La santa

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il silenzio di quel vicolo cieco, a ridosso dei vecchi magazzini doganali di Ostia, aveva la stessa consistenza grigia della nebbia salmastra che saliva dal litorale. Non c’era traccia del mare azzurro delle cartoline; c’era solo l’odore pesante di pesce marcio, nafta e asfalto bagnato. Rientravo con tre ore di anticipo dal turno allo scalo merci, alla guida della berlina aziendale perché la mia vecchia station wagon mi aveva piantato in asso all’alba. Non avevo avvisato Elena. Da qualche mese mia moglie era diventata un’assidua, inspiegabile frequentatrice della parrocchia di San Nicola, un prefabbricato di cemento e lamiera tra i lotti popolari. Per una donna cresciuta con la cultura provinciale della devozione e del decoro, quel rifugio sembrava una normale valvola di sfogo. O almeno così avevo creduto.

Parcheggiai l’auto all’angolo della traversa. Pochi istanti dopo, la vidi. Elena camminava spedita, stringendo la borsa di pelle al petto. Indossava un cappotto scuro e scarpe basse, l’uniforme dimessa delle sue uscite pomeridiane. Ma invece di svoltare verso il piazzale della chiesa, girò bruscamente a sinistra, infilandosi nel portone di un palazzone scrostato dagli anni e dal sale.

Rimasi nell’abitacolo, fissando le lancette sul cruscotto. Passarono dieci minuti. Troppi per una semplice commissione; la messa era già iniziata e la campana aveva smesso di suonare. Un’inquietudine sottile, fredda, mi spinse a uscire, stringendo la mia ventiquattr’ore di cuoio tra le dita sudate. Il portone era accostato. Entrai nell’androne buio, che odorava di cavolo bollito e detersivo economico. Scale di marmo scheggiato, nessun rumore se non il fischio del vento che sbatteva una lamiera sul tetto. Al primo piano incrociai un’anziana inquilina che trascinava un sacco della spazzatura. Mi guardò, scambiando la mia borsa e la mia camicia stirata per la divisa di un medico della mutua.

«Dottore, se cercate la signora Maria per l’iniezione, dovete salire al terzo piano,» gracchiò la vecchia, indicando la rampa con un dito nodoso. «Se cercate quella che è entrata cinque minuti fa, è la porta del secondo. Vedete voi.»

Ringraziai con un cenno e salii i gradini di pietra, un piano alla volta, mentre il cuore cominciava a colpirmi le costole con una violenza inaudita. Il secondo piano aveva un’unica porta di legno tamburato, sverniciata all’altezza della maniglia. Mi avvicinai, appoggiando l’orecchio al legno freddo, sperando con tutto me stesso di non sentire nulla.

E invece sentii.

La voce era la sua, inconfondibile nella sua cadenza bassa, ma il vocabolario era un fango che non le avevo mai sentito pronunciare. Frasi sconce, ritmate da un respiro corto, viscido. Sembrava un’altra donna, una creatura estranea che aveva preso possesso del corpo di mia moglie. Incollato alla porta, lo sguardo mi cadde sul lucernario vetrato delle scale: l’infisso metallico della finestra interna dell’appartamento era spalancato per il caldo soffocante, e il vetro sporco del corridoio rifletteva, come uno specchio distorto, l’immagine nitida di ciò che stava accadendo nella stanza da letto.

Lui era un uomo massiccio, sulla quarantina, con i capelli rasati e la schiena coperta di tatuaggi sbiaditi. Era completamente nudo, ritto davanti al letto.

«Ma il tuo cornuto lo sa quanto sei devota?» sibilò l’uomo, la voce carica di un disprezzo che faceva vibrare l’aria.

Elena, anche lei nuda, con le calze nere ancora agganciate alle cosce, scoppiò in una risata volgare, sguaiata, che mi lacerò lo stomaco. «Ahaha! Quello stupido non immagina neanche cosa sono capace di fare qui dentro. Per lui sono una santa.»

«Quindi non sa che lo riempi di corna ogni martedì?» incalzò lui, afferrandola per la mascella.

«Sei matto? Se lo scopre mi caccia di casa e io non ho dove andare. Che mangio poi?» rispose lei, strofinando il naso contro il suo petto villoso.

«Allora inginocchiati e adora questo cazzo di padrone,» ordinò l’uomo con linguaggio prosaico, liberando il membro enorme, venoso e teso al massimo. «Dai, prendi questo pezzo di carne così ti sazi, cagna

Vidi Elena calarsi immediatamente sulle ginocchia sul pavimento di graniglia. Imboccò il cazzo con una voracità animalesca, spingendo la testa in avanti fino a schiacciare le labbra contro i testicoli di lui. Lo sfilò solo per un istante, la bocca lucida di bava trasparente.

«Sì… ho fame di te. Ti prego, ti imploro, scopami ora. Sono tua. Fammi sentire la tua puttana,» ansimò, con gli occhi sbarrati dall’eccitazione.

