Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il mio non è un mestiere che si sceglie per vocazione, ma il destino ha uno strano senso dell’umorismo quando decide di rimescolare le carte. Mi chiamo Elena, ho ventiquattro anni e un curriculum in lingue che giace sepolto sotto uno strato di polvere e detersivi industriali. Da tre mesi, ogni lunedì, mercoledì e venerdì, dalle 17:00 alle 22:00, le mie mani si stringono attorno al manico di una scopa tra i corridoi del centro sportivo “Il Gladiatore”. Ma non lasciatevi ingannare dalla modestia della mansione: il mio lavoro ha dei benefici accessori che nessuna scrivania potrebbe mai offrirmi.
Esiste una squadra in particolare, un manipolo di atleti che occupa l’ultimo turno serale. Ragazzi della mia età, corpi forgiati da anni di agonismo e sudore. Spesso mi ritrovo a varcare la soglia dello spogliatoio con il pretesto di una pulizia urgente, proprio mentre i vapori delle docce iniziano a saturare l’aria di un odore acre, mascolino, irresistibile. Rimango lì, immobile, a fingere di strofinare una piastrella mentre i miei occhi divorano pettorali definiti, addominali che sembrano scolpiti nella roccia e muscoli che vibrano sotto la pelle bagnata. Per loro sono invisibile, una parte dell’arredamento, ma per me quei pochi secondi sono un’iniezione di adrenalina pura.
La solitudine di chi non tocca un uomo da mesi si era trasformata in un’ossessione. Vederli lì, quindici corpi nudi e pulsanti, mi stava mandando fuori di testa. La fortuna di possedere il mazzo di chiavi universale del centro mi ha permesso di pianificare il mio voyeurismo. Esiste un corridoio tecnico, un buco nero dimenticato pieno di spazzoloni e taniche di candeggina, che collega direttamente lo spogliatoio femminile a quello maschile. Una terra di nessuno dove il buio regna sovrano.
Lunedì sera. Mi infilai nel corridoio, il cuore che batteva contro le costole come un tamburo. Raggiunsi la porta metallica dello spogliatoio maschile. La fessura della serratura era il mio obiettivo, situata strategicamente tra l’area docce e le panche. Ma la bramosia mi rese maldestra. Nel tentativo di accostare meglio il viso al metallo per catturare un’immagine più nitida di un ragazzone bruno intento a insaponarsi le cosce, la porta, non perfettamente chiusa, cedette sotto il mio peso.
Caddi in avanti, atterrando malamente sul pavimento bagnato con un tonfo secco che risuonò tra le piastrelle come un colpo di pistola.
Silenzio. Poi, il rumore dei passi nudi che si avvicinavano. Mi ritrovai distesa come un sacco di stracci, circondata da quindici paia di gambe atletiche, nudi integrali, gocciolanti d’acqua. La vergogna mi avvolse come un sudario, rendendo il mio viso rosso fuoco. «Ti sei fatta male?» chiese uno, con un tono che oscillava tra la premura e l’ironia. «Che diavolo stavi facendo lì dietro?» aggiunse un altro, mentre la situazione diventava grottescamente chiara a tutti. Mormorai una scusa pietosa su uno straccio smarrito, ma i sorrisi che iniziarono a fiorire sui loro volti confermavano che la mia maschera era caduta. «Ti diverti a spiarci, eh, biondina?» tuonò un difensore centrale, incrociando le braccia sul petto massiccio.
Molti si rivestirono e uscirono, ma quattro di loro — il nucleo duro della squadra — rimasero lì, nudi, a cerchiarmi come lupi attorno a una preda ferita. Mi fecero alzare. La tensione erotica era diventata una cappa asfissiante. Erano giovani, arroganti, carichi di testosterone post-partita. «Quindi ti piacciono i nostri cazzi?» chiese a bruciapelo quello più alto, sfoggiando un’erezione che stava prendendo quota proprio davanti ai miei occhi. «Sì,» risposi senza pensare, la verità che scivolava fuori prima della censura. Risero. Un suono cupo, predatorio. Non c’era più spazio per le scuse. Mi circondarono, stringendo il cerchio finché non sentii il calore dei loro corpi contro la mia divisa da lavoro. «Ora ti facciamo divertire noi,» sussurrò uno, afferrandomi per i fianchi.
