La fame e l’ombra

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

C’è un’età in cui il bilancio di una vita smette di essere una questione di numeri e diventa una mappa di cicatrici, di desideri inconfessabili, di nostalgie feroci per ciò che non si è fatto e per ciò che è ormai perduto. Arrivato a questo punto del mio cammino, mi guardo indietro e vedo un filo rosso che attraversa decenni di apparente normalità borghese: la mia viscerale, inestinguibile e segreta ossessione per il cazzo, per l’atto della sottomissione orale e per il sapore della sborra. Non mi sono mai considerato omosessuale. Non provo alcun trasporto romantico o attrazione sentimentale per gli uomini, né condivido l’estetica della cultura gay. Per me, l’uomo è sempre stato solo un vettore. È il cazzo l’oggetto del mio culto. È un feticismo puro, slegato dall’identità, una pulsione che mi spinge a inginocchiarmi, a venerare, ad annullarmi nel servire la mascolinità altrui.

Il seme di questa fame fu piantato in un’epoca lontana, quando il mondo odorava ancora di polvere e dopoguerra. Avrò avuto nove anni. La nostra base segreta era lo scheletro di cemento di una fabbrica abbandonata nella periferia di Bologna. I pomeriggi estivi erano un regno senza regole, dove noi bambini, cresciuti con le ginocchia sbucciate e l’ingegno aguzzato dalla necessità, esploravamo i confini della moralità. Il rito di passaggio dei ragazzi più grandi era l’esibizione. Si tiravano fuori i cazzi, scuri, già segnati dai primi peli, e si sfidavano a chi spruzzava il proprio seme acerbo più lontano, mentre noi piccoli guardavamo con un misto di soggezione e reverenza. Un pomeriggio, rimasti soli nel ventre umido e fresco di quelle rovine, io e il mio amico d’infanzia ci guardammo. Non ci fu bisogno di parole. Abbassammo i calzoncini logori. I nostri cazzetti erano duri, tesi da un’eccitazione infantile e confusa. Ce li mettemmo in bocca a vicenda. Fu una questione di secondi: la pelle liscia, il sapore salato, l’umidità. Poi, il panico. Ci ritraemmo come se ci fossimo bruciati. Passai il resto della giornata a sputare la saliva nella polvere, strofinandomi la lingua con la manica della camicia. Era l’ombra del peccato mortale che si allungava su di me. A quei tempi, la morale cattolica era un cappio invisibile: la masturbazione ti rendeva cieco, il sesso ti condannava alle fiamme di un inferno che noi credevamo tangibile quanto le macerie in cui giocavamo.

Ci vollero decenni prima che quel seme germogliasse di nuovo, facendosi strada attraverso le crepe del mio matrimonio. Milano, fine anni Novanta. Io e mia moglie, Camilla, eravamo finiti nella spirale dello scambismo per noia, per cercare di rianimare un letto diventato freddo. Quella sera eravamo in un loft sui Navigli, ospiti di un’altra coppia, Riccardo e Beatrice. L’atmosfera era satura del fumo dolciastro dell’hashish e dell’odore di sudore e costosi profumi francesi. Camilla e Beatrice erano intrecciate sulle lenzuola di raso nero, un groviglio di cosce, lingue e gemiti. Io e Riccardo eravamo ai lati del letto, spettatori in attesa. Poi, Camilla si fermò. Ci guardò con occhi dilatati, lucidi di lussuria e di una cattiveria padronale che non le avevo mai visto. «Succhiatevi,» ordinò, la voce roca. Beatrice sorrise, annuendo, e aggiunse: «Vogliamo vedervi.» L’imbarazzo durò lo spazio di un respiro. Riccardo si avvicinò e tirò fuori il suo cazzo. Era imponente, venoso. Sotto lo sguardo dominatore della mia stessa moglie, mi inginocchiai e presi quella carne in bocca. Non fu solo esibizionismo. Fu un risveglio. Leccai l’asta, sentii la cappella spingere contro il mio palato, percepii il respiro di Riccardo farsi pesante. Mi piaceva. Ma il vero punto di non ritorno, la rivelazione assoluta, arrivò pochi minuti dopo. Riccardo si staccò da me per montare Camilla. La scopò con una violenza inaudita, fino a svuotarsi completamente dentro di lei. Quando si sfilò, Camilla aprì le gambe e mi guardò, la figa spalancata, grondante del seme denso e biancastro di Riccardo. «Puliscimi,» sussurrò. Affondai il viso nel suo sesso. Leccai la sborra ancora calda del mio amico, mescolata agli umori eccitati di mia moglie. Il sapore aspro, metallico e muschiato dello sperma mi inondò la lingua. In quel preciso istante, mentre ingoiavo il carico di un altro uomo direttamente dalla carne della donna che amavo, la mia mente si ruppe. Il tarlo si insediò nel mio cervello, e non se ne andò mai più.

