Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Valerio mi attende nell’altra stanza, circondato dai suoi ospiti: un manipolo di predatori d’alto borgo, vecchi milionari dal sangue freddo e i vizi antichi, uomini che tengono in pugno i fili della sua carriera. Mio fratello Valerio non è un loro amico; è un attore consumato. Li nutre, li asseconda, subisce le loro battute taglienti e rimedia loro distrazioni carnali, tutto per scalare quella piramide di uffici che lo ha già reso vice-dirigente senza che abbia mai aperto un manuale tecnico. Per questa cena esclusiva, il pezzo forte sono io. E il mio cachet è, come sempre, astronomico.
Mi chiamo Dorian, ma per questa notte il mondo mi conoscerà come Dafne.
Prima di entrare, svuoto il quarto bicchiere di Gin. Il calore dell’alcol mi stabilizza i nervi. Controllo allo specchio la parrucca platino, il trucco pesante e perfetto che trasforma i miei lineamenti mascolini in una maschera di seduzione aggressiva. Indosso un tubino di seta nera che fascia i fianchi depilati e tacchi dodici che mi fanno svettare come una dea crudele. Entro in scena portando il vassoio degli aperitivi.
Appena varco la soglia, il brusio si spegne. Sono in cinque, disposti attorno a un tavolo imperiale. I loro sguardi sono sonde che percorrono le mie gambe fasciate dal nylon, risalendo fino alle labbra dipinte di rosso fuoco. Non abbasso gli occhi; sfoggio un sorriso glaciale, distribuendo i cristalli con gesti calcolati.
— Signori, vi presento Dafne — annuncia Valerio con una nota di orgoglio e apprensione. Il più anziano del gruppo, un uomo dalla pelle come pergamena, mi afferra la mano e la preme contro le labbra rugose, lasciando una scia umida. — Incantevole, Dafne. Puoi andare, per ora — mormora Valerio.
Mi inchino e mi ritiro in cucina, dove mi aspetta Ettore, mio cugino diciannovenne, venuto a farmi da assistente per la serata. — Com’è andata? — chiede subito, gli occhi sgranati. — Sono belve, Ettore. Mi hanno pesato con gli occhi come carne al macello. — Beh… — balbetta lui, — non posso dargli torto. Sei… sei perfetto. Se non sapessi che sei mio cugino, io stesso… — Non ricominciare. Togliermi queste scarpe piuttosto, i piedi mi bruciano.
Ettore si inginocchia e mi sfila i tacchi. Inizia a massaggiarmi le piante, ma sento che il suo tocco trema. Il suo respiro si fa pesante e vedo il rigonfiamento nei suoi jeans premere con insistenza contro il mio tallone. — Ettore! Ti stai eccitando? — lo rimprovero con un mezzo sorriso. — Scusa… ma con queste calze, lo smalto… e questo profumo di pelle e nylon… non ci riesco — ansima lui, mentre la punta del suo desiderio strofina il mio piede. — Sei un maialino, Ettore — gli dico, schiacciando con l’alluce la sommità della sua erezione attraverso il tessuto. Lui emette un verso gutturale, quasi un grugnito. — Rimettimi le scarpe, schiavetto. I vecchi reclamano la loro portata.
Torno di là. L’atmosfera si è scaldata. Uno di loro, con un sigaro spento tra le dita, mi fa cenno di avvicinarmi. — Dafne, si sieda qui. Vogliamo testare la consistenza della sua ospitalità. Mi siedo sulle sue ginocchia ossute, sentendo il calore della sua gamba sotto la mia coscia. Lui mi schiaffeggia la chiappa con una forza che mi fa sussultare. — Sodissima! — esclama rivolto a Valerio. — Lei sa come scegliere i suoi “collaboratori”.
Un altro, un uomo dagli occhi piccoli e voraci, esige di vedere i miei piedi. Mi alzo, sfilo una scarpa e poggio il piede sul tavolo, proprio davanti al suo naso, tendendo la punta come una ballerina russa. — Quarantadue? — chiede, inforcando gli occhiali da lettura. — Esatto, signore. Lui allarga le dita del mio piede, infilandoci il naso e tirando una sniffata profonda che sembra svuotargli i polmoni. — Divino! — grida, dando un pugno sul tavolo. — Questo è l’odore del peccato!
Mi congedano con una pacca volgare sul sedere. Torno in cucina e trovo Ettore pronto a riscuotere il suo premio. Gli concedo di affondare il viso nel mio piede destro, mentre col sinistro gli calpesto i testicoli gonfi, riducendolo a un ammasso di sospiri e bava. Mi promette che mi pagherà pur di vedermi così ancora una volta. Lo lascio lì, stordito, mentre Valerio mi chiama per il gran finale.
Entro nella sala e trovo ciò che temevo: le “mummie” hanno tirato fuori le loro miserie. Cazzi avvizziti che reclamano un ultimo sussulto di vita. Mi inginocchio davanti al più potente tra loro. Accolgo quell’ostrica secca in bocca, lavorando di lingua e gola con una perizia che mi disgusta, ma che eseguo con precisione chirurgica. Mentre sono impegnato, sento mani rugose alzarmi la gonna e infilare dita prepotenti nel mio ano, senza lubrificante, mentre un altro mi colpisce i talloni nudi con una bacchetta di ebano.
L’umiliazione dura un’eternità, finché non ingoio il debole fiotto amaro che segna la fine della loro resistenza. Mi alzo, mi pulisco l’angolo della bocca e sfoggio l’ultimo, glaciale sorriso della serata.
I vecchi mi lasciano i loro biglietti da visita, sguardi promiscui e promesse di auri. Valerio mi aspetta nel suo studio con un assegno che profuma di libertà. — Sei stata una troia impeccabile, Dafne — mi dice, passandomi la carta. — Grazie, caro — rispondo, sfilandogli l’assegno dalle dita.
Esco dalla villa a braccetto con Ettore. Il vento della notte mi rinfresca la pelle arrossata. Ho i piedi distrutti e il sapore del potere e del marciume in gola, ma nel portafoglio ho abbastanza per non dover sorridere a nessuno per un bel pezzo. Almeno fino al prossimo “massaggio” di mio cugino.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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