Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’odore chimico del deodorante sintetico alla vaniglia sbiadita, rimasto appeso allo specchietto retrovisore a liquefarsi contro la condensa densa del parabrezza, si mescolava al sapore acre, alcalino, del seme sbrigativo che cominciava ad asciugarsi contro il palato molle. Quel retrogusto di bachelite e frustrazione era l’unica cosa rimasta dell’ora trascorsa nell’ombra del retro della discoteca.
Marta teneva le mani inchiodate sul volante di pelle della berlina, premendo l’acceleratore con una regolarità rabbiosa, mentre gli pneumatici stridevano sull’asfalto viscido della provinciale. Al suo fianco, Bianca continuava a tormentare lo schermo del telefono, la luce bluastra del display che le tagliava il viso contratto, evidenziando le linee d’ansia attorno alla bocca.
«Muoviti, cazzo, spingi quella marcia,» ringhiò Bianca, senza sollevare gli occhi dallo schermo. «Sono quasi le tre e mezza. Alberto è al privé del secondo blocco dalle due. Se non mi vede arrivare entro dieci minuti, farà saltare i codici del conto cointestato. Lo sai come funziona con lui.»
Dal sedile posteriore, la risata di Silvia arrivò come un taglio netto, priva di qualunque traccia di solidarietà. Silvia se ne stava rannicchiata nell’angolo, le gambe lunghe ripiegate contro lo schienale anteriore, i capelli scuri spettinati che le coprivano parzialmente gli occhi cinici.
«Lascialo crepare di fiele, quel tonno del tuo padrone domestico,» sibilò Silvia, facendo scorrere un dito lungo la cucitura della propria calza a rete. «Credi davvero che stia fermo a guardare il soffitto? Uno come Alberto a quest’ora avrà già trovato un’alternativa da trecento euro da tenere sotto il tavolo. Non si sta annoiando, fidati.»
«Tu taci, Silvia,» ribatté Bianca, la voce che saliva di un’ottava per il panico. «Marta, dove cazzo hai parcheggiato prima? Mi hai fatto girare tre isolati a vuoto. E tu, come fai a essere così sicura che non stia aspettando me?»
«Perché conosco la specie,» rispose Silvia, sporgendosi in avanti tra i due sedili, portando il proprio fiato caldo e intriso di alcol a ridosso dell’orecchio di Marta. «A proposito di specie… Marta, l’ultimo cocktail che ti sei scolata ti ha completamente azzerato i riflessi. O forse ti ha sfinita il biondino con la camicia di lino che ti sei trascinata dietro i container del carico merci?»
Marta non rispose subito. Scalò la marcia con un movimento secco, lasciando che il motore suonasse alto nell’abitacolo chiuso. Il ricordo di quel corpo estraneo premuto contro la sua schiena era solo un fastidio muscolare.
«È stato un fallimento burocratico,» disse Marta, lo sguardo fisso sulla strada. «Gli uomini sono macchine difettose, tarate su un unico tempo di scarica. Non è durato nemmeno il tempo di sfilargli la cintura.»
«Intendi dire che non sei riuscita a prenderlo dentro?» chiese Silvia, le dita che ora sfioravano la spalla di Marta, un contatto leggero ma imperioso.
«Intendo dire che sembrava un polipo, tutto mani e promesse verbali,» continuò Marta, avvertendo l’umidità della propria figa premere contro il sedile. «Mi ha spinta contro la lamiera, mi ha infilato le mani sotto la blusa e io ero già fradicia, lo ammetto. Sentivo la sua erezione gonfia contro la mia coscia. Gli ho aperto i pantaloni con i denti, volevo solo sentirlo in gola per sbrigarmi, ma non ho fatto in tempo a fare due passaggi completi con la lingua che il coglione mi è venuto in bocca. Una colata fredda, immediata. Poi si è rivestito ed è sparito nel parcheggio. Mi ha lasciata lì con la gola sporca e il ventre che andava a fuoco.»
Silvia emise un gemito basso, un suono lussurioso. «Cazzo… un pompino interrotto. Ti invidio comunque, stronza. Io non vedo un’asta decente da tre settimane. Sapere che hai ancora il palato caldo mi fa arrossare la clitoride.»
«Siete due troie da esposizione,» intervenne Bianca, la rabbia che si stemperava in un’eccitazione torbida mentre osservava la mano di Silvia scivolare verso il basso. «Stefania, tu accusi me, ma il tuo fidanzato ha più corna di un cervo della Sila. Passi la vita a collezionare fluidi altrui nei bagni dei club.»
«Basta litigare, l’ordine della macchina lo decido io,» tagliò corto Marta, sterzando bruscamente verso l’imbocco di una stradina sterrata che si perdeva tra i capannoni industriali dismessi, poco prima dello svincolo della statale per Novara.
La berlina si arrestò in un avvallamento buio, protetto dalla sagoma di un rimorchio abbandonato. Il motore rimase acceso al minimo, i fari spenti, lasciando che l’abitacolo fosse illuminato solo dal riflesso fioco della strumentazione di bordo.
«Lorenza, fermati qui… questo posto è perfetto,» mormorò Silvia, che nel frattempo si era già sfilata la maglietta di pizzo, offrendo alla penombra la vista del suo seno sodo, compatto, con i capezzoli già tesi e scuri che cercavano il freddo dell’aria condizionata. «Guarda che roba. Non avrò la terza misura di Bianca, ma queste mammelle sanno come ubbidire a un comando.»
