Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Non era la prima volta che mi avventuravo in una notte del genere. A dire il vero, se avessi tenuto un diario meticoloso delle mie trasgressioni, quella sarebbe stata esattamente la mia ventesima uscita ufficiale. Venti uomini diversi. Venti stanze d’albergo, venti incontri consumati nell’anonimato di motel a pochi chilometri da casa, dove io e il mio compagno, Lorenzo, avevamo stabilito i confini del nostro gioco. Ma quella sera, tutto era fuori scala. Tutto era un’eccezione alla regola.
Lui si chiamava Damiano. Non era il solito impiegato in cerca di un brivido o il personal trainer palestrato. Damiano era un sommozzatore altofondalista, uno di quegli uomini che passano settimane chiusi in camere iperbariche su piattaforme petrolifere in mezzo all’oceano, lavorando a profondità dove la pressione schiaccerebbe un sottomarino. Quella professione gli aveva scolpito addosso un’aura di invulnerabilità, un’espressione fiera, di granito, e una freddezza predatrice che non si incontra tutti i giorni. E c’era un altro dettaglio, impossibile da ignorare. Era venuto a prendermi con un grosso SUV nero, indossando un paio di pantaloni di lino grezzo, morbidi ma dal taglio sportivo. Già nei primi minuti, quando si era seduto al posto di guida, il tessuto si era teso rivelando una protuberanza spaventosa, un gonfiore innaturale che lasciava intuire un’arma di dimensioni brutali. Il mio respiro si era fatto sordo, pesante, e sapevo perfettamente che lui se n’era accorto.
Un’altra anomalia: non stavamo andando nel solito motel a quindici minuti dal centro. Damiano aveva imposto le sue regole. Mi stava portando a casa sua, una villa isolata a picco sul mare lungo la costa ligure. Un viaggio di oltre un’ora nel buio totale, con il solo rumore del motore e il profumo della salsedine a riempire l’abitacolo. Durante il tragitto, la conversazione si concentrò esclusivamente sul sesso. Damiano aveva una dialettica cruda, diretta, che mi spogliava psicologicamente chilometro dopo chilometro. Poi, con un sorriso sghembo illuminato solo dai fari del cruscotto, lanciò la provocazione. «Chissà cosa sta facendo adesso il tuo cornuto,» mormorò, la voce bassa e graffiante. Mi irrigidii all’istante. Nel nostro mondo, le parole sono importanti. «Non è un cornuto,» lo ripresi, con un tono perentorio, tagliente. «Lorenzo è il mio compagno di vita. È il mio complice in questo gioco. Noi condividiamo tutto.» Damiano non ribatté. Si limitò a fare una mezza risata, un sogghigno denso di arroganza, e cambiò argomento. Sapeva di aver gettato un seme e stava solo aspettando che germogliasse.
«A proposito di regole,» disse poco dopo, mentre imboccavamo la strada tortuosa che saliva verso la scogliera. «Io non uso plastica. Niente preservativi. Sono un donatore Avis regolare e per il mio lavoro subisco controlli medici completi ogni mese. Ti mostrerò il mio ultimo certificato medico, immacolato. Ma con me lo prendi a pelle, o ti riaccompagno a casa subito.» Il cuore mi saltò in gola. Il “raw”, il sesso non protetto con estranei, era l’ultimo, invalicabile tabù che Lorenzo mi aveva imposto. Ma l’idea di sentire quell’uomo imponente direttamente dentro di me, la trasgressione assoluta di quella richiesta, azzerò la mia razionalità. Accettai senza esitare.
La sua casa era un capolavoro di architettura moderna, vetrate immense che si affacciavano sul mare in tempesta, pavimenti in ardesia scura e un arredamento minimalista e freddo. Appena entrati, Damiano non perse tempo. Mi versò un calice di vino rosso corposo e buttò sul bancone della cucina in marmo una cartellina trasparente con le sue recenti analisi del sangue. Perfette. Non aspettai un suo ordine. Posai il bicchiere, mi inginocchiai sul pavimento freddo di ardesia e gli sbottonai i pantaloni. Quando lo liberai, capii che la mia immaginazione in auto era stata fin troppo prudente. Era un mostro di carne, spesso, venoso, imponente. Lo presi in bocca. Ero abituata a dominare gli uomini con la mia abilità orale, a farli impazzire, a dettare i ritmi. Misi in campo tutta la mia malizia, succhiando, roteando la lingua, guardandolo dal basso verso l’alto con aria di sfida, convinta di poterlo piegare.
Ma non avevo fatto i conti con il suo temperamento. Damiano non si lasciava dominare. Era forte, deciso, implacabile. Con uno scatto fulmineo mi afferrò per i capelli, mi tirò su di peso e mi fece voltare. Mi piegò in due sul bancone di marmo scuro della cucina, sollevandomi la gonna di seta e strappandomi le mutandine. Non ci furono dita, non ci furono preliminari delicati o vaselina. Afferrò i miei fianchi con mani che sembravano morse d’acciaio e, con una spinta brutale e inesorabile, mi piantò l’intero attrezzo nel buco del culo. Il dolore iniziale fu uno strappo accecante, ma in meno di tre secondi si sciolse in un’ondata di piacere così intensa da farmi tremare le ginocchia. Urlai. Godetti come una pazza furiosa. Non avevo alcun filtro, nessun pudore. Imprecavo, gridavo oscenità che rimbalzavano contro le vetrate, confermandogli con la mia stessa voce quanto fossi diventata una troia nelle sue mani. Lui era un animale. Un toro inferocito, affamato di culo.
