Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Io e Valeria stavamo insieme da quattro mesi. Un equilibrio raro, il nostro: complici di giorno, amanti insaziabili di notte. L’unico neo in quella perfezione era stata la pausa estiva. Vacanze separate, tre settimane di lontananza forzata. Ventuno giorni in cui il sesso si era ridotto a messaggi vocali infuocati e frustrazione accumulata. Quando mi aveva scritto, appena rientrata a Roma: “Domani i miei partono. Casa libera. Ti disidrato,” il mio cervello era andato in corto circuito. Non avevo resistito. L’avevo supplicata di vederci la sera stessa, almeno per bere qualcosa.
Eravamo in un locale a Trastevere. Faceva caldo, un’afa romana che ti si appiccicava addosso. Valeria aveva le gambe accavallate sotto il tavolino, un abito di lino grezzo e, ai piedi, un paio di sandali nudi, tenuti insieme da cinghie sottilissime. Mentre mi scorreva le foto della Grecia sul telefono, io lottavo contro la mia stessa natura. Il mio sguardo, come guidato da un magnete, continuava a cadere lì, sotto il tavolo. I suoi piedi. Un 38 perfetto, l’arco plantare arcuato come l’opera di uno scultore ossessionato dalle proporzioni, la pelle liscia e le unghie laccate di un rosso cremisi, violento, sfacciato. Ho sempre avuto questo demone dentro. Il feticismo dei piedi non è un capriccio, è una fame atavica. Ma non ne avevo mai parlato con Valeria. Il terrore che lei potesse ritrarsi, o peggio, provare disgusto per quella mia perversione, mi aveva cucito la bocca. Ma quella sera, complice l’astinenza prolungata e lo smalto rosso, mi accorsi che il mio sguardo era meno discreto del solito. Fissavo i suoi piedi, le dita affusolate che battevano a ritmo di musica, e sotto il tavolo avevo un’erezione dolorosa. Ad un certo punto, lei si interruppe. Posò il telefono, abbassò lo sguardo seguendo la direzione del mio e sorrise, un sorriso obliquo, carico di un sottinteso che mi fece gelare il sangue e impazzire allo stesso tempo. Non disse niente, ma mosse lentamente il piede destro, sfiorandomi la caviglia sotto il tavolo.
La notte passò in un delirio di insonnia. Pensavo a lei, all’odore della sua pelle, ma soprattutto a quei sandali, a quelle dita rosse, a come l’avrei venerata se solo me lo avesse permesso. La sera seguente, mi feci trovare davanti alla sua porta. Non feci in tempo a suonare il campanello che lei mi tirò dentro. Indossava solo una canotta bianca logora e un paio di slip di pizzo nero. I piedi, scalzi, poggiavano sul parquet. Mi saltò letteralmente addosso, avida, le mani che mi slacciavano la cintura dei jeans. «Tre settimane,» ansimò contro il mio collo, il fiato caldo. «Voglio il tuo cazzo in gola. Ora.»
Le sue mani erano un incendio, ma io la bloccai. Le afferrai i polsi, delicatamente ma con fermezza, respirando a fatica. «Valeria, aspetta. Aspetta un secondo.» Si staccò, guardandomi con un misto di frustrazione e preoccupazione, gli occhi scuri spalancati. «Che c’è? Che succede?» Deglutii. Era il momento. O la perdevo, o le consegnavo le chiavi dei miei istinti più profondi. «Devo dirti una cosa. Ho… ho un bisogno. Una cosa che mi porto dentro da sempre, e so che potresti prendermi per un pervertito, ma…» «Sputalo fuori,» mi intimò, la voce tesa. «Voglio i tuoi piedi,» dissi, la voce che mi tremò appena. «Li voglio assaggiare. Li voglio venerare.»
Ci fu un silenzio pesantissimo. Il rumore del traffico fuori dalla finestra sembrava amplificato. Valeria mi fissò, inespressiva, sbattendo le palpebre un paio di volte. Sentii lo stomaco contrarsi in una morsa di panico. Poi, l’espressione di Valeria si indurì. Incrociò le braccia sotto il seno. «Lo sapevo,» sibilò. «Cazzo se lo sapevo.» «Sei disgustata?» chiesi, arretrando di un passo, sentendomi nudo. «Disgustata?» sbottò lei, accorciando le distanze, gli occhi che ora brillavano di una luce feroce, eccitata. «Sono furiosa. Quante cazzo di volte siamo usciti, io con i sandali, e tu che sbavavi di nascosto senza avere le palle di dirmelo? Quante volte avremmo potuto divertirci?» Il sollievo mi travolse come un’onda d’urto, mescolandosi a una scossa elettrica di eccitazione pura. Non era disgustata. Era pronta a dominare quella mia debolezza.
Valeria non aggiunse altro. Fece un passo indietro. Mi guardò dall’alto in basso con un’aria di superiorità che mi fece impazzire, un’arroganza padronale che le calzava a pennello. «In ginocchio,» ordinò. Caddi sulle ginocchia davanti a lei, il cuore che mi martellava in gola, i jeans ancora semi-slacciati e il cazzo turgido che premette contro la stoffa. «Vuoi i miei piedi?» sussurrò lei, guardandomi dall’alto. Sollevò il piede destro, flettendo le dita smaltate di rosso, e me lo premette direttamente contro la faccia, schiacciandomi la pianta contro la bocca. «Allora leccali. Puliscili. E muoviti, voglio sentire la tua lingua in mezzo alle mie dita.»
