La ragazza della spesa

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Il crepuscolo scivolava sulle pareti del mio salotto come inchiostro versato, mentre i miei occhi — di quel verde ghiaccio che non ammette repliche — fissavano l’orologio. Mancavano cinque minuti alle diciannove. Sapevo che avresti suonato con una puntualità quasi religiosa, la puntualità tipica di chi ha già ceduto la propria volontà prima ancora di varcare la soglia.

Sei la ragazza che mi consegna la spesa da mesi. Hai ventisette anni, la freschezza di un frutto non ancora colto e quella scintilla di devozione servile che ho imparato a riconoscere al primo sguardo. Io ne ho venti più di te, e quel divario non è solo anagrafico: è un abisso di esperienza e autorità. Quando, quella mattina, ti ho consegnato il biglietto con le mie istruzioni, il tuo respiro si è spezzato. Ti ho ordinato di tornare vestita con un soprabito, una camicia di seta, una gonna stretta, autoreggenti e i tacchi più alti del tuo guardaroba. Ma, soprattutto, ti ho ordinato il vuoto sotto i vestiti.

Il campanello vibrò nell’aria esattamente alle diciannove. Sorrisi. Sei così prevedibile, eppure così eccitante nel tuo bisogno di appartenere a qualcuno.

Ti aprii la porta restando in ombra. Ero elegantissima, avvolta in un abito da sera che segnava ogni mia curva, con lunghi guanti di seta nera che mi rendevano le mani simili a quelle di un predatore impeccabile. Ti feci cenno di entrare senza dire una parola. Il rumore del chiavistello che scattava dietro di te fu il suono della tua definitiva reclusione.

«Spogliati del soprabito,» ordinai. La mia voce era un rasoio avvolto nel velluto.

Ubbidisti subito. Appeso il capo, tornasti davanti a me con le braccia lungo i fianchi. Indossavi una camicetta di seta bianca che lasciava intuire il ritmo accelerato del tuo cuore e una gonna di vernice nera che fasciava le tue gambe slanciate. I tacchi vertiginosi ti costringevano a una postura innaturale, inarcando la schiena e offrendo il petto al mio giudizio.

Mi avvicinai lentamente. Il profumo della tua pelle, misto all’odore di seta e alla tua paura eccitata, era inebriante. Senza preavviso, afferrai i lembi della tua camicia e tirai con forza sfrontata. I bottoni saltarono, piccoli proiettili di plastica che rimbalzarono sul pavimento, mentre i tuoi seni esplodevano liberi, nudi e vibranti nel fresco dell’ingresso. Ti feci scivolare la camicia sulle spalle e ne annodai le maniche dietro la tua schiena nuda, lasciandoti le braccia parzialmente bloccate e il busto completamente esposto.

Eri incantevole. Le tue mammelle, piccole e rivolte verso l’alto, terminavano in capezzoli già turgidi, eccitati dalla mia ruvida pretesa. Li palpai con i guanti, sentendo la carne che reagiva sotto la seta. Il tuo volto era una maschera di stordimento voluttuoso.

«La gonna. Adesso,» comandai.

Eseguisti come un automa, lasciando che il tessuto scivolasse lungo le gambe. Il tuo pube, rasato con cura, si offrì al mio sguardo famelico. Lo tastai, premendo il palmo della mano guantata contro il tuo calore, poi cercai con le dita le grandi labbra, aprendole per ispezionare il tuo clitoride. Eri già bagnata, un segnale inequivocabile della tua natura licenziosa. Strinsi il piccolo bottone di carne tra pollice e indice, con forza, godendo del brivido che scosse tutto il tuo corpo slanciato.

«Voltati. Fammi vedere quanto sei disposta a vergognarti,» sibilai.

Ti girasti. Il tuo lato B era un capolavoro di compattezza. Accarezzai la tua schiena, scendendo lungo la colonna vertebrale fino alle natiche. «Aprile. Fammi entrare.»

Allargasti i piedi e, con le mani, divaricasti con decisione le tue natiche, esponendo la tua intimità più profonda ai miei occhi, al mio giudizio, al mio possesso. Restasti immobile, una statua di carne offerta, mentre io prendevo mentalmente possesso di ogni piega del tuo corpo. Ti ordinai di girarti di nuovo e fare lo stesso con le labbra vaginali. Reclinasti il capo all’indietro, gli occhi socchiusi, offrendoti totalmente.

Mi chinai e iniziai a leccarti un capezzolo, mentre le mie dita guantate accarezzavano la tua vulva esposta. Il contrasto tra il calore della mia lingua e la ruvidità della seta del guanto ti fece guaire senza ritegno.

«Allora è vero? Vuoi essere la mia cagna?» ti sussurrai all’orecchio, il fiato caldo sulla tua pelle. «Sì… mia Signora,» rispondesti, la voce rotta.

