Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Spingo ancora, il mio bacino che sbatte contro il suo viso, forzando la sua bocca ad allargarsi oltre i limiti. Il mio cazzo, imponente e duro come granito, è sepolto nella gola di Martina. Sento il suo riflesso faringeo contrarsi disperatamente attorno alla mia asta, lottando contro l’invasione brutale. Non m’importa. È per questo che è qui. La sofferenza di una sottoposta non è solo tollerata; è il nucleo del mio piacere. Afferro la sua nuda nuca, le dita affondate nei suoi capelli castani, e la blocco. Non permetterò che una goccia del mio orgasmo vada sprecata fuori da lei. Spingo a fondo, sentendo la punta del mio sesso battere contro la parete del suo esofago, stordendola con l’odore aspro e muschiato della mia eccitazione. Il rilascio è un’esplosione violenta. Le sparo in gola fiotti densi e bollenti, in quantità tale da soffocarla. Martina rantola, il petto che si alza e si abbassa convulsamente, lottando per non rimettere. Quando finalmente mi sfilo, lasciando cadere il mio cazzo flaccido contro i pantaloni slacciati, lei collassa sul marmo freddo del mio attico, tossendo e sputacchiando saliva e sperma.
“Molto bene, cagnetta,” le dico, la voce intrisa di disprezzo. Le do una leggera spinta col piede sul fianco, facendola rotolare sulla schiena. “Ora alzati e vai in bagno. Fatti un gargarismo con l’acqua del bidet. Non voglio che tu parli e sputi il mio seme sui miei pavimenti.”
Martina si solleva a fatica. L’umiliazione le è incisa sul viso, ma non ribatte. Si trascina verso il bagno, la schiena curva, gli occhi bassi. Non ho bisogno di seguirla per sapere che berrà l’acqua del bidet. La sua sottomissione è così radicata che il libero arbitrio è per lei un concetto astratto.
Martina ha ventitré anni. È bella, disperatamente bella, ed è nata in un buco di provincia dove il futuro è una chimera. Per lei, io sono il passaporto per un mondo in cui il successo non si misura in anni di sacrifici, ma in favori ben piazzati. Vuole la mia influenza. Crede, nella sua beata idiozia, che il mio potere possa catapultarla in televisione o in qualche redazione prestigiosa (non entrerò nei dettagli della mia professione, non vi serve saperlo). Crede, povera stupida, che se si lascerà calpestare abbastanza, io le aprirò le porte dell’Olimpo.
E io? Certo che me ne approfitto. La illudo con mezze frasi, la lusingo con la promessa di una Porsche sotto il culo, e intanto la sventro. La uso come un orinatoio, le faccio leccare il sudore dalle mie scarpe. Ho sviluppato un gusto particolare per umiliarla nei modi più viscidi: sputarle in gola mentre geme, o peggio, costringerla a inalare le mie flatulenze fino a farla piangere di vergogna e disgusto.
La raccomandazione? Una barzelletta. Io sono un professionista irreprensibile, un pilastro della società. Non mi sporcherei mai le mani con una nullità come lei. Resta la questione della bella vita. Ogni tanto le butto qualche osso, la porto in un hotel di lusso, lontano dagli sguardi indiscreti. Ai veri eventi sociali ci vado con Beatrice. Lei è la mia compagna ufficiale: elegante, di buona famiglia, conduttrice di un noto programma serale. Un trofeo perfetto da sfoggiare. Martina, invece, è solo il giocattolo da nascondere nell’armadio.
Ritorna dal bagno, il respiro ancora affannoso. “Cagnetta, a quattro zampe. Ora,” le intimo. Lei obbedisce senza un sussulto, posizionandosi sul tappeto. “E come si dice?” “Grazie, mio signore e padrone,” sussurra, la voce tremante.
Il suono di quella formula mi accende il sangue. Monto sulla sua schiena, gravando con tutto il mio peso sui suoi polsi fragili. “Cammina, animale.” Lei esita. “Signore… pesate…” Le assesto un ceffone sul sedere e le tiro i capelli con forza. “Credi che mi importi qualcosa del tuo sforzo, parassita? Avanza o ti prendo a calci finché non ti spezzo. Portami in bagno.” Martina inizia a muoversi. I suoi muscoli si tendono, il respiro si fa sibilante. È un peso eccessivo per le sue spalle esili, ma la sua disperata voglia di accontentarmi la spinge avanti. Mi godo lo spettacolo della sua fatica, il sudore che le imperla la fronte. Se mi avesse fatto cadere, la punizione sarebbe stata spietata. Ma le schiave sono fatte per sopportare.
