L’eco dell’abisso

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Ci sono memorie che si confondono nella nebbia del tempo, frammenti di un mosaico che il cervello si ostina a rimescolare. Da giorni cerco di mettere a fuoco la prima volta che l’ho preso. La primissima volta. E no, non parlo dei giochi acerbi, degli esperimenti confusi tra lenzuola sudate e respiri corti. Parlo di quando la carne di un uomo mi ha invaso, segnando uno spartiacque netto tra il bambino che ero e l’involucro di vizi che sarei diventato.

Per trovare l’epicentro, il Big Bang della mia vocazione, devo scivolare indietro, nei meandri oscuri dell’infanzia, in una casa dove il sesso non era un tabù, ma l’aria stessa che respiravamo. L’umidità delle pareti si mescolava all’odore acre degli ormoni e del sudore stantio. La mia prima scuola di sottomissione non fu con un uomo, ma con mia madre. Ricordo ancora le sue dita affusolate, fredde e scivolose di sapone, che frugavano nella mia intimità con il pretesto maniacale dell’igiene. Sentivo il mio sfintere contrarsi, una reazione istintiva di difesa, ma quando mi voltavo a guardarla, il suo volto era una maschera di tensione febbrile. C’era un guizzo nei suoi occhi, una risata tesa, quasi isterica, che accompagnava quell’intrusione. Una fame sottile che non capivo, ma che mi penetrava più a fondo di quel dito insaponato.

Lei era l’ape regina di un alveare impazzito. Vedova troppo presto, o forse mai stata moglie per davvero. Era vorace. Instancabile. Divideva le sue notti, e spesso i suoi pomeriggi, tra un pantheon di amanti che si avvicendavano con una regolarità spudorata. C’era Vittorio, l’ombra fissa della casa. E poi c’era lui. Lo zio Ettore. Ettore era un uomo di terra, massiccio, con mani grandi come badili e un odore costante di cuoio e tabacco scuro. Era lui il mio vero iniziatore. Ricordo la prima volta che me lo mostrò. Eravamo soli in corridoio, il fruscio della sottoveste di mia madre ancora nell’aria. Senza una parola, Ettore aprì i pantaloni. Ne uscì un’arma. Un cazzo scuro, spesso, nodoso. Un blocco di carne pulsante che mi terrorizzò e mi affascinò nello stesso istante. «Toccalo,» sussurrò, con una voce che sembrava carta vetrata. «Senti com’è duro. È così che si piega una donna.» Ero terrorizzato, ma la curiosità infantile fu più forte. Chiusi la mano infantile attorno a quell’asta di marmo caldo. Bruciava. Sentii il polso di lui accelerare. Il gioco finì male una sera in cui mia madre ci sorprese. Ettore mi stava premendo il suo mostro turgido contro il viso, costringendomi a guardarlo. Mia madre urlò, una sguaiata scenata di gelosia e possesso, trascinandoselo in camera. Ma il danno era fatto. Avevo assaggiato il potere di quella carne e non l’avrei più dimenticato.

Il vero salto nel vuoto avvenne un paio di estati dopo. Avrò avuto otto, forse nove anni. Ettore mi portò fuori città, sul suo vecchio calesse sconquassato. L’aria era rovente, carica di polvere e cicale. Mi fece sedere sulle sue ginocchia per guidare il ronzino stanco. Ero concentrato sulle redini, quando sentii qualcosa di rigido, inesorabile, gonfiarsi sotto la stoffa dei miei calzoncini corti. Abbassai lo sguardo. Tra le mie cosce chiare, spuntava la cappella violacea e imponente di Ettore. Era un occhio cieco che mi fissava, umido di pre-cum. L’attrito delle mie gambe nude contro di lui lo stava facendo impazzire. «Lascia le redini,» ringhiò lui, il respiro pesante che mi sfiorava la nuca. «Tua madre non c’è. Pensa a me, adesso.»

