La studentessa

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il mio appartamento da studentessa profuma di carta vecchia, caffè economico e quel sottile, elettrico odore di eccitazione che resta appiccicato alle pareti dopo che ho finito con uno di loro. Frequento il terzo anno di Lettere, so dare un nome a ogni sfumatura dell’animo umano, ma la parola che preferisco non si trova nei dizionari accademici. È un pensiero fisso, un’ossessione geometrica e pulsante: il cazzo. Lo amo di un amore feticista e assoluto, lo venero come un idolo pagano, eppure la mia fica è un tempio che resta sbarrato. Sono vergine, una condizione che per molti è un limite, ma per me è il fulcro di un potere immenso. Non ho bisogno di farmi invadere per dominare; la mia estasi non segue le traiettorie banali della penetrazione, ma si nutre di deviazione, controllo e di una radice quadrata di piacere che cresce a ogni respiro mozzato del maschio di turno.

Scelgo sempre soggetti docili. Ragazzi dall’aria smarrita, un po’ impacciati, quelli che nei corridoi dell’università abbassano lo sguardo e che, una volta chiusa la porta della mia camera, diventano creta nelle mie mani. Non cerco amanti, cerco strumenti.

Quando siamo nudi sul tappeto, la prima cosa che faccio è risvegliare la bestia. Lo manipolo con dita sapienti finché la sua erezione non è un monolite di carne tesa e venata. Poi inizio il mio rituale. Afferro quel fusto rigido e me lo passo sui capezzoli, sentendo la punta calda e umida di liquido pre-eiaculatorio che titilla l’areola finché non diventa turgida come pietra. Mi metto carponi davanti a lui, offrendogli la vista della mia fica, una fessura rosa e depilatissima che sembra supplicare, mentre in realtà comanda.

«Guardami,» gli ordino con voce ferma. «Guardami e masturbati.»

Iniziamo una danza solitaria e parallela. Io mi tormento il clitoride osservando la sua mano che scorre frenetica sulla pelle tesa; mi bagno a ripetizione, un ruscello di umori che mi scivola tra le cosce. Fremo quando le sue dita, tremanti, mi allargano le natiche per ispezionare il mio foro anale e quella ferita carnosa che occhieggia tra le labbra dischiuse. Lo faccio stendere, mi accovaccio sul suo viso e gli offro il mio sesso da annusare, da leccare freneticamente. Mi riempio del suo fiato caldo, del sapore della mia stessa eccitazione, guidando ogni suo movimento come un direttore d’orchestra.

Poi, il momento della verità. Ci mettiamo in ginocchio, l’uno di fronte all’altra. Le nostre mani si incrociano: io stringo il suo membro, lui lavora sulla mia clitoride. Ma quando sento l’orgasmo che preme sotto la pelle, interrompo tutto. Non voglio una fine così ordinaria.

Mi rimetto carponi, offrendogli il mio buco del culo. «Annusalo,» gli sussurro. «Sentimi bene. Segati, ma non osare venire. Non ancora.»

Lui obbedisce, ansimando come uno stallone che sente l’odore della femmina ma è tenuto al guinzaglio. Il suo naso affonda tra le mie chiappe, si perde tra l’ano e la fica, mentre io sento il suo desiderio diventare quasi solido, una massa d’urto che preme contro la mia schiena. Quando i suoi gemiti diventano troppo alti, quando capisco che è al punto di non ritorno, mi volto fulminea.

Mi siedo di fronte a lui, sollevo le gambe e compio il mio capolavoro. Incastro il suo cazzo tra le piante dei miei piedi. La pelle dei piedi è fredda, liscia, e il contrasto con il calore bruciante del suo uccello mi manda in corto circuito il cervello. Inizio a masturbarlo con forza, usando i piedi come una morsa spietata.

Vederlo ridotto così, in ginocchio, mentre fissa la mia fica palpitante che gli sta proprio davanti agli occhi, mi fa sentire una divinità. Usare i piedi mi eleva; non lo sto toccando, lo sto calpestando. Lo sto mungendo come un animale da reddito. Sono io la padrona, e lui è solo il contenitore della sborra che sto per estorcergli.

«Adesso sborra per me,» comando, accelerando il ritmo, premendo le dita dei piedi contro la corona del glande.

Lui esplode. È una fontana inarrestabile, un getto bianco e denso che si inarca nell’aria prima di ricadere pesantemente sul dorso dei miei piedi. Non mi fermo. Continuo a spremerlo, a strizzare quel muscolo ormai esausto finché non sono certa che sia prosciugato. Poi, sollevo i piedi all’altezza del suo viso, sporchi della sua stessa essenza.

«Puliscimi. Leccala tutta.»

Lui si avventa sulla mia pelle, la sua lingua calda e umida pulisce ogni traccia di sborra, insinuandosi tra le dita dei piedi, leccando la pianta e il collo del piede con una devozione servile. È in quel preciso istante, mentre lui ingoia il suo seme dai miei piedi, che il piacere mi travolge. Un orgasmo violento, cerebrale e fisico, che mi scuote dalle fondamenta. Mi sento onnipotente. Lo guardo dall’alto, mentre mi ripulisce, e so che per oggi il mio altare ha ricevuto il sacrificio che meritava.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 22 Aprile 2026
Modificato: 22 Aprile 2026
Lettura: 5 min
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Commenti: 💬 0
Generi:
Feticismo, Masturbazione
Tag:
Degradazione, Femdom, Foot Fetish, Orgasm Denial

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