Julian

Racconto

← Torna indietro
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La calura di agosto a Milano non è un fenomeno meteorologico, è una condanna. L’asfalto trasuda un vapore acido che si mescola allo smog, rendendo l’aria solida, quasi masticabile. Al dodicesimo piano del complesso “Torre dei Gelsi”, però, il clima è regolato da un impianto di condizionamento che ronza con la precisione di un orologio svizzero. All’interno, l’estetica è brutale: cemento a vista, arredi in acciaio e pelle nera, e una distesa di vetrate che dominano lo skyline come l’occhio di un predatore.

Vittoria sedeva sulla sua poltrona in cuoio, una struttura monumentale che lei chiamava “il Trono”. Indossava un abito di seta color champagne che scivolava lungo il suo corpo atletico, fermandosi a metà coscia. I capelli biondo platino erano raccolti in una coda alta, così tirata da esaltare i suoi zigomi affilati e lo sguardo glaciale.

Davanti a lei, inginocchiato sul pavimento di resina, c’era Julian. Ventiquattro anni, un passato da studente di filosofia e un presente da fattorino per sbarcare il lunario. Era lì da tre ore.

«Ancora, Julian. Non fermarti proprio ora che stavo iniziando a sentire la tua dedizione,» mormorò Vittoria, la voce bassa e vellutata, intrisa di una crudeltà magnetica.

Julian non rispose. Non poteva. La sua bocca era impegnata a percorrere la pianta del piede destro di Vittoria. Lei lo aveva bloccato lì dopo che lui era arrivato con venti minuti di ritardo per la consegna della cena. Non aveva chiamato il servizio clienti; aveva fatto di meglio. Lo aveva invitato a “risolvere la controversia privatamente”. Julian, intimidito dalla statura sociale della donna e terrorizzato dall’idea di perdere l’unico reddito che gli permetteva di dormire in un buco di stanza in periferia, aveva ceduto al primo ordine.

«S-signora Vittoria… la lingua è secca. Posso bere un sorso d’acqua?» gracchiò lui, staccando per un istante le labbra dalla pelle profumata di sandalo e sudore sottile.

Vittoria inclinò la testa, socchiudendo gli occhi. «Bere? Hai un intero oceano di umori tra le mie dita, piccolo pigro. La tua sete è un insulto alla mia generosità. Se ti fermi ancora, giuro che domani mattina il tuo datore di lavoro riceverà un video della tua “performance” di stasera. Ti immagini la faccia dei tuoi colleghi?»

Julian sussultò. Un brivido di vergogna gli percorse la schiena, ma sotto i pantaloni della divisa, il suo sesso rispose con un guizzo violento. L’umiliazione, per lui, era una droga a cui non sapeva di essere dipendente. Riprese il lavoro. Affondò la lingua tra l’alluce e il secondo dito, raschiando con vigore la pelle tesa. Vittoria godeva del contatto, muovendo le dita per imprigionargli il naso, costringendolo a respirare l’odore muschiato e intenso dei suoi piedi dopo una giornata passata chiusi in stivali di pelle d’alta moda.

Il tempo nel loft sembrava essersi fermato. Vittoria sorseggiava un calice di bianco ghiacciato, guardando Julian dall’alto. Lo osservava sudare, i capelli castani incollati alla fronte, mentre lui si ostinava a lucidare i suoi talloni, resi duri dai tacchi vertiginosi che amava portare.

«Sei così patetico, Julian. Un laureando che pulisce i calli di una donna che non conosce nemmeno il tuo cognome. Ti senti nobilitato da questo servizio? Ti senti utile?»

Julian emise un mugolio soffocato. La sua lingua percorreva i bordi esterni del piede, risalendo verso la caviglia. «Mi sento… suo, Signora.»

Vittoria rise, un suono cristallino e gelido. «”Suo”. Che parola grossa per un esserino così insignificante. Ma mi piaci. Hai quel tipo di disperazione che rende la sottomissione autentica.»

Si alzò improvvisamente, costringendolo a cadere all’indietro. Julian rimase lì, con lo sguardo fisso sui piedi nudi di lei che ora calpestavano la resina. Vittoria si avvicinò alla vetrata, osservando le luci della città, poi si voltò lentamente.

«Sbottonati, Julian. Fammi vedere cosa nascondi sotto quel poliestere dozzinale.»

Le mani del ragazzo tremarono sulla zip. Quando liberò il suo membro, Vittoria inarcò un sopracciglio. Era un pezzo di carne impressionante, turgido, venato, che contrastava violentemente con la sua espressione sottomessa. La cappella era lucida, già bagnata di precum.

«Un bel giocattolo. Sprecatissimo per uno come te,» commentò lei, avvicinandosi.

Julian era immobile, nudo dalla vita in giù, il cuore che gli batteva in gola. Vittoria non usò le mani. Sollevò il piede destro e appoggiò la pianta fredda sulla punta del suo cazzo, premendo con decisione. Julian emise un gemito strozzato, inarcando il bacino per cercare il contatto.