Giunti in bagno, scendo e le do un calcio leggero sulle natiche. Cade in avanti, atterrando vicino al water. “Tiramelo fuori.” Si inginocchia, tremante, e apre la cerniera dei miei pantaloni. Le sue dita sottili estraggono il mio cazzo. La sproporzione tra la sua fragilità e la mia virilità è grottesca. Potrei spezzarle le dita con una spinta. Inizia a masturbarmi, sfregando le mani umide contro la mia pelle tesa. Quando tenta di avvicinarsi con la bocca, la blocco, sputandole sul viso. “Ti ho dato il permesso di assaggiarlo ancora? Sei un orinatoio, nient’altro. Apri la bocca.”
Lei sbianca, china la testa. “Guardami, cagnetta. E allarga bene le labbra, o dovrò punirti per aver sporcato.” Il getto di urina le colpisce la gola. La costringo a ingoiare ogni goccia. È raccapricciante pensare che, se un giorno dovesse mai farcela, nessuno immaginerebbe il prezzo che ha pagato, quante umiliazioni ha dovuto deglutire per arrivare sotto i riflettori. Ma per me, per noi che deteniamo il potere, le donne come lei sono interscambiabili. Quando sarò stufo del suo sapore, ne prenderò un’altra. E lei dovrebbe solo essermi grata per il tempo che le ho dedicato.
Le inondo la bocca, poi mi fermo, abbasso le mutande e mi siedo sul water. Defeco davanti a lei, godendo dell’odore nauseabondo che impregna la stanza. “Oggi sono di fretta,” le dico, “altrimenti ti avrei fatto assaggiare anche questo.” Lei sussulta, terrorizzata. “Pad-padrone… no, la prego…” “Ti disgusta?” sbotto. “Come se la tua opinione contasse qualcosa.” Mi alzo, mi pulisco e getto la carta nel water. Poi la afferro per i capelli e la tiro verso la tazza. Il suo viso sfiora l’acqua torbida. Annaspa, lottando contro la nausea. La tengo premuta con un piede sulla schiena e schiaccio lo scarico. Sento il suo corpo irrigidirsi per lo spavento mentre il vortice d’acqua e merda defluisce a un millimetro dal suo naso. Rilasso la presa e lei cade sul pavimento, ansimando. L’acqua le ha schizzato i vestiti e i capelli. “Stai macchiando il marmo, inutile troia!” urlo. “P-perdono, signore…” “Pulisci. Con la lingua. E non azzardarti a usare un asciugamano. O ti giuro che ti farò dimenticare anche la speranza di una sfilata di provincia.”
Lei annuisce, gli occhi pieni di lacrime, e inizia a leccare il pavimento umido. Mi volto e la lascio lì. In salotto, trovo Beatrice. È appena tornata dalla sua corsa al parco, splendida nella sua tuta da ginnastica aderente. “Sei tornata,” dico, baciandola sulla guancia. “Scusa, la sguattera era impegnata.” Beatrice sorride maliziosa. “Cos’hai fatto a quella poveretta oggi?” “Il solito. L’ho riempita, poi le ho pisciato in bocca e le ho fatto pulire il pavimento del bagno con la lingua.” Beatrice ride, un suono cristallino e spietato. “Senti, posso prenderla in prestito? Ho i piedi sudati e le scarpe impolverate.” “Ma certo, amore mio,” rispondo. “È qui per questo. E poi, il sudore della tua corsa è sicuramente un premio per lei.”
Beatrice ama giocare con Martina. Adora la sensazione di calpestare un’altra donna, di usarla come tappetino. Si dirige verso il bagno. “Ciao, schiavetto!” trilla la sua voce oltre la porta socchiusa. “Sbrigati a pulirti quella bocca schifosa. Devo farmi la doccia e ho bisogno che tu mi pulisca i piedi. E le scarpe. Poi ti userò come scendiletto. Se fai la brava, potresti anche avere il privilegio di pulirmi dopo…” Sorrido, ascoltando le istruzioni di Beatrice, inebriato dal controllo totale che entrambi esercitiamo su quella miserabile creatura.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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