L’odore era inebriante, un misto di crema alla vaniglia e pelle calda. Aprii la bocca e feci scivolare la lingua sulla sua pianta. La pelle era morbida, setosa. Valeria emise un sospiro soddisfatto e spinse un po’ di più. Iniziai a leccare metodicamente: l’arco plantare, il tallone, per poi risalire. Infilai la lingua tra l’alluce e il secondo dito, assaporando ogni centimetro di quella perfezione. Presi in bocca le sue dita, una a una, succhiandole con la devozione di un affamato. Ero perso. Schiavo consenziente di quell’altare di carne e smalto rosso.
L’eccitazione era insostenibile. Avevo la cerniera aperta. Valeria se ne accorse. Con un sorriso crudele, appoggiò il piede che le stavo leccando sul mio cazzo eretto. La sensazione della sua pianta liscia e calda che massaggiava la mia carne scoperta fu devastante. Mi sfuggì un gemito strozzato. «Ti piace essere usato così, eh?» mormorò lei, sollevando anche il piede sinistro. Perse l’equilibrio per un secondo, appoggiandosi al muro alle mie spalle, e usò entrambi i piedi per stringere la mia asta. Iniziò a muoverli su e giù, incastrandomi in una morsa perfetta, stringendo e strofinando, un footjob eseguito con una maestria istintiva che mi sventrò il cervello. «Valeria… cazzo… non resisto,» ansimai, stringendo i pugni lungo i fianchi, gli occhi chiusi per l’intensità del piacere. «Sì, continua, ti prego… sto venendo…»
L’accumulo si ruppe. Esplosi. Una scarica violenta, profonda, che mi svuotò, proiettando il mio seme in avanti. La mia sborra calda inondò letteralmente i piedi di Valeria, imbrattando le dita smaltate e la pelle chiara, colando sul parquet. Respiravo a fatica, tremante, la testa bassa. Valeria guardò i suoi piedi coperti della mia essenza. Arricciò il naso. «Che spreco,» disse, con un finto broncio. «Ero pronta a ingoiarmela tutta.» Alzò lo sguardo verso di me. L’idea perversa le attraversò gli occhi in una frazione di secondo. «Bene,» sentenziò. «Vuoi fare il sottomesso? Fino in fondo.» Si appoggiò alla parete e sollevò il piede destro, posizionandolo proprio davanti al mio viso. Densi filamenti bianchi colavano dalle sue dita. «Leccala. Puliscimi il piede.» La guardai. C’era esitazione in me, ma l’imposizione psicologica di quel momento era troppo forte, troppo eccitante per sottrarsi. Eravamo scesi in un territorio nuovo, fatto di degradazione e potere. Senza proferire parola, aprii la bocca. Iniziai a leccare via la mia stessa sborra dai suoi piedi. Era un rito di sottomissione totale. La mia lingua scivolava sulla sua pelle, mescolando i sapori, mentre Valeria mi guardava con occhi socchiusi, accarezzandosi il collo, visibilmente accesa da quella mia resa incondizionata.
«Mmmm…» gemette lei, la voce impastata di lussuria. «Sei un bravo cagnolino. E sei di nuovo duro, a quanto vedo.» Non le risposi. Mi alzai in piedi, la presi di peso e la scaraventai sul letto. Era il mio momento di riprendere il controllo. Le divaricai le gambe e mi spinsi dentro di lei. Valeria era già bagnata fradicia, l’ingresso vischioso e accogliente. Entrai fino in fondo in un unico, brutale affondo, strappandole un grido che le graffiò la gola. Iniziai a martellarla senza pietà, il letto che cigolava ritmicamente contro il muro. Lei si aggrappò alle lenzuola, ma le sue gambe non rimasero immobili. Con un movimento flessuoso, portò entrambi i piedi, ancora lucidi di saliva, contro il mio viso. Mi schiacciò le piante contro le guance, poi sulla bocca. «Leccali mentre mi scopi, cazzo!» mi ordinò, il fiato corto, mentre le mie spinte le facevano inarcare la schiena. «Sì… mmmm… fottimi forte…»
Ero in apnea. Il sapore dei suoi piedi, la frizione della sua figa, i suoi ordini sussurrati nel buio. L’animale dentro di me aveva preso il sopravvento. «Sto venendo,» urlò Valeria, le unghie conficcate nel mio avambraccio. «Godooooo… scopami, sììì!» La sentii contrarsi violentemente intorno al mio cazzo, gli spasmi del suo orgasmo che mi succhiavano la linfa vitale. «Fuori,» ansimò lei all’improvviso, allentando la presa dei piedi sul mio viso e spingendoli contro il mio petto. «Sborrami addosso. Fammi sporcare.»
Mi sfilai dalla sua carne con uno schiocco bagnato. Valeria rimase sdraiata, il petto ansante, i seni sollevati. Mi inginocchiai tra le sue gambe e chiusi la mano intorno al mio sesso pulsante. La guardai negli occhi, quegli occhi scuri che avevano compreso e assecondato la mia ombra. L’eruzione fu inarrestabile. Densi fiotti bollenti colpirono il suo sterno, la base del collo, e alcuni schizzi le arrivarono dritti sulla guancia e vicino alle labbra. Valeria non si tirò indietro. Raccolse una goccia di sperma dall’angolo della bocca con il dito, se lo portò alle labbra e lo leccò, sorridendo come una belva sazia, consacrando definitivamente quel nuovo, sporco e meraviglioso patto tra noi.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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