Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Non ho mai tollerato i pittori di paesaggi. Odio i loro manierismi stucchevoli, quel vizio borghese di ritrarre la casetta nel bosco con lo steccato bianco e le cime innevate sullo sfondo, come se il mondo fosse un fottuto dépliant turistico. Odio chi dipinge per strappare un “ohhh” di ammirazione. Se la gente non sputa sulle mie tele, sento di aver fallito.
Ma il mio gallerista, un viscido di nome Valerio che concepisce l’arte solo se si abbina al colore dei divani in pelle della Roma bene, è l’unico cordone ombelicale che tiene in vita il mio conto corrente. Quest’anno, pare, il mercato esige il verde. Così, eccomi in auto, a setacciare le colline umbre alla ricerca di qualcosa che sia un gradino sopra il vomitevole. Nel bagagliaio ho cavalletto, colori e una scorta di Jack Daniel’s. Soprattutto Jack.
A metà mattina, una nebbia densa e giallastra stagna tra le gole dei colli. La luce è malata, elettrica, magnifica. In una radura, scorgo una costruzione in pietra antica, una casa povera con un portico che geme sotto il peso del tempo, affacciata su un laghetto che sembra una pozza di mercurio. Il silenzio è assoluto, un vuoto pneumatico che per un animale metropolitano come me è pura tortura.
Butto giù un bicchiere di Jack a stomaco vuoto. Poi un altro. Scavalco la staccionata marcia incespicando e piazzo il cavalletto. Respiro nuvole e alcol. Inizio a schizzare con il carboncino, la mano trema per l’astinenza e la mente è già una nebbia identica a quella che mi circonda. Mescolo i colori con la spatola: terre bruciate, verdi marci, toni biliari. L’odore dell’olio di lino si fonde con il tanfo putrescente dell’acqua stagnante. Brindo alla tela, che assomiglia più a un sudario che a un paesaggio.
«Cazzo vuoi, Valerio?» sghigno tra me e me. «Volevi il verde? Eccoti il marciume».
Un rumore alle mie spalle mi gela il sangue. Il cuore perde un colpo, ribalto il bicchiere e quasi cado dallo sgabello. Mi giro, pronto a imprecare, e mi trovo davanti una ragazza. È alta, di una magrezza spigolosa e aristocratica, con la pelle così pallida da sembrare fatta di cera.
«Mi hai quasi ucciso, bambina. Un passo felpato da fantasma,» dico, cercando di ricompormi. Lei ride, un suono composto che stona con l’intensità dei suoi occhi chiari. Occhi che sembrano vuoti, come specchi che non riflettono nulla. «Credevo fosse abbandonata,» farfuglio imbarazzato. «C’era una luce…» «Non preoccuparti,» mi interrompe. La sua voce è un sussurro freddo. «Mi piace che dipingi la casa. Ci sono affezionata».
Si siede vicino a me, osservando il mio lavoro. È vestita con una tunica leggera, del tutto inadatta al clima. Io ho i reumatismi che urlano, lei sembra non percepire l’umido che entra nelle ossa. «Vivi qui sola?» le chiedo, incapace di staccarle gli occhi di dosso. «Con mio padre. Ma torna a sera inoltrata. Vuoi farmi compagnia?»
Mi cade la mascella. Cerco una telecamera nascosta, un inganno. Ma lei sorride e in quel sorriso c’è un’infelicità così cruda che mi scava lo stomaco. Non è una sensazione rapida; è come se un trapano arrugginito mi trivellasse le budella un millimetro alla volta. «Vieni,» dice, prendendomi la mano. Ha le dita gelide. Lascio tutto lì — pennelli, dignità e alcol — e la seguo verso quella tomba di pietra.
L’interno è un tempio di polvere. Una polvere spessa, grigia, che riveste ogni mobile come se fosse stata depositata per decenni in attesa di un segno di vita. L’odore è di chiuso, di vecchio, di stanchezza estrema. Ma lei, lì dentro, rinasce.
Inizia a spogliarsi con una naturalezza che mi mozza il fiato. È alta, austera, con seni appena accennati che puntano verso l’esterno e capezzoli scuri, quasi neri. Quello che mi sconvolge è la sua natura incolta: ha il pube rossastro e folto, le ascelle non depilate. È una creatura d’altri tempi, selvatica. Mi ci tuffo contro, strofinando la mia barba incolta sulla sua pelle di marmo.
Mi sbottona i pantaloni, mettendo a nudo il mio ventre gonfio e i peli brizzolati. «Mai pensato di radermi,» bofonchio, annebbiato dal Jack e dal desiderio. Lei non risponde. Mi morde il collo, mi artiglia le spalle, mi cerca con una fame che non ha nulla di umano. È un animale in calore in un deserto di polvere. La sbatto sul tavolo di legno massiccio, un impatto secco che solleva una nuvola grigia.
La scopo come un maniaco, con una foga violenta che mi fa temere l’infarto. Lei gode in modo spaventoso, urla, sbava, mi pianta le unghie nella schiena dilaniandomi la carne. Immagino i riccioli di pelle che le restano sotto le dita. Non è normale, cazzo. Forse è pazza, forse il padre è andato in paese a prenderle i sedativi. Ma in quel momento non mi importa. Il calore del mio seme inonda il suo interno gelido in un’esplosione che mi svuota l’anima.
Lei mi bacia, lasciva, con quegli occhi spiritati che mi girano intorno. La testa mi esplode. Poi, il buio totale.
Mi sveglio improvvisamente. Sono riverso sull’erba umida, fuori dalla staccionata. Tutto è immobile. Il cavalletto è lì, la tela è sporca di fango, la bottiglia è vuota. È buio pesto. Un terrore primordiale mi afferra la gola. Carico tutto in auto con le mani che tremano e fuggo verso le luci della città senza mai guardare lo specchietto retrovisore.
Arrivo a casa distrutto. Mia moglie mi guarda come se fossi un reduce di guerra. «Preparami la vasca. Acqua bollente, cazzo,» le urlo, chiudendomi in bagno. Allo specchio, vedo lo scempio: la mia schiena è solcata da tagli profondi, croste di sangue e lividi violacei. Ci vorrà un mese perché guariscano.
La notte è un delirio di sudore e febbre. Scalcio tra le lenzuola, sentendo la sua voce che mi graffia il cervello. All’alba, non resisto. Devo tornare. Senza tele, senza alcol, solo io e la mia ossessione.
Il sole splende, la nebbia è sparita. Il paesaggio è un tripudio di colori vivaci, quasi fastidiosi. Ma la casa… la casa è un’altra cosa. Scavalco il cancello. La porta è sbarrata dall’esterno con un pesante lucchetto arrugginito, corroso dal tempo. Scruto dalle finestre: è tutto deserto. Spingo con la spalla, il legno marcio cede con un gemito sinistro.
Entro. Il freddo mi accoglie come uno schiaffo. La polvere è ovunque, intatta. Rivedo i mobili, sento l’odore di morte. Mi avvicino al tavolo dove l’ho posseduta. C’è un unico segno in quel mausoleo: una zona circolare sulla superficie del tavolo dove la polvere è stata spazzata via da corpi che non avrebbero dovuto essere lì.
Sono rimasto io, la mia pelle lacerata e un quadro incompiuto che non finirò mai. Perché non puoi dipingere il nulla quando il nulla ti ha già sbranato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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