Il Protocollo di Vetro

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Mi chiamo Julian, ho venticinque anni e vivo sospeso tra la realtà e un’ossessione che ha il volto di Martina. Lei non è una donna qualunque; è la socia storica di mio padre, un architetto di fama internazionale che frequenta la nostra villa in collina con la stessa naturalezza con cui si muove tra i grattacieli di vetro della City. Martina ha quarantasei anni, un corpo scolpito dal pilates e una disciplina ferrea che traspare da ogni suo gesto. Ha capelli castani tagliati corti, occhi color nocciola che sembrano lame di luce e un’eleganza minimalista che mi toglie il respiro.

In estate, Martina è il mio tormento. Indossa spesso abiti di lino bianco, sandali a listini sottili che lasciano scoperti piedi curatissimi e camicette di seta che aderiscono al suo seno, una terza misura soda che sfida il tempo. Ma il dettaglio che alimenta le mie notti più agitate è la sua avversione per la biancheria intima. È una voce che corre tra i corridoi della nostra cerchia, un segreto che ho confermato con i miei occhi mesi fa, quando, fingendo di cercare un mazzo di chiavi caduto sotto il tavolo di cristallo del patio, ho intravisto la sua intimità: un cespuglio d’ebano, scuro e ribelle, che faceva a pugni con l’ordine millimetrico del suo abito firmato.

L’occasione si presentò un martedì pomeriggio di luglio. L’aria era satura di elettricità pre-temporale. Martina era arrivata per un drink di lavoro con mio padre, ma lui era in ritardo, bloccato nel traffico. La accolsi nel grande salone panoramico. Il suo saluto fu, come sempre, un bacio sulla guancia che sfiorò pericolosamente l’angolo delle mie labbra, lasciandomi addosso un sentore di sandalo e desiderio. Mentre lei si accomodava sul divano di pelle bianca, io mi ritirai nella mia suite, collegata alla zona ospiti da un bagno passante, un capolavoro di marmo nero e specchi con due ingressi indipendenti.

Ero ossessionato dal pensiero della sua pelle nuda sotto quel lino leggero. Sentivo il sangue pulsarmi nelle orecchie. Mi rifugiai in bagno, deciso a scaricare la tensione. Avevo già i pantaloni sbottonati e i boxer abbassati a metà, rivelando la mia urgenza e la mia eccitazione, quando la porta del corridoio si aprì.

Non avevo sentito i passi sul tappeto. Non avevo previsto che Martina avesse bisogno di rinfrescarsi.

Rimasi immobile, colto in flagrante nella mia nudità parziale. Lei era lì, davanti a me. Si era sfilata i sandali e si era seduta sul wc, sollevando la gonna fin sopra il bacino. Era esposta, magnifica, con quel triangolo scuro che catturava ogni barlume di luce riflessa negli specchi. Il silenzio che seguì fu spezzato solo dal battito del mio cuore, un tamburo impazzito.

Invece di coprirsi, Martina mi guardò con una freddezza che si sciolse lentamente in un sorriso predatore.

«Julian…» mormorò, la voce bassa e ferma. «Sapevo che eri un ragazzo attento ai dettagli, ma non immaginavo che la tua ammirazione fosse così… profonda. Non nasconderti. Lascia che io veda tutto.»

La sua sfrontatezza mi diede il colpo di grazia. Calai i boxer del tutto, lasciando che la mia erezione svettasse verso di lei, lucida di un’attesa che durava da anni. Lei rispose allargando le gambe con una disinvoltura regale, usando le dita affilate per schiudere le labbra e mostrarmi il rosa acceso e già umido del suo centro.

«Stavi per liberarti di me, vero?» chiese maliziosamente. «Stavo per fare la stessa cosa. Mi guarderesti mentre finisco?»

Annuii, incapace di parlare. Mi inginocchiai sul marmo nero, infilando la testa tra le sue cosce. L’odore era un mix primordiale di calore femminile e una nota salmastra che mi inebriò. Martina rilassò i muscoli e io vidi il flusso. Un getto caldo e abbondante che mi colpì il viso. Tirai fuori la lingua, bevendo la sua urina con una bramosia che non sapevo di possedere, lasciando che il liquido dorato mi bagnasse il collo e il petto nudo. I suoi gemiti iniziarono a riempire il bagno, brevi scatti di voce che tradivano il suo piacere nel vedermi ridotto a quel rango.

Quando finì, si piegò all’indietro contro lo schienale del wc, sollevando il bacino per offrirmi la visuale del suo ano: una piega scura e pulsante, resa ancora più evidente dalla contrazione dell’orgasmo imminente. Affondai la lingua in quel segreto proibito, girandola con violenza, mentre con la mano destra mi masturbavo furiosamente. Martina squirtò in faccia a me e allo specchio dietro di noi proprio nell’istante in cui io inondavo la sua pelle bagnata e il pavimento di marmo con un’eiaculazione violenta.

Il suono di una voce dal corridoio ci gelò. Era mio padre, appena rientrato. «Martina? Julian? C’è nessuno?»

Il panico mi diede riflessi d’acciaio. Mi tirai su i pantaloni in un secondo e scivolai nella mia camera dalla porta laterale, chiudendola senza fare un sibilo. Sentii Martina rispondere con una calma che mi fece gelare il sangue per l’ammirazione: «Sono in bagno, Giorgio! Dammi un secondo, mi stavo solo sistemando il trucco dopo il caldo del viaggio».

Mentre sentivo i loro passi allontanarsi verso il bar del salone, io rimasi seduto sul bordo del letto, con il sapore di Martina ancora sulla lingua e la pelle che bruciava. Dio benedica quelle donne che, sotto la maschera della rispettabilità, nascondono una fame che nessuna legge può domare. Martina non era solo l’architetto di mio padre; era diventata l’architetto della mia definitiva perdizione.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 20 Aprile 2026
Modificato: 20 Aprile 2026
Lettura: 5 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Umiliazione, Voyeurismo

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