Fu un istante. Afferrai il frustino di cuoio che tenevo pronto sul mobile dell’ingresso e lo feci saettare nell’aria. Lo scudiscio morse il tuo grembo con un colpo secco. Sussultasti, gli occhi sgranati. «Non sono ancora la tua Signora. Rispondi solo “Sì, Signora”,» replicai gelida. «Chiedo scusa… Signora.» La tua voce era un soffio, mentre la mia saliva ancora riluceva sul tuo capezzolo.

«Seguimi.»

Mi avviai verso la sala da pranzo. Dopo tre passi mi voltai: stavi camminando in piedi dietro di me, con i seni che sobbalzavano a ogni passo. La frusta si abbatté sul tuo fianco, lasciando una scia di fuoco. «Le cagne non camminano come esseri umani. Giù, a quattro zampe.»

Ti gettasti a terra all’istante, strisciando verso di me con le autoreggenti che brillavano sotto le luci soffuse. Ti feci fermare sul tappeto del salotto, in una posizione di totale sottomissione: le braccia allungate in avanti, il petto schiacciato a terra e il sedere alto, esposto come un trofeo.

Il frustino iniziò a cantare. «Conta ogni colpo. Ad alta voce.» «Uno… due… tre…» La tua voce iniziò a incrinarsi. I colpi cadevano ritmici sulle natiche, sulle reni, dietro le cosce. Al colpo numero venti la tua pelle era di un rosso vivido, accaldata e pervasa da un calore che alimentava il tuo desiderio perverso. Quando arrivasti a quarantotto, infilai due dita nella tua fica, trovandola satura di umori. «Cinquanta…» ansimasti, mentre le mie dita danzavano nella tua carne.

Ti afferrai per i capelli, sollevandoti il viso. «Non parlare se non te lo concedo. Sei una sgualdrina senza ritegno, e mi piace come ti ecciti mentre ti umilio.»

Inaspettatamente, ti baciai. La mia lingua cercò la tua con una dolcezza che ti prostrò più della frusta. Mentre ti baciavo, strinsi i tuoi capezzoli con forza, per poi applicarvi due mollette d’acciaio che li serrarono senza pietà. Ti guidai in cucina, ordinandoti di salire sul tavolo. Ti feci assumere una posizione innaturale: in ginocchio, la schiena inarcata all’indietro, le mani che afferravano le caviglie.

Eri un altare di carne. Liberai i capezzoli dalle mollette solo per succhiarli con voluttà, godendo dei tuoi spasmi. Poi, con un gesto deciso, inserii una lunga zucchina nella tua vagina, sentendo come la tua carne la serrasse avidamente. «Servirai la cena così,» ordinai.

Ti feci indossare un grembiulino ridicolo che non copriva nulla. Tra una portata e l’altra, ti feci sdraiare carponi sulle mie cosce. Mentre mangiavo, mi divertivo a stuzzicare il tuo corpo sottomesso, inserendo una carota nel tuo sfintere anale. Eri piena, occupata in ogni orifizio, ridotta a un puro oggetto del mio piacere.

Posai la tua ciotola d’argento sul pavimento, tra i miei piedi. Mentre mangiavi la tua cena come un animale, premevo i miei piedi nudi contro i tuoi capezzoli, spingendo contemporaneamente gli ortaggi più a fondo dentro di te. Finisti di mangiare leccando il metallo con una devozione che mi commosse.

Ti sollevai e ti sedetti sul tavolo, aprendoti le cosce. Mi tuffai tra le tue gambe, leccando il tuo clitoride con una furia metodica finché non ti sentii esplodere. In quel momento di estasi, ti concessi di parlare e tu mi dedicasti il tuo orgasmo, dichiarandoti finalmente mia.

«Accetto di essere la tua Signora,» risposi, assaporando il gusto della tua resa.

Presi il rasoio e, con calma rituale, eliminai ogni residuo di peli dal tuo pube, lasciandoti liscia e vellutata come una bambola. Sapevo che un giorno lì avrei fatto tatuare il mio marchio, ma per ora mi bastava vederti così, nuda e marchiata dal mio volere.

Estrassi da un cassetto un collare di cuoio rosso. Te lo allacciai al collo, sentendo il calore della tua pelle sotto le mie dita. «Sei mia. La mia incantevole troia.» «Sono la vostra cagna, mia Signora,» sussurrasti.

Agganciai il frustino al collare, usandolo come guinzaglio. Ti condussi nella mia stanza da letto, camminando mentre tu strisciavi fedelmente ai miei piedi. Legai il guinzaglio alla colonna del letto e ti feci accucciare su un materassino ai miei piedi. Ti diedi un ultimo bacio sulle labbra e mi distesi tra le lenzuola di seta, addormentandomi con la certezza che, finché avessi respirato, saresti stata l’ombra fedele del mio desiderio.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 23 Aprile 2026
Modificato: 23 Aprile 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Saffico
Tag:
Bondage, Cuckqueen, Dark Erotica, Degradazione, Umiliazione

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