Non fece in tempo a finire la frase che l’uomo le mollò un ceffone violentissimo sulla guancia. Il rumore dello schiaffo rimbombò nel corridoio.

«Ahia! Ma sei impazzito? Mi lasci i segni in faccia!» gridò Elena, portandosi la mano sullo zigomo.

L’uomo la afferrò per le braccia e la sbatté sul materasso sfatto. «Non volevi sentirti la mia puttana? E allora incassa.»

Elena, con il labbro inferiore spaccato da cui colava un filo di sangue scuro, lo guardò con una devozione assoluta, gli occhi lucidi di lacrime e brama. «Sì… solo tua. Riempimi di botte, dai. Fammi male.»

L’uomo la afferrò per i fianchi, posizionandola a novanta gradi sul bordo del letto. Iniziò a colpirle i glutei con il palmo aperto, sculacciate forti, regolari, che fecero diventare la pelle di un rosso acceso, violaceo. Elena si mordeva la mano per non urlare troppo forte, emettendo lamenti soffocati che si trasformavano in una supplica: «Sì… ancora. Sculacciami ancora. Sono una peccatrice e devo pentirmi qui sotto. Puniscimi, sfondami tutto.»

L’uomo la prese a pecorina, affondando il cazzo selvaggiamente nella sua figa bagnata di umori. Con la mano destra le afferrò i capelli corvini alla radice, tirando la testa all’indietro per costringerla a inarcare la schiena, mentre con la sinistra continuava a colpirle il culo arrossato.

Dietro quella porta, io ero paralizzato. La ventiquattr’ore era caduta a terra senza rumore. Avrei voluto buttare giù la porta, distruggere quel teatro, ma una forza perversa e umiliante mi aveva incatenato i piedi al linoleum delle scale. Sentivo l’umiliazione più profonda della mia vita colarmi lungo la schiena come sudore freddo, eppure il mio cazzo era dritto, duro come il ferro dentro i pantaloni. Con una mano tremante aprii la zip ed estrassi l’asta, iniziando a segarmi disperatamente nel buio del pianerottolo, a ritmo con i colpi di bacino di quell’uomo su mia moglie.

«Ma il cornuto lo sa quanto sei schifosa, Elena?» gridava lui, aumentando la violenza delle stantuffate.

«Per lui sono una santa!» urlò lei, ridendo tra i sussulti, mentre il corpo veniva scosso da una sequenza di orgasmi ripetuti, violenti, che con me non aveva mai provato in dieci anni di matrimonio.

L’uomo le afferrò la testa, costringendola a voltarsi verso di lui. Raccolse la saliva in bocca e le colò sul viso un grosso sputo denso. Elena, come una tossica in crisi d’astinenza, spalancò le labbra, aspettando quel liquido, leccandolo dal proprio mento per poi ingoiarlo con un rantolo di puro godimento.

L’eccitazione raggiunse l’apice. L’uomo si sfilò dalla sua figa ormai ridotta a un lago di umori e le eiaculò all’interno del retto, spingendo il glande contro lo sfintere per scaricare flotti caldi e abbondanti di sperma. Quando ebbe finito, si ripulì sulla sua schiena nuda e la fissò con disprezzo.

«Sgualdrina, vedi di fare la brava. Ma sappi che le prossime volte non mi basta più questo. Le prossime volte deve essere quel cornuto di tuo marito a venire qui e a pulirmi il cazzo con la bocca dopo che ti ho scopata. Lo voglio vedere in ginocchio a ingoiare la mia sborra.»

Elena scoppiò in una risata rauca, assecondando la depravazione. «E se quel finocchio si rifiuta?»

«Allora gli rompo il culo anche a lui,» rispose l’uomo, ridendo sguaiatamente insieme a lei.

Le loro risate si mescolarono nel silenzio del condominio. Io venni in quel momento, schizzando il mio seme contro il legno della porta, svuotandomi fino al dolore. Mi risistemai i vestiti con le mani che mi tremavano, raccolsi la borsa e iniziai a scendere le scale come un ubriaco, barcollando nella penombra dell’androne. Uscii nel vicolo freddo di Ostia, l’aria salmastra che mi asciugava le lacrime sul viso. Camminavo verso l’auto aziendale, con la mente invasa dal sapore del ferro e della vergogna.

Pensai a ciò che lui aveva detto. Pensai alla sua richiesta, al mio cazzo sporco e alla bocca di mia moglie.

E mentre accendevo il motore, fissando il portone scrostato nello specchietto, sentii un brivido di terrore e di brama assoluta salirmi dal basso ventre. Pensai che mi sarei rifiutato. Ma sapevo, dentro la mia parte più oscura, che la prossima settimana sarei stato io a bussare a quella porta.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 19 Maggio 2026
Modificato: 19 Maggio 2026
Lettura: 8 min
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Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM, Tradimenti & Cuckold
Tag:
Cuckold, Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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