconda pelle liquida, agganciate a un bustino stringato che mi schiaccia la vita e solleva il seno verso la gola. Ai piedi, tacchi a spillo da dodici centimetri, armi di precisione. Mi trucco pesantemente, gli occhi che diventano due fessure d’inchiostro nel riflesso dello specchio.

Quando suona, abbasso le luci fino a lasciare solo un bagliore ambrato sul palco. Apro elettronicamente e grido dal buio: «Scendi, Stefano. Aspettami sul palco, vicino alla Croce.»

Lo osservo dalle telecamere di sicurezza. Si muove guardingo, ma i suoi occhi brillano. Ama questo ambiente, ama l’odore della trasgressione che non ha il coraggio di pretendere in casa sua. Quando lo raggiungo, resto nell’ombra.

«Fammi da cavia,» ordino. «Voglio testare la tenuta delle polsiere sulla Sant’Andrea.» Lui sorride, fa il finto modesto, ma sale sulla struttura. Aggancio il primo polso. Il clack dell’acciaio è definitivo. «Metti anche l’altro. Se ci riesci.» Si sforza, ansima, la tensione erotica gli imperla la fronte. Quando è bloccato, con le braccia spalancate e le gambe divaricate, la sua vulnerabilità è totale.

«Dimmi, Stefano… mia sorella lo sa che ieri sera eri a ‘cena di lavoro’ con due puttane?» Il silenzio che segue è rotto solo dal battito accelerato del suo cuore. «Cosa dici? Io non…» «Zitto,» ringhio, emergendo dalla penombra. Il frustino in cuoio scrocchia nell’aria, un suono secco che lo fa sussultare. Mi avvicino e inizio a slacciargli la camicia con la punta dell’attrezzo. Le mie unghie gli solcano il petto, lasciando scie rosse che risaltano sulla pelle chiara.

Gli afferro i testicoli con una pressione decisa, quasi dolorosa. «Li hai allora, i coglioni. Pensavo fossero rimasti nel cassetto dei calzini di Carla.» Lui geme, un misto di agonia e piacere. Il suo sesso si indurisce sotto i miei occhi, tradendo la sua pretesa di innocenza. Lo libero dai pantaloni con un gesto brusco. Passo la lingua sul suo collo, mordendo il lobo dell’orecchio fino a fargli sentire il sapore del ferro.

«Vuoi essere il mio cane, Stefano? Perché è questo che sei. Un randagio che mangia dove capita.» Gli serro un collare di cuoio pesante attorno al collo e aggancio il guinzaglio. Estraggo il cellulare e scatto tre foto: lui, nudo, legato alla croce, con lo sguardo perso. «Queste foto piaceranno molto a quella perbenista di mia sorella, non credi?»

Lo slego, ma solo per farlo cadere ai miei piedi. «Inginocchiati. Ora indossa questi.» Gli lancio dei pants in latex attillatissimi. Obbedisce in silenzio, tremando. Lo porto a spasso per la sala, tenendo il guinzaglio corto, costringendolo a salire e scendere le gradinate metalliche finché le sue ginocchia non sono arrossate. Arriviamo al bar. Riempio il secchiello del ghiaccio con l’acqua corrente e glielo metto davanti. «Bevi, cane.»

Mi siedo sullo sgabello alto, dondolando la gamba. «Ti piacciono le scarpe della tua Padrona?» «Sì… moltissimo,» sussurra. Gli premo la punta del tacco contro le labbra. «I cani non parlano. Dimostramelo.» Inizia a leccare il cuoio lucido delle mie calzature, con una devozione che rasenta il fanatismo. La sua lingua percorre lo stiletto, risale verso la suola. Prendo dei cubetti di ghiaccio e li faccio scivolare sulla sua schiena nuda, godendomi i brividi che gli scuotono la carne.

Poi lo spingo a terra e mi siedo sopra di lui, sul bancone del bar. Le mie gambe fasciate dal lattice sono aperte sopra il suo viso. «Usa quella lingua per qualcosa di utile, adesso.» Si avventa tra le mie cosce come un assetato, cercando la mia natura attraverso il velo sottile del perizoma. È bravo, devo ammetterlo. Ha una fame che Carla non ha mai saputo nutrire.

Quando sono satura del suo sforzo, lo trascino per il collare verso i divanetti di velluto scuro. Mi volto, appoggiando le mani allo schienale, offrendogli il mio corpo con disprezzo sovrano. «Prendimi come un animale, Stefano. Non meriti di guardarmi negli occhi.»

Mi possiede con una ferocia disperata, una violenza che è l’unico modo che conosce per non crollare. Sento i suoi denti sulla mia spalla, le sue mani che lasciano lividi sui miei fianchi. Anima come una bestia finché non si svuota sulla mia schiena, un marchio caldo che sancisce la sua sconfitta.

Mi rialzo, sistemandomi i capelli con una calma glaciale. Gli slaccio il collare. «Vai, sei libero. Torna da tua moglie. E ricorda che ogni volta che la bacerai, sentirai il sapore della mia pelle e del mio lattice.»

Guardo la sua schiena mentre sale le scale, curvo e svuotato. Non sono ancora del tutto soddisfatta, ma per stasera, il mostro dentro di me è sazio.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 15 Maggio 2026
Modificato: 15 Maggio 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Femdom, Umiliazione

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