Il pensiero fisso

Racconto

← Torna indietro
Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

Fuori, il rumore sordo dei rulli compressori e lo sferragliare dei treni merci scandivano il ritmo di una città industriale e spietata; dentro, la mia stanza era un guscio d’ombra condizionato dall’odore pulito del bagnoschiuma al pino silvestre e dal calore pesante di un termosifone che batteva senza sosta. Avevo ventinove anni, lavoravo come archivista dei registri doganali al porto, e conducevo una vita apparentemente geometrica, scandita da scadenze e faldoni. Ma dietro quel paravento di normalità impiegatizia, la mia mente ospitava un pensiero fisso, un’ossessione deliziosa e lucida che non mi dava tregua: il cazzo.

Sento il membro maschile nella testa, come un’entità autonoma, l’unico vero motore capace di attivare la mia energia interiore. Non so immaginare nulla di più stimolante, nulla che possa competere con la consistenza, il calore e la forma di quell’attributo. Eppure, nonostante questa mia devozione assoluta verso l’uccello dei maschi, sono vergine. Nella mia carne posteriore e anteriore non è mai entrato nulla, e per il momento non ho alcuna intenzione di permettere una penetrazione. Ai più questo mio rifiuto può suonare come un controsenso biologico, una bizzarria da puritana, ma la verità è molto più profonda: la mia eccitazione sessuale non ha bisogno dei binari convenzionali del coito per esplodere. Il mio piacere trova sfogo in orgasmi fuori dagli schemi, dove il controllo totale della mente sostituisce la sottomissione del corpo. La mia verginità non è un tabù morale; è la fortezza della mia superiorità.

Quella sera avevo portato a casa Davide, un contabile venticinquenne dall’aria mite, uno di quei tipi docili e un po’ imbranati che seleziono con cura nei caffè del centro. Uomini che avvertono la mia forza psicologica e si lasciano guidare senza opporre resistenza, pronti a diventare lo specchio dei miei desideri inconfessabili. Nella penombra della mia stanza, gli ordinai di spogliarsi. Rimasi nuda di fronte a lui, lasciando che la luce ambrata di una lampada da tavolo accarezzasse la mia pelle diafana. Davide mi fissava con un respiro corto, lo sguardo incatenato alla mia figura.

Mi avvicinai lentamente, inginocchiandomi tra le sue gambe. Afferrai il suo membro con le dita fredde, iniziando a accarezzarlo con movimenti lunghi e regolari per eccitarlo, costringendo il sangue a confluire nei corpi cavernosi fino a fargli raggiungere il massimo dell’erezione. Il cazzo svettava duro, venoso, teso fino a dolere. Fu allora che iniziai la mia sequenza di giochi tattili. Presi quell’asta massiccia e presi a passarmela sui capezzoli, titillando le areole con la punta umida del suo glande, muovendolo avanti e indietro finché la mia pelle non si contrasse, trasformando i capezzoli in due punte rigide e turgide. Davide emise un debole gemito, un sussulto che tradiva l’inizio della sua capitolazione.

Senza dire una parola, mi voltai e mi misi a quattro zampe sul materasso, sollevando il bacino verso di lui.

«Guardami, Davide. Guarda bene la mia figa e comincia a masturbarti. Ma non azzardarti a venire senza il mio permesso,» gli ordinai, la voce piatta, carica di un’autorità che non ammetteva repliche.

La mia vulva, completamente depilata, rosa e turgida per l’eccitazione psicologica, era offerta al suo sguardo ravvicinato. Iniziai a toccarmi la clitoride con l’indice, muovendo le dita sul piccolo bottone di carne mentre lo osservavo manipolarsi il cazzo con foga crescente. Vedere la sua sottomissione attraverso il movimento della sua mano aumentava la mia goduria secondo una progressione geometrica, una radice quadrata di piacere che mi faceva bagnare a ripetizione. Fluidi caldi e viscosi iniziarono a colare lungo le