Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’aria all’interno del vecchio casale di pietra, isolato tra le gole boscose della Garfagnana, era densa, satura del profumo resinoso del pino silvestre e dell’odore aspro della pioggia estiva che aveva appena sferzato i vetri della veranda. Fuori, il buio della montagna inghiottiva i contorni dei faggi; dentro, il silenzio era un vuoto pneumatico pronto a essere squarciato.
Un alito di vento freddo, insinuatosi attraverso gli infissi fessurati, mi sfiorò la pelle nuda, facendomi sussultare. Solo pochi minuti prima mi avevi parlato di deserti lontani, di rituali di purificazione orientali, di oli densi alla cannella e al sandalo massaggiati da mani scure su epidermidi esauste dal caldo e dagli amplessi. Mi avevi confusa, stordita con immagini di sete colorate lasciate ad asciugare al vento tiepido della sera, spezie odorose che bruciavano su bracieri d’ottone. Al solo pensiero di quei luoghi e della loro spietata ritualità, il mio ventre si era ribellato. Una morsa liquida e calda aveva stretto le mie viscere, una reazione violenta alla negazione del piacere che Tu, con gelida precisione, mi stavi imponendo da giorni. Tutto era iniziato per un mio stupido moto d’orgoglio, una parola di troppo che aveva sfidato la Tua autorità.
«Spogliati!» era stato il Tuo unico comando, pronunciato con una voce che non ammetteva repliche. «Padrone…» avevo tentato di opporre, un ultimo briciolo di resistenza prima del crollo. «Hai disobbedito. Spogliati!»
E quando l’ultimo velo di cotone era caduto, i miei occhi avevano perso la luce, sepolti sotto una spessa fascia di seta rosso sangue che mi privava del mondo, lasciandomi solo il buio e l’ascolto. Mi avevi ordinato di inginocchiarmi al centro del tappeto di lana grezza, mi avevi bloccato i polsi dietro la schiena con una corda di seta dello stesso colore della benda e avevi imposto il silenzio assoluto. Il calore nel mio sesso era diventato un incendio. Sapevo di essere circondata da candele; ne percepivo il calore radiante sulla pelle d’oca. Una perla di sudore trasparente cominciò a colare lenta lungo il profilo delle mie vertebre, riflettendo la luce tremula dei ceri, scivolando lungo il solco tra i glutei contratti per andare a perdersi nei luoghi più intimi e lussuriosi, lì dove la carne bruciava dal desiderio di Te. Ma non c’era scampo: avevi già fatto scattare il piccolo lucchetto d’oro agli anelli del plug che mi avevi imposto prima di bendarmi, sigillando il mio fiore segreto e vietandomi ogni possibilità di tocco.
Poi, l’aria della stanza era mutata. Un nuovo profumo si era inserito tra l’odore della cera e del fumo: l’odore selvatico di una cagna smarrita, l’effluvio inconfondibile di una schiava che ancora non sa di esserlo, che ancora nega la propria natura a se stessa e al mondo. Riconoscevo quell’odore perché un tempo era stato il mio. Eri stato Tu a lavarlo via dal mio corpo con la disciplina; eri stato Tu a cospargermi del profumo nuovo della Consapevolezza e dell’Accettazione. Eri stato Tu a rendermi orgogliosamente Tua schiava.
Sentii i passi di un’altra donna. Anche lei mostrava la mia stessa perla: percepivo il suono del suo respiro corto, affannoso, e immaginavo la goccia di sudore che le colava lungo il collo per morire nell’incavo tra i seni. Anche lei era stata privata della vista, bendata con la stessa seta rossa che tingeva di riflessi scarlatti la mia stessa agonia. Ma c’era una differenza profonda tra noi due, inginocchiate nel buio: lei sudava di terrore, il terrore dell’ignoto; io ero madida di un piacere purissimo, il piacere assoluto di restarti sottomessa.
Era questa la mia reale punizione. Sentire la sua paura che si perdeva sotto le Tue mani. Sentire i Tuoi palmi che iniziavano a sfiorarle la pelle d’oca, che prendevano a tormentarle i capezzoli turgidi, a soppesare i suoi seni pesanti, cullandoli con lentezza. Questa era la sua iniziazione: essere presa e violata davanti a me, nel silenzio di un bordello mentale dove nessuna delle due poteva vedere l’altra.
Il rumore secco di un fiammifero di legno lungo squarciò la penombra. Era lo zolfo che usavi per accendere il camino, lo stesso legno che, prima di consumarsi del tutto, avvicinavi alla mia carne nei momenti di massima sospensione, lasciando che il calore della fiamma sfiorasse l’epidermide prima di spegnersi in una voluta di fumo color perla. Stavi facendo lo stesso gioco sadico sul suo corpo. Sotto il velo rosso, sentii il fiato di lei farsi ansimante, veloce, tremulo; tentava disperatamente di capire cosa stesse accadendo nel suo buio. Sarebbe scoppiata in lacrime? Avrebbe urlato? Avrebbe implorato pietà con suppliche destinate a rimanere inascoltate, esattamente come le mie, per il solo nutrimento del Tuo piacere?
