L’ossessione del mattino

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il riverbero metallico della sveglia alle sei del mattino non è mai stato un invito al risveglio, ma una condanna. Eppure, in quell’appartamento saturo dell’odore di caffè appena accennato e di lenzuola calde, il tempo aveva una densità diversa. Dovevamo essere pronti in mezz’ora, pronti per scivolare nel grigiore della routine lavorativa, ma il bagno, con le sue piastrelle lucide e lo specchio appannato, divenne il teatro di un’epifania carnale.

Mentre urinavo, la percezione della sua presenza alle mie spalle mutò. Mi voltai e il respiro mi morì in gola. Martina era ferma davanti allo specchio, intenta a sistemarsi i capelli, ma la sua mise era un insulto alla mia capacità di autocontrollo. Era completamente nuda sopra, i seni sodi e marmorei che puntavano verso l’alto, coronati da capezzoli appuntiti che sembravano voler bucare l’aria fredda del mattino. Sotto, solo un perizoma che definire tale era un eufemismo: un semplice filo nero che spariva completamente tra i suoi glutei abbondanti, esaltandone la curva perfetta. Ma furono i piedi a finire l’opera: indossava un paio di scarpine col tacco basso, un feticcio che sapeva quanto mi facesse impazzire, capace di tendere i tendini delle caviglie e rendere il suo passo una provocazione continua.

Sentii il sangue defluire dalla testa per concentrarsi violentemente nel basso ventre. Il mio cazzo divenne di marmo in tre secondi, pulsando di una vita propria che non ammetteva ritardi. Mi accostai dietro di lei, senza dire una parola, e appoggiai il glande proprio tra i suoi glutei, sentendo il calore della sua pelle attraverso il filo di pizzo.

«Lasciami entrare ora, prima di uscire…» le sussurrai all’orecchio, mordicchiandole il lobo. Lei sorrise allo specchio, incrociando il mio sguardo lucido, ma scosse la testa con una punta di sadismo. «Non se ne parla, siamo già in ritardo. Tienilo al caldo per stasera.»

Quelle sette ore di lavoro furono un calvario. La mia mente era un loop ossessivo: il contrasto tra il candore delle sue natiche e il nero del perizoma, la tensione erotica di quei tacchi che picchiettavano sul pavimento, la consapevolezza del suo corpo sotto i vestiti d’ufficio. Le palle iniziarono a dolermi, un peso sordo che accompagnava ogni mio movimento, mentre piccoli fiotti di liquido pre-eiaculatorio macchiavano irrimediabilmente i miei slip. Era un’agonia deliziosa.

Quando finalmente varcammo la soglia di casa, l’aria era elettrica. Volevo essere pulito, volevo che ogni centimetro della mia pelle fosse pronto per lei. «Vado a fare una doccia veloce, ho bisogno di sciacquarmi di dosso questa giornata,» dissi con voce roca. «Vai pure, io mi stendo due minuti,» rispose lei, sfilandosi le scarpe e lasciandole cadere con un suono sordo.

Mentre mi spogliavo in fretta, la vidi con la coda dell’occhio. Si liberò degli slip con un gesto noncurante. Fu lì che la visione mi colpì come uno schiaffo: mentre scivolava fuori dal perizoma, le “alette” della sua figa, carnose e prominenti, fecero capolino per un istante prima di sparire tra le pieghe delle sue cosce mentre si sdraiava. Era un’immagine da pornografia d’autore, viscerale e scurrile. Sotto l’acqua della doccia, non feci che progettare la mia invasione.

Uscii dal bagno con la pelle ancora umida e il cazzo che sembrava voler scoppiare, pronto a reclamare il suo tributo. La trovai distesa sul letto, le gambe leggermente divaricate. Da quella posizione, i suoi petali apparivano in tutta la loro gloria: scuri, turgidi, leggermente sporgenti, una ferita aperta che implorava di essere colmata. Mi stesi accanto a lei, il mio membro che batteva contro il suo fianco come un martello.

Martina si voltò, lo sguardo le scivolò verso il basso e i suoi occhi si spalancarono per la sorpresa. «Oddio, ma cos’è questo mostro? È viola… che hai combinato tutto il giorno?» «È da stamattina che preme per entrare, Martina. Ricordi? Ti avevo avvertita.» Lei arretrò impercettibilmente, colpita dalla dimensione e dalla violenza dell’erezione. «Sei pazzo… così mi spacchi. Non se ne parla di penetrazione profonda, non subito. Ti faccio godere con i piedi e con la bocca, aspetta che torni dal bagno.»

La delusione fu un lampo freddo, ma durò poco. Sapevo come gestire la sua resistenza. Quando tornò, la afferrai per i polsi e la schiacciai contro il materasso, forzando la vista del suo sesso, dei suoi capezzoli ancora eccitati, dell’arco perfetto dei suoi piedi.

«È troppo grosso…» mormorò lei, quasi intimorita, «usiamo i piedi, ti prego.» Non risposi. Mi inginocchiai davanti a lei, le afferrai una caviglia con forza e portai la bocca sull’incavo del suo piede, leccando con avidità le pieghe che si formavano sotto le dita. Allo stesso tempo, senza chiedere il permesso, guidai la testa del mio cazzo contro le sue alette. Erano bollenti, sature di umori. Con una spinta decisa, ignorando le sue proteste che mutarono subito in gemiti altissimi, affondai dentro di lei.

Il calore mi avvolse come una morsa d’acciaio. Sentivo la sua carne tendersi al limite, le sue pareti che tentavano di respingere e contemporaneamente accogliere quell’intrusione massiccia. Continuai a torturarle il piede con la lingua, succhiandole le dita mentre la sventravo con colpi secchi e profondi. Martina urlava, le mani strette tra le lenzuola, la faccia trasfigurata tra il piacere e lo shock di essere posseduta con tanta irruenza.

Avrei voluto che durasse ore, ma la privazione dell’intera giornata aveva reso il mio seme instabile. Dopo tre, forse quattro spinte a fondo corsa, sentii l’esplosione risalire dalle profondità delle viscere. Ero al limite. Proprio quando sentii la prima scarica partire, mi ritrassi con un gesto violento.

Il mio cazzo schizzò fuori dalla sua fica con un suono umido. La afferrai per la nuca, costringendola a guardare mentre la mia virilità eruttava getti densi e bollenti sulla sua faccia e sulle sue labbra. «Assaggia, cazzo,» ringhiai mentre la inondavo, «questo l’ho conservato per te dal primo istante in cui ti ho vista stamattina.» Lei chiuse gli occhi, accogliendo il getto caldo, mentre io godevo dell’umiliazione consensuale di vederla marchiata dal mio desiderio accumulato, una pioggia bianca che suggellava il possesso di quella giornata infinita.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 9 Maggio 2026
Modificato: 9 Maggio 2026
Lettura: 6 min
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Generi:
Feticismo
Tag:
Degradazione, Feticismo, Maledom, Romance Bdsm, Umiliazione

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