La mia timida resistenza fu annientata in pochi secondi. Mi spogliarono con una perizia brutale: la maglietta strappata via, i jeans sfilati con violenza, l’intimo gettato tra i borsoni sportivi. Rimasi nuda sotto le luci al neon, la pelle d’oca che mi percorreva il corpo mentre otto mani maschili esploravano ogni mio centimetro. «In ginocchio,» comandò il capitano.
Obbedii. Il primo membro mi colpì le labbra. Era enorme, venato, bollente. Lo accolsi in bocca sentendo la radice premere contro la gola, mentre altri due si posizionavano ai lati del mio viso, offrendosi alle mie mani. Cominciai a masturbarli con un ritmo forsennato, mentre il sapore dell’uomo e del sapone si mescolava nella mia bocca. Quando il primo si ritrasse, un secondo pisello mi invase la bocca con una spinta prepotente, quasi a voler cercarmi lo stomaco. Ogni volta che cercavo di riprendere fiato, ricevevo una spinta più forte. Era un simulacro di violenza che mi eccitava fino alla follia.
«Ehi, leccala meglio quella cappella, schiava,» ringhiò uno mentre gli passavo la lingua freneticamente sul glande, sentendolo pulsare di piacere. Le mani di un altro mi artigliarono i seni, strizzandoli con forza, mentre uno di loro iniziò a esplorarmi la fica con le dita. «Non lo faccio per te, troietta,» sussurrò al mio orecchio, «lo faccio perché ho voglia di sentire quanto sei bagnata mentre ci servi.» «Gli unici che devono godere qui siamo noi. Tu devi solo soffrire un po’, non è così?» aggiunse un altro, ridendo del mio respiro spezzato.
Mi spinsero a quattro zampe su una panca di legno. La sottomissione era totale. Mentre uno mi riempiva la bocca, sentii un dito premere contro il mio ano. Ero vergine di quella via, e il dolore mi fece sussultare. «Ti fa male?» chiese divertito. «Potrei lubrificarlo con la tua saliva, ma preferisco sentirti stringere così.» Spingeva senza pietà, allargando il mio sfintere con la forza bruta del suo pollice. Un altro ragazzo mi allargò le natiche con entrambe le mani, esponendomi completamente alla luce impietosa dello spogliatoio. Mi sentivo una bestia marchiata, un oggetto destinato al loro sfogo.
«Pensa se eri vergine anche davanti, avremmo avuto più lavoro da fare,» sghignazzò il terzo, mentre mi infilava due dita nel sedere senza alcun preambolo, imitando un atto di sodomia che mi strappò un grido strozzato dal cazzo che avevo in gola. Iniziarono a fottermi il culo con le dita mentre il quarto mi sculacciava ritmicamente, lasciando impronte rosse fuoco sulla mia pelle diafana. «Adesso ti inondo la gola e tu devi mandare giù tutto, senza sprecare una goccia,» ordinò quello che stavo succhiando.
Sentii il primo fiotto denso e bollente esplodermi in bocca. Il sapore era forte, primordiale. Mandai giù con un rantolo, ma non ebbi tempo di pulirmi che un altro membro prese il posto del precedente. Mi fecero sdraiare sulla panca, la schiena contro il legno freddo. Finalmente, uno di loro si posizionò tra le mie gambe e mi penetrò la fica con un colpo secco. Il piacere fu un’eplosione, un urto che mi fece vedere le stelle.
Mentre venivo posseduta selvaggiamente, la mia bocca veniva usata a turno dagli altri tre. La stanza era satura di gemiti, odore di sesso e il rumore degli schiaffi sulla carne. Il secondo venne mentre mi veniva dentro: mi ordinò di tenere la bocca aperta e mi sborrò sul viso e sulla lingua, aggiungendo il suo carico al fiume che già avevo in gola. Il terzo mi prese per i capelli, facendomi voltare mentre il quarto continuava a martellarmi davanti. Vennero quasi in contemporanea: uno mi inondò la schiena e l’altro mi riempì di nuovo la bocca fino all’orlo.
Mi ritrovai con la bocca colma di tre diversi sapori, un cocktail denso e acre che dovetti deglutire sotto i loro sguardi trionfanti. Erano venuti tutti, lasciandomi tremante, sporca e distrutta sulla panca dello spogliatoio. I quattro guerrieri iniziarono a rivestirsi con noncuranza, come se avessero appena terminato un normale allenamento. Io rimasi lì, nuda, il corpo segnato dalle loro mani e il ventre pieno del loro seme. La storia non era finita; era solo l’inizio del mio nuovo ruolo in quell’impianto sportivo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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