Bianca si voltò sul sedile, lo sguardo calamitato dalla nudità della compagna. «Sei una pervertita, Silvia. Vai in giro senza biancheria intima solo per accelerare i tempi.»
«E tu ti stai bagnando solo a guardarla, Claudia,» replicò Marta, spegnendo finalmente il quadro. L’oscurità divenne totale, satura del rumore dei loro respiri affannati. «Alzati quella gonna di pelle, Bianca. Fammi vedere quanto sei ridotta male per colpa di Alberto.»
Bianca non oppose resistenza. La sottomissione psicologica che legava le tre donne era un codice più forte di qualsiasi orario. Sollevò il tessuto nero fino alla vita, rivelando che il tanga di pizzo rosso era già stato rimosso e giaceva sul fondo del tappetino. La sua figa, completamente depilata e turgida, brillava di un velo di umore trasparente che le rigava l’interno delle cosce.
«Sono fradicia… mi sento morire,» sussurrò Bianca, aprendo le gambe contro il cruscotto della vettura. «Leccami, Marta. Ti prego, toglimi il sapore di Alberto dalla testa.»
Marta si sganciò la cintura, allungando il busto sul sedile passeggero. Afferrò le cosce di Bianca con decisione, premendo le dita nella carne fino a lasciarvi impronte scure, e affondò la faccia tra le sue labbra rosse dischiuse. La sua lingua, esperta e ruvida, iniziò a devastare la clitoride di Bianca con colpi piatti, regolari, viscerali.
Dal sedile posteriore, Silvia si protese in avanti, infilando le mani all’interno dei pantaloni di Marta, trovando la sua vulva gonfia e bagnata dello stesso desiderio represso. «Cazzo, Marta, sei una voragine aperta. La tua figa scotta.»
Silvia introdusse il dito medio nel canale di Marta, muovendolo con un ritmo parossistico, mentre con il pollice premeva sulla clitoride eretta della conducente. L’abitacolo era diventato una cella di puro attrito: il suono della lingua di Marta che sbatteva contro il sesso di Bianca si mischiava ai gemiti di Silvia che continuava a masturbarsi con la mano sinistra, strofinando il proprio pube contro il bordo del sedile di pelle.
«È troppo stretto qui dentro… non riesco a muovermi,» rantolò Bianca, inarcando la schiena contro la portiera, mentre la lingua di Marta le apriva le pareti vaginali. «Spingi quel sedile all’indietro, muoviti!»
Marta fece scattare la leva meccanica dello schienale, abbattendolo di colpo. I corpi si rimescolarono in una geometria flessuosa, un sessantanove forzato nello spazio ridotto della berlina. Bianca si girò, posizionando la propria vulva direttamente sopra il viso di Silvia, che la accolse spalancando la bocca, mentre Marta continuava a subire la penetrazione manuale di Silvia dal retro, sentendo il dito affondare fino alla radice.
«Mettimi un dito dentro, Marta… dietro… fallo ora,» implorò Silvia, la voce ridotta a un sibilo roco mentre la lingua di Bianca le torturava la clitoride.
Marta, con la mano sinistra libera, passò dietro le natiche sode di Silvia. Trovò l’anello dello sfintere, stretto e asciutto, lo bagnò con un’abbondante quantità di umore raccolto dalla propria figa e spinse il dito medio all’interno del retto della ragazza. L’intrusione anale fu un trauma controllato che strappò a Silvia un grido acuto, un lamento che rimbalzò contro i vetri oscurati della vettura. Il suo corpo venne scosso da un brivido violento; le pareti del suo buco iniziarono a stritolare la falange di Marta con contrazioni regolari e involontarie.
«Il dito nel culo… cazzo, sì… sto venendo!» urlò Silvia, le dita delle mani conficcate nei capelli di Bianca per mantenere il contatto tra le loro bocche.
L’orgasmo collettivo si propagò nell’abitacolo come una scarica elettrica. Bianca esplose per prima, versando una cascata di umore denso e appiccicoso sulla lingua di Silvia, seguita immediatamente da Marta, il cui bacino si contrasse contro il sedile sotto l’azione parossistica delle dita della compagna. Silvia si svuotò a sua volta, crollando con il petto contro lo schienale, ansimante, con i fluidi femminili che le rigavano il mento e il petto nudo.
Il silenzio tornò a dominare la periferia industriale, rotto solo dal ticchettio metallico del blocco motore che cominciava a raffreddarsi. Bianca si sollevò lentamente, ripulendosi le cosce con un fazzoletto di carta strappato dal cruscotto, lo sguardo che tornava fisso sul quadrante dell’orologio digitale.
«Sono le tre e quaranta,» disse, la voce fredda, priva di qualsiasi traccia dell’estasi precedente. «Alberto mi farà pagare ogni singolo minuto di questo ritardo. È un’angoscia perenne gestire questi contratti con i maschi.»
Silvia raccolse la propria maglietta dal pavimento della vettura, accennando a un sorriso cinico mentre si ripuliva le labbra con il dorso della mano. «Smettila di lamentarti, Bianca. Per il tuo compleanno la prossima settimana io e Marta abbiamo già pianificato il tuo regalo: un vibratore industriale in silicone nero, trenta centimetri di gomma rugosa. Almeno quel pezzo di plastica non ti chiederà spiegazioni sul tempo e non verrà dopo due secondi. Risolverai ogni tuo problema domestico.»
«Il mio non fallisce mai il colpo,» concluse Marta, rigirando la chiave nel quadro e accendendo i fari della berlina, illuminando la strada deserta che riconduceva verso la città.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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