Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
La mia vita, quella vera, è iniziata esattamente tre anni fa. Prima ero solo un involucro vuoto di quarant’anni, una donna che si trascinava tra relazioni insipide e una routine asfissiante. Poi, nella cornice ovattata di un grand hotel affacciato sul Lago di Como, ho incontrato Alessandro. Alessandro aveva sessantotto anni, ma il suo corpo asciutto, i suoi completi sartoriali e quello sguardo affilato come ossidiana gli conferivano un’aura senza tempo. Era un uomo abituato a prendere tutto ciò che voleva. La nostra conoscenza iniziò con una conversazione al bar, tra Martini secchi e fumo di sigaro. L’eleganza dei suoi modi scivolò presto in un’indagine spietata sulla mia intimità. Le sue domande non erano curiosità, erano bisturi che mi aprivano in due. E io, inspiegabilmente, sanguinavo per lui con gioia.
Quando salimmo nella sua suite, l’aria era già satura di una tensione elettrica. Non ci fu niente di romantico. Non mi baciò. Mi afferrò per la nuca e mi ordinò di spogliarmi. Fu in quel preciso istante che scoprii il demone che sonnecchiava dentro di me: l’assoluta, viscerale dipendenza dall’abdicare alla mia volontà. Mi fece posizionare davanti all’enorme vetrata che dava sulla terrazza del ristorante sottostante. Le tende erano spalancate. La luce della luna e i riflessi del lago illuminavano il mio corpo nudo, esposto agli sguardi invisibili di chiunque alzasse gli occhi. Alessandro si piazzò dietro di me, le sue mani presero a impastarmi i seni con una forza brutale. Le sue dita mi torcevano i capezzoli fino a strapparmi gemiti soffocati, in bilico tra il dolore puro e un’eccitazione che mi faceva tremare le ginocchia.
Poi, la sua mano scivolò in basso, tracciando il contorno della mia figa già fradicia dei miei umori, per fermarsi esattamente sul mio buco del culo. «Stasera ti spacco,» mi sussurrò all’orecchio. La sua voce era velluto e carta vetrata. «Ti prego, no,» implorai, la voce che mi tremava. «Non l’ho mai fatto… mi farà malissimo.» Alessandro rise. Una risata fredda che mi gelò il sangue e, al contempo, mi incendiò l’inguine. L’idea della mia verginità anale lo faceva letteralmente impazzire. Mi ordinò di prendere l’olio da massaggio dal bagno e di lubrificarmi da sola. Tornai da lui tremando, le dita unte. Non perse tempo. Afferrò i miei fianchi, poggiò la sua cappella contro il mio sfintere contratto e spinse. Sentii un bruciore sordo, una lacerazione che mi fece mancare l’aria. «Non irrigidirti, puttana,» sibilò, accompagnando l’ordine con due schiaffi violenti sulle mie natiche. Il suono della carne percossa rimbombò nella stanza. «Respira. E obbedisci.» Annaspai, cercando di allentare la morsa dei miei muscoli terrorizzati. Quando sentì che stavo cedendo, mi penetrò con un colpo secco, spietato, affondando il cazzo fino alla radice. Vidi le stelle. Le gambe mi cedettero, ma lui mi sostenne, tenendomi inchiodata a sé. Estrasse due morsetti metallici dal cassetto del comodino e li pinzò con violenza sui miei capezzoli. Urlai. Il dolore era accecante, ma lui iniziò a stantuffarmi il culo con un ritmo feroce, ignorando i miei pianti. Potevo sentire il suo cazzo scivolare dentro le mie viscere, allargarmi, reclamarmi. Mi usò finché non sentii il suo ventre contrarsi e una colata di sborra densa e bollente inondarmi il retto.
Si sfilò con uno schiocco umido, lasciandomi crollare sul tappeto, tremante e dolorante. Andò a farsi la doccia senza degnarmi di uno sguardo. Quando tornò, si asciugò i capelli con un asciugamano e mi squadrò. «Ti è piaciuto, troia? Hai goduto?» «N-no…» sussurrai, sperando che la sincerità premiasse. Il dolore aveva sovrastato il piacere. Lo schiaffo che mi arrivò in pieno viso mi fece fischiare le orecchie. Con un gesto fulmineo, strattonò i morsetti dai miei capezzoli, strappandomi un altro grido. «Se non godi, sei un pezzo di carne inutile,» sentenziò, guardandomi con disgusto. «Domani sera ti do un’altra possibilità. La cena la paghi tu. Poi saliamo, e ti sfondo di nuovo. Se non vieni, sparisci dalla mia vista. Ora fuori dai coglioni. E se hai ancora la figa che ti pulsa, scendi e fatti sbattere da un cameriere.» Mi cacciò così. Nuda, coperta solo dai miei vestiti raccolti alla rinfusa, con il culo che bruciava e l’anima a brandelli. Eppure, il giorno dopo, ero lì. Pronta a farmi umiliare ancora.