«Ti piace farti calpestare la virilità, vero? Ti piace sentire che il tuo orgoglio è sotto il mio tallone.»

Iniziò a massaggiarlo con il piede, usando l’incavo dell’arco plantare per avvolgere l’asta. Il movimento era ritmico, spietato. Vittoria premeva, strofinava, mentre con le dita del piede tormentava lo scroto di lui. Julian era al limite. La vista della sua Padrona che lo dominava con tale distacco, continuando a sorseggiare il suo vino, lo stava portando al punto di non ritorno.

«Basta così. Non voglio che sprechi tutto su un pavimento di resina,» disse lei, ritraendo il piede.

Lo afferrò per i capelli, costringendolo a rialzarsi e a inginocchiarsi di nuovo, stavolta faccia a faccia. L’odore del sesso e del vino si mescolava nell’aria, rendendo l’atmosfera irrespirabile. Vittoria spalancò la bocca, non per un bacio, ma per inghiottirlo.

Affondò sul suo cazzo con una voracità metodica. Julian sentì il calore della bocca di lei, la pressione delle labbra, la lingua che lavorava con una sapienza millenaria. Vittoria lo stava usando come un oggetto, senza alcuna pretesa di affetto. Era pura meccanica del piacere e del potere. Sospinse l’asta fino in fondo alla gola, ignorando il riflesso del vomito, costringendo Julian a guardarla mentre spariva dentro di lei.

Con le mani, Vittoria afferrò i testicoli di Julian, stringendoli in una morsa quasi dolorosa. Il ragazzo urlò, un suono di pura agonia erotica.

«Vieni, Julian. Adesso. Riempimi la gola del tuo fallimento!» comandò lei, staccandosi un istante per guardarlo negli occhi prima di riaffondare.

L’eiaculazione fu violenta, una scarica elettrica che scosse Julian dalle fondamenta. Getti densi e bollenti esplosero nella gola di Vittoria, che ingoiò ogni singola goccia con una flemma olimpica. Quando ebbe finito, si staccò, ripulendosi l’angolo della bocca con il pollice. Il membro di Julian, ora svuotato e tremante, brillava sotto la luce dei neon.

«Guarda che pulizia,» commentò lei, dandogli uno schiaffo leggero sulla guancia. «Sembri quasi un uomo degno di nota, ora.»

Vittoria tornò verso la scrivania, recuperando il suo smartphone. Julian era ancora a terra, ansimante, cercando di ricomporsi.

«Signora Vittoria… io… la ringrazio,» mormorò lui, la mente ancora annebbiata dal piacere.

Vittoria non rispose. Digitò qualcosa velocemente sullo schermo. «Julian, caro… hai fatto un ottimo lavoro come “pulitore”. Ma la puntualità resta una virtù che non possiedi.»

Julian sentì un brivido gelido sostituire il calore dell’orgasmo. «Cosa vuole dire?»

«Ho appena inviato un messaggio a Stefano, il proprietario della tua pizzeria. Gli ho detto che sei arrivato qui alterato, che mi hai offesa e che hai cercato di approfittarti della situazione. Gli ho suggerito di licenziarti seduta stante se non vuole una denuncia formale.»

Julian sbiancò. «Ma… perché? Abbiamo appena… io ho fatto tutto quello che voleva!»

Vittoria sorrise, un’espressione di pura, celestiale indifferenza. «Esatto, Julian. Hai fatto tutto. Ti ho spremuto, ti ho usato e ora non mi servi più. Il brivido della sottomissione sta proprio in questo, no? Sapere che la tua vita è nelle mani di qualcuno che può distruggerti per un semplice capriccio. Ora sparisci. E non dimenticare di lasciare la divisa sulla soglia. Non sei più un fattorino. Sei solo un poveraccio che ha leccato i piedi a una dea. Ed è questo l’unico titolo che ti rimarrà.»

Julian uscì dal loft con le gambe che tremavano, la bocca ancora impastata dal sapore di lei e l’anima ridotta in cenere. Vittoria, rimasta sola, si versò l’ultimo goccio di vino, appoggiando i piedi nudi sul tavolino di cristallo. Erano perfettamente puliti. Brillavano sotto la luna di Milano.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.

🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!

Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?

Segnalacelo subito qui
Attenzione: I commenti non sono pre-moderati. Le segnalazioni sui commenti inappropriati vengono prese molto sul serio: abusi, insulti o segnalazioni gratuite comporteranno ripercussioni sull'account. Comportati in modo rispettoso.

Dettagli Racconto

Pubblicato: 11 Maggio 2026
Modificato: 11 Maggio 2026
Lettura: 7 min
Viste: 👁️ 18
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Femdom, Umiliazione

🗑️ Eliminare il racconto?

Sei sicuro di voler eliminare definitivamente questo racconto? L'azione è irreversibile e i dati non potranno essere recuperati.

Sì, Elimina

Lascia un commento

Accedi

Registrati

Reimposta la password

Inserisci il tuo nome utente o l'indirizzo email, riceverai un link per reimpostare la password via email.

🔥 Entra nel Club - È Gratis