Fermammo il calesse all’ombra di un ulivo secolare. Il sole a picco trasformava i campi in una fornace dorata. Ettore si appoggiò a una catasta di legna, il suo membro eretto che svettava come una minaccia. «Vieni qui,» mi ordinò. Mi avvicinai, le ginocchia che tremavano. Il calore che emanava dalla sua carne era quasi palpabile. «Voglio vedere se hai lo stesso talento di quella troia di tua madre. Leccalo.» Non ebbi tempo di capire come fare. La sua mano immensa si chiuse a morsa dietro la mia nuca. Mi spinse in avanti, brutalmente. Il suo cazzo era troppo largo, troppo spesso. Mi invase la bocca, spalancandomi le mascelle. Guidava lui. Spingeva, tirava, senza pietà per il mio soffocamento. Tossivo, le lacrime agli occhi, mentre il sapore forte, muschiato e acre della sua pelle mi saturava i sensi. L’agonia fu breve ma assoluta. Senza alcun preavviso, un getto caldo, vischioso e salato mi esplose in gola. Mi ritrassi di scatto, sputando e ansimando nella polvere, il petto che si alzava e si abbassava convulsamente. Ettore si sistemò i pantaloni, guardandomi con un misto di disprezzo e compiacimento. «Hai molto da imparare,» sentenziò.

Ma non si limitò a quello. Mi fece sedere accanto a lui sulla paglia. Mi insegnò a usare le labbra, a coprire i denti, a usare la lingua come un velluto bagnato. Divenni il suo strumento segreto, il suo passatempo durante le trasferte nei campi. Il sapore della sua sborra divenne per me un vizio, un rituale che consumavo nel segreto di quei pomeriggi infuocati.

Le lezioni di Ettore mi trasformarono. Divenni il maestro dei miei cugini. Con loro, consumavo giochi di un’oscurità precoce, inondando i miei orifizi del loro seme acerbo. Ma il vero demone, quello che avrebbe siglato il mio destino di sottomesso, si chiamava Sandro.

Sandro era l’ultimo acquisto di mia madre. Faceva il calzolaio. Passavo intere giornate estive nella sua bottega, immerso nell’odore di colla, cuoio conciato e sudore. Sandro aveva occhi acquosi e un grembiule di pelle spessa che nascondeva i suoi desideri. Avevo le gambe sode, la pelle liscia e dorata, e lui non faceva che fissarmele. «Hai le stesse cosce di tua madre,» mormorava, la voce incrinata. Dietro il cuoio del grembiule, vedevo l’ombra della sua eccitazione crescere, frenetica. Un pomeriggio in cui l’aria era ferma e appiccicosa, mi chiese di girare la chiave nella serratura della bottega. Mi voltai e lui aveva scostato il grembiule. Il suo cazzo era lungo, affusolato, un fendente di carne che pulsava alla penombra del negozio. «Guardalo,» mi disse. «Fallo impazzire per me, prima che io vada a scoparmi tua madre.»

Non era una richiesta, era un passaggio di consegne. Mi inginocchiai sulla segatura. Presi in mano la sua virilità, ricordando gli insegnamenti di Ettore. Quando lo chiusi tra le labbra, chiudendo gli occhi, un’onda anomala mi travolse. Non mi sentivo più un ragazzino spaventato. Sentivo un vuoto al centro dello stomaco, un baratro femmineo, oscuro e vorace. Sandro mi chiamava con il nome di mia madre, ansimando, le mani sporche di lucido da scarpe aggrappate ai miei capelli. In quel delirio di cuoio e saliva, io ero una puttana. Ero la donna, l’involucro da riempire e da umiliare. Mi sborrò in faccia, un fiotto violento che mi acciecò, impiastricciandomi le palpebre e le labbra. Mi aiutò a pulirmi, poi mi ordinò di rimettglielo in tiro. Di prepararlo per l’utero di mia madre. Fu lì, con la gola che bruciava e il viso sporco del suo desiderio, che capii di essere dannato. La mia vocazione era sigillata.

Ma il ricordo che brucia più forte, il momento in cui l’abuso si è trasmutato in pura, incontrastata estasi anale… quello merita un capitolo a parte. Perché quella prima volta, quella lacerazione che mi ha squarciato a metà, è il capolavoro della mia rovina. E sono pronto a dissotterrarlo.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 5 Maggio 2026
Modificato: 5 Maggio 2026
Lettura: 7 min
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Generi:
Gay, Prime Esperienze & Confessioni
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Fantasy / Sci-Fi, Umiliazione

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