Pagai una cena a base di crudi di mare e champagne millesimato. Alessandro fu un carnefice perfetto. Mi aveva imposto di indossare i morsetti sotto il mio abito di seta sottilissima. Ogni passo era una tortura, i miei capezzoli torturati erano evidenti a tutta la sala. Durante la cena, le sue mani scivolavano sotto il tavolo, sfiorandomi la figa nuda e bagnata davanti agli sguardi famelici dei camerieri. «Sei proprio una cagna da riporto,» mi ripeteva. Nell’ascensore, mi fece sollevare l’abito e togliere gli slip. Eravamo solo io e lui, quando le porte si aprirono al terzo piano ed entrò una coppia di anziani signori inglesi. Alessandro, con un sorriso cortese, li salutò. Poi, fingendo sbadataggine, fece cadere il suo accendino d’oro ai miei piedi. «Raccoglilo, cara,» ordinò. Mi chinai. L’abito corto si sollevò, esponendo il mio culo nudo e il mio buco arrossato alla vista dei due estranei. L’uomo sbarrò gli occhi, inghiottendo a fatica; la donna distolse lo sguardo, indignata. L’umiliazione mi investì come un’ondata di calore, inzuppandomi la figa a dismisura. Arrivati al nostro piano, prima ancora di inserire la chiave magnetica, mi spinse in ginocchio nel corridoio. «Succhiamelo qui. Fatti vedere.» Presi il suo cazzo in bocca mentre gli ospiti passavano, chiudendo gli occhi, assaporando il suo sapore di maschio, il muschio della sua pelle. In camera, mi buttò sul letto, a gambe spalancate, e posizionò una pinza direttamente sul mio clitoride. Il dolore fu così intenso che la vista mi si annebbiò. Chiamò il servizio in camera. Quando il cameriere entrò con il secchiello del ghiaccio, mi trovò così: nuda, spalancata, in agonia. Alessandro mi scopò il culo con una violenza inaudita. Questa volta, il mix di umiliazione estrema, dolore e sottomissione mi fece scoppiare. Venni urlando, stringendo le lenzuola, mentre lui mi riempiva di nuovo di sborra. Ma il mio orgasmo non gli bastò a intenerirlo. Mi cacciò di nuovo, rispedendomi nella mia stanza solitaria.
I due giorni successivi furono il vuoto assoluto. Mi evitò come la peste. Ero impazzita, affamata di lui. Andai a cercarlo e lo trovai al bar della piscina. Lo affrontai, ma le sue parole furono acido puro. «Sei solo una mignotta da usare quando mi annoio. Non voglio storie, non voglio rotture di coglioni. Sono uno spirito libero. Se ti va bene, ti do il cazzo quando decido io. Altrimenti evapora.» Invece di mandarlo al diavolo, accettai. Il mio orgoglio era cenere. Mi eccitava l’idea di essere spazzatura nelle sue mani.
Mi scopò di nuovo, sì, ma alle sue condizioni. Mi fece salire in camera sua, dove mi aspettava Amir, un massaggiatore dell’hotel, un ragazzo arabo dal fisico imponente che Alessandro aveva profumatamente pagato. Mi fece mettere a novanta. Amir mi distrusse. Mi penetrò la figa e il culo con una brutalità disumana, mentre Alessandro lo incitava, ridendo di me. Amir mi insultava in una lingua che non capivo, ma il tono era chiaro: gli facevo schifo, ero solo un buco largo e a pagamento. Mentre il cazzo di Amir mi sventrava, io pompavo quello di Alessandro con le mani. Quando lo straniero fu al limite, Alessandro lo fece scansare. Si prese il mio culo, pompando con rabbia, mentre Amir si masturbava sulla mia faccia. Alessandro mi riempì il retto, e un secondo dopo fiotti di sperma sconosciuto mi colpirono gli occhi e la bocca. Mi cacciò dalla stanza così com’ero: con il culo gocciolante e il viso incrostato di sborra. Nel corridoio incrociai una donna stupenda, altera, con gli occhi di ghiaccio. Mi squadrò con un sorriso di pena e disgusto.
Il giorno dopo, scoprii che quella donna era Ludovica. La vedevo ovunque con Alessandro. Con lei, lui era un principe. Le offriva il braccio, le sussurrava parole dolci all’orecchio, le sfiorava i capelli. Mi sentii morire. La gelosia mi divorava lo stomaco. La notte, disperata, andai alla sua suite. Attraverso la porta socchiusa, sentii la voce di Ludovica ansimare e quella di Alessandro, densa di devozione. «Sei l’unica, amore mio. Quella cagna disperata era solo uno strumento. L’ho usata per farti ingelosire, per dimostrarti fino a che punto mi annoia il mondo senza di te. Sposami. Sposami e questo cazzo non entrerà in nessun altro buco che non sia il tuo.» La nausea mi fece barcollare. Ero stata un pezzo di carne usato per una tattica di seduzione.
Il giorno seguente, quando cercò di allontanarmi definitivamente, crollai. Mi trascinò in camera, intimandomi di sparire. Ma la mia dignità era morta e sepolta. Caddi in ginocchio, piangendo, implorandolo. Gli dissi che avrei accettato qualsiasi cosa. Anche di essere il tappeto su cui lui e Ludovica camminavano. Vidi un guizzo oscuro attraversare i suoi occhi. Prese il cellulare e chiamò Ludovica. «Amore, la spazzatura è qui. No, non arrabbiarti, è venuta lei a strisciare… Vuoi scendere? Facciamo quel gioco di cui parlavamo?»
Poco dopo, Ludovica entrò. Indossava un abito di lino bianco. Mi guardò dall’alto in basso, come si guarda uno scarafaggio. «Spogliati,» mi ordinò. Guardai Alessandro; lui annuì lentamente. Mi tolsi i vestiti. Ludovica si avvicinò, le sue unghie laccate mi graffiarono la figa bagnata. «È qui dentro che ti sei divertito, Ale?» «Non solo lì, a dire il vero,» rispose lui, complice. Ludovica rise, un suono crudele. «Perfetto. Allora scopatela. Sfondale il culo come hai sempre fatto. Ma quando stai per venire, esci. Voglio il tuo seme dentro di me. E lei ci guarderà.» Così fu. Alessandro mi stantuffò il retto come una bestia, spinto dallo sguardo eccitato della sua futura moglie. Quando fu il momento, si tirò fuori. Ludovica allargò le gambe sul letto e lui la penetrò nella figa, svuotandosi in lei con un gemito d’amore che non mi aveva mai rivolto. Mi cacciarono dalla stanza nuda, buttandomi i vestiti appresso.
Da quel giorno, il mio destino fu segnato. Divenni il loro personale giocattolo rotto. Si sposarono otto mesi dopo. Io ero la damigella d’onore, chiusa in un abito color pastello che strideva con il mio animo marcio. Alessandro non mi guardò mai negli occhi. Durante il ricevimento, Ludovica mi trascinò nel bagno delle signore. Mi fece mettere in ginocchio. «Lecca l’anello, schiava,» sibilò. Tirai fuori la lingua e passai la saliva sull’oro freddo della sua fede nuziale. Poi, senza preavviso, infilò proprio quel dito, anello compreso, dentro la mia figa. «Questo è un assaggio, cagnetta,» mormorò, torcendo il polso dentro di me. «Stanotte ti faremo a pezzi.»
Li seguii in luna di miele in una tenuta isolata tra le colline senesi. Ero la loro ombra, la loro “dama di compagnia”. Avevo una stanza minuscola adiacente alla loro suite. Di notte, mi usavano per scaldare i loro giochi. Ma il fondo lo toccammo quando decisero che il corpo di Alessandro era un privilegio troppo alto per me. Mi offrirono agli stallieri della tenuta. Uomini rudi, che puzzavano di terra e fatica. Mi fecero legare nel fienile, mentre Alessandro e Ludovica bevevano vino rosso e guardavano quegli sconosciuti violare ogni mio orifizio. Ludovica rideva, accarezzando il cazzo di suo marito, mentre io venivo riempita di sperma estraneo, umiliata, derisa, degradata fino alla mia essenza più animale.
E sapete qual è la parte peggiore? Che io li amo. Amo il modo in cui mi annientano. Amo il sapore del fango in cui mi costringono a vivere. Sono la loro creatura, e non voglio essere salvata. Se avrete lo stomaco di ascoltarmi, la prossima volta vi racconterò i dettagli di quella notte nel fienile toscano. Perché l’abisso non ha fondo. E io sto ancora precipitando.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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