Il mio matrimonio finì pochi anni dopo. E con esso, i giochi di coppia. Mi ritrovai solo, divorato da una passione inconfessabile e senza gli strumenti per soddisfarla. Non frequentavo l’ambiente gay, non sapevo come muovermi. Finché un giorno, rientrando a casa dal lavoro, non notai un movimento sospetto in un’area di sosta alberata lungo la statale. Macchine parcheggiate, ombre che scivolavano tra la vegetazione. Il cuore iniziò a martellarmi contro le costole. Parcheggiai. L’aria era umida, l’odore di terra bagnata e pini mi riempiva le narici. Addentrandomi nella boscaglia, vidi la sagoma di un uomo. Aveva i pantaloni calati, il cazzo stretto nel pugno, che si masturbava lentamente nell’ombra. Appena calpestai un ramo secco, si voltò. I suoi occhi mi agganciarono nel buio. Non ci furono preliminari. «Mi vuoi fare un bocchino?» chiese, la voce dura, imperativa. Come ipnotizzato, in trance, scesi in ginocchio sui sassi umidi. Aprii la bocca e cercai di prenderlo. Ma ero goffo, terrorizzato e troppo affamato. I denti sfregarono contro la sua cappella sensibile, il mio respiro era irregolare. Non sapevo cosa stessi facendo. L’uomo mi afferrò per i capelli con una brutalità inaudita e mi strappò il cazzo di bocca. «Cazzo fai? Mi fai male, coglione,» ringhiò, sputando a terra. «Sparisci, incapace.» Si ricompose in un secondo e si dileguò tra i cespugli, lasciandomi lì, in ginocchio nel fango, con il sapore acerbo del suo pre-seminale sulla lingua. L’umiliazione fu una frustata. Ero stato trattato come una puttana da due soldi, rifiutato e insultato. Ma mentre guidavo verso casa, le mani tremanti sul volante, mi resi conto che quella degradazione, quello schiaffo al mio ego, mi eccitava quasi quanto l’atto in sé. Avevo varcato la soglia.

Trascorsero mesi prima che trovassi il coraggio di riprovarci. Questa volta scelsi un parco più grande, noto per le battute notturne, un labirinto di sentieri non illuminati dove le regole del mondo di sopra non esistevano. Faceva caldo. La notte era un lenzuolo pesante e appiccicoso. Camminai per un quarto d’ora, il fruscio dei miei passi unico suono oltre ai grilli. Poi, lo vidi. Era appoggiato al tronco di una quercia centenaria, immobile. L’oscurità nascondeva il suo volto, ma l’esposizione del suo cazzo, turgido e in attesa, era un segnale inequivocabile. Il patto del bosco. Nessuna parola. Mi avvicinai lentamente. Il profumo del suo sudore misto a quello del sesso eccitato mi colpì come uno schiaffo. Mi inginocchiai davanti a lui, abbassando la testa in segno di totale sottomissione. Questa volta sapevo cosa fare. Tirai fuori la lingua e iniziai dalla base. Ne accarezzai i coglioni caldi, pesanti, gonfi di promesse, leccando la pelle sottile e sudata con una devozione lenta e calcolata. Lo sentii trattenere il fiato. Le sue mani scesero verso la cintura, la fibbia scattò con un rumore metallico che mi fece vibrare i nervi, e i pantaloni caddero alle caviglie, seguiti dalle mutande. Ora la sua mascolinità torreggiava su di me, un’asta spessa e pulsante che reclamava di essere servita. Con una mano gli strinsi la base, sentendo il sangue pompare sotto la mia pelle, e con la bocca risalii fino alla grossa cappella lucida. L’accolsi. Le labbra si chiusero ermeticamente, scivolando lungo l’albero. Il ritmo divenne costante. Ingoiavo quel nerbo di carne che sembrava dotato di vita propria, vibrando e gonfiandosi contro il mio palato. Ero perso in una foia primordiale. Non esisteva più nulla: non la mia età, non il mio passato, non la mia vita fuori da quel parco. Ero solo un buco, uno strumento per il suo piacere. Il suo respiro si ruppe. Diventò un rantolo gutturale. Due mani massicce mi si chiusero intorno alla testa, le dita affondate nei miei capelli con una morsa d’acciaio. Iniziò a fottermi la bocca, dettando lui il ritmo, spingendomi indietro la testa, usando la mia gola come una vagina umida. «Sto venendo,» grugnì, una minaccia e un avvertimento. Sapevo cosa voleva dire. La regola non scritta prevedeva che mi staccassi per farlo sborrare a terra o sulla mia faccia. Ma io ero lì per l’estasi completa. Invece di ritrarmi, mi spinsi in avanti. Affondai la faccia contro il suo inguine, prendendo il suo cazzo fino alla radice, serrando le labbra. L’esplosione fu vulcanica. La prima ondata di sborra calda, densa e violenta mi colpì il fondo della gola, facendomi lacrimare gli occhi. Ne seguì una seconda, poi una terza. Mi inondò la bocca con tutta la potenza del suo orgasmo, e io ingoiai ogni singola goccia, il sapore prepotente e vitale che mi incendiava i sensi. Si sfilò lentamente. Mi guardò per una frazione di secondo nel buio, si tirò su i pantaloni e, senza emettere un suono, svanì nella notte, un fantasma che si portava via l’anonimato. Rimasi in ginocchio, l’odore di terra e sperma nelle narici, il suo sapore che mi rivestiva la lingua. Solo, umiliato, usato. E, per la prima volta nella mia vita, assolutamente e fottutamente completo.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 5 Maggio 2026
Modificato: 5 Maggio 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Feticismo, Gay
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Feticismo, Masturbazione, Umiliazione

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