Il mio seno si sollevava a ritmi parossistici. Il corpo di quella sconosciuta stava provocando i miei sensi in modo intollerabile. Mi tendevo sulle ginocchia, le corde che mi segnavano i polsi, come se attraverso la sua carne fossi io a ricevere ogni Tua mossa. Sapevi che mi sarei ridotta così, incapace di muovermi ma con la mente totalmente aperta alla Tua volontà. Bastardo. Sono Tua. Lo sono oggi, in modo ancora più viscerale, attraverso il corpo di un’altra.
La brezza della notte entrava dalle finestre aperte della veranda, asciugando il sudore che mi imperlava la fronte. Mi girava la testa. La stavi toccando, vero? Sentivo i suoi gemiti bassi, gutturali, trasformarsi in una melodia che risvegliava i miei stessi ricettori. Il suo piacere scorreva nel mio. Ero eccitata, ammutolita, sospesa. Un grido improvviso di lei squarciò il tumulto della mia mente, alienandomi per un istante da ciò che non volevo sentire e che, al tempo stesso, desideravo ascoltare più di ogni altra cosa.
Questo è il Padrone. E a questo serve una cagna.
Nel delirio dell’oscurità, sognavo di strisciare verso di lei, di leccare la sua pelle madida e accaldata mentre Tu la possedevi, di darle il sollievo di una lingua fresca sui capezzoli morsi o tra le cosce, aggiungendo il mio piacere al suo. Volevo lenire l’umiliazione di quell’uso puramente oggettuale, o forse volevo solo amplificarla, aggiungendo alla vergogna dell’annullamento l’imbarazzo di un gioco saffico e cieco di cui nessuna delle due era consapevole. Ma il mio corpo rimase immobile nella penombra, legato e inginocchiato come mi avevi imposto di rimanere, fedele a un comando che non avrei violato per tutto l’oro del mondo.
Sentivo il mio stesso ventre venire ghermito e violato mentre i suoi lamenti salivano nella notte di montagna. I miei stessi gemiti di piacere si levavano nella stanza, un’eco involontaria alla violenza senza rispetto con cui facevi di lei una bambola priva di dignità. La sentivo urlare sotto i Tuoi colpi insolenti; la vedevo, nella mia mente, tentare una ribellione fisica che la Tua forza rendeva ridicola.
Poi, i suoi rantoli iniziarono ad affievolirsi, mutando in sospiri languidi che si arresero definitivamente all’orgasmo. Una cagna gode? Dio, quante volte me l’ero chiesto anche io, prima di capire che il mio piacere non era che una concessione per i servizi resi, la ricompensa per averti soddisfatto nelle mille maniere in cui mi umiliavi. Perché ti appagava scoprire, ogni volta, che più la mia mente si avvicinava alla terra, più la mia figa si arrendeva alla Tua volontà.
Subentrò il Tuo silenzio. Quel silenzio sacro nel quale immaginavo le Tue reni muoversi con geometrica potenza, il Tuo cazzo bagnato dei suoi umori che si imponeva sulla sua carne ancora contratta, incapace di accettare. Non doveva accettare: doveva capire, esattamente come avevo fatto io. Ero così totalmente persa in quel vortice che la mia stessa lingua iniziò a sfiorarmi le labbra, come se stessi leccando la sua pelle, bevendo il nettare che sgorgava dal suo fiore e dal Tuo membro soddisfatto. Era solo un’illusione; sentivo il sapore salato del mio stesso sudore sul labbro superiore, ma volevo con tutta me stessa che quel sapore fosse il Tuo. Il suo. Il vostro. Non percepivo più le sue urla esterne, né sapevo se bruciasse di più la gelosia nella mia testa o la figa sigillata nel metallo.
Godetti così. Sentendoti scopare una cagna che ancora non sapeva di esserlo. Sentendoti scopare la mia mente attraverso il corpo di un’altra donna.
Nel silenzio irreale della stanza, interrotto solo dal Tuo respiro pesante e regolare, si diffuse un odore nuovo. Era lei. Eri riuscito a spezzarla. Ora anche lei odorava di cagna, esattamente come me. L’aria attorno a noi era satura di quel profumo di sottomissione. Passarono minuti o forse ore, non avrei saputo dirlo in quel buio eterno. Ma mentre la brezza dell’alba portava con sé i profumi della campagna toscana che si risvegliava dopo la pioggia, sentii le Tue dita poggiarsi lievi sulla mia schiena nuda. Scorsero lentamente lungo le vertebre, catturando quella perla di sudore che non si era asciugata per tutto il tempo. Le Tue dita si fermarono, umide degli umori di quella notte, sulle mie labbra, regrandomi un bacio che sapeva ancora di spezie segrete, d’Oriente e di un dominio assoluto.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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