Mi stantuffava con una violenza chirurgica. Dopo il bancone, mi trascinò per i capelli in corridoio, piegandomi contro il muro. Poi mi portò nel bagno immenso, facendomi appoggiare le mani sul lavandino di pietra, costringendomi a guardare il mio viso stravolto nello specchio mentre mi sventrava da dietro. Sul divano di pelle del salotto, sul tappeto, ai piedi del letto. Cambiava stanza, cambiava angolazione: di fianco, a pecorina, a pancia in giù. Ma l’obiettivo era sempre e solo il mio ano. Lo teneva costantemente dilatato, dominato, riempito. L’attrito, l’adrenalina, il calore… tutto stava facendo colare a fiumi la mia eccitazione. Ero bagnata fradicia davanti, un lago di umori che mi bagnava le cosce, in attesa.
Iniziai a supplicarlo. «Ti prego, Damiano,» ansimai, la faccia schiacciata contro le lenzuola del suo letto king size. «Mettimelo nella figa. Lo voglio davanti. Ti prego, sto impazzendo.» Ma lui sembrava sordo. Continuava la sua marcia inesorabile, martellandomi il retto, ignorando le mie suppliche, godendo del mio stato di necessità assoluta. Io imploravo, mi dimenavo, cercavo di girarmi per accoglierlo, ma la sua presa sui miei fianchi era inamovibile. Desideravo sentirlo nella mia intimità femminile con una disperazione febbrile.
Alla fine, si fermò. Si sfilò dal mio corpo con un suono umido e si mise in piedi accanto al letto, guardandomi dall’alto, imponente, spietato. «Vuoi che te lo metta nella figa?» mi chiese, la voce che era una lama di ghiaccio. Annuii freneticamente, il fiato corto, gli occhi lucidi di lussuria. «Allora devi ammetterlo,» sentenziò, incrociando le braccia. «Devi dirmi che Lorenzo è un cornuto. Se lo vuoi nella figa, devi usare quella parola. Altrimenti ti rimetto a pecorina e continuo a sfondarti il culo per il resto della notte. Decidi tu.»
La richiesta fu un pugno allo stomaco. La parola “cornuto” infrangeva l’intero patto psicologico che io e Lorenzo avevamo costruito per proteggere il nostro amore. Era la linea rossa della degradazione totale, la fine della complicità e l’inizio del tradimento spirituale. Cercai di resistere. Strinsi i denti, scuotendo la testa, lottando contro il ricatto. Ma durò solo una manciata di secondi. Lo guardai: magnifico, duro, spietato, e il vuoto tra le mie gambe divenne un’agonia insopportabile. La mia dignità si sbriciolò sotto il peso dell’istinto animale. Il muro crollò. Cacciai un urlo che era un misto di disperazione e liberazione assoluta: «Sììì! È un grandissimo cornuto! Lorenzo è solo un fottuto cornuto! Dammelo, cazzo, ti prego, dammelo!»
Il sorriso di Damiano fu il trionfo del predatore. Mi afferrò per le caviglie, mi tirò verso il bordo del letto e, finalmente, affondò la sua carne mostruosa direttamente nella mia vagina. L’impatto fu celestiale. La pienezza mi fece rovesciare gli occhi all’indietro. E, una volta rotto il tabù verbale, fu come se si fosse aperta una diga nella mia mente. Non riuscivo più a fermarmi. Mentre lui mi martellava senza pietà, io urlavo tutto il mio disprezzo per le regole. Gridavo quanto il suo cazzo fosse immensamente superiore a quello di Lorenzo, quanto fosse diverso, imponente. Sbraitavo che godevo come una cagna a farmi montare di nascosto, a farmi distruggere da un estraneo sapendo che il mio compagno era a casa ad aspettarmi come un patetico e inutile idiota. La degradazione psicologica alimentava quella fisica.
Damiano mi portò all’orgasmo ripetutamente. Ero una fontana inestinguibile. Mi prese in ogni variante possibile, finché non finimmo con me a cavalcioni su di lui. Lo cavalcavo con una furia devastante, i miei seni che sbattevano, i capelli madidi di sudore incollati al viso, sfinendomi su quel tronco d’albergo che non accennava ad ammorbidirsi. E poi, arrivò il momento. Sentii i suoi muscoli contrarsi sotto di me. Il suo addome divenne di pietra. Capii che stava per esplodere. Io, da perfetta amante compiacente, mi preparai. Mi fermai, pronta a sfilarmi e a chinarmi per gustarmi i suoi schizzi caldi direttamente in bocca o sul viso, come ero abituata a fare per celebrare la fine del rito. Ma Damiano, ancora una volta, rovesciò il tavolo. Non voleva lo spettacolino pornografico che mi ero preparata. Voleva il dominio assoluto.
Mi afferrò brutalmente per le spalle, bloccandomi a cavalcioni su di lui, tenendomi ferma. «Apri la bocca e tira fuori la lingua, puttana!» mi ringhiò contro, il viso stravolto dall’imminenza del piacere. Il suo tono non ammetteva repliche. Era un ordine militare. Eseguii. Spalancai la mascella, spingendo la lingua in fuori come un cane obbediente, gli occhi fissi nei suoi. Lui si sfilò da me con un movimento secco. Si portò una mano alla base del membro e, puntandolo dritto verso il mio viso, si svuotò. Densi, pesanti fiotti di sperma bollente mi colpirono direttamente in gola, sulla lingua esposta, riempiendomi la bocca. Non una goccia andò sprecata sul mio viso o sul petto. Era un concentrato di pura genetica e umiliazione. «E ora manda giù, troia!» mi ordinò. E io, senza esitare, deglutii. Mandai giù ogni singola goccia del suo dominio, sancendo la mia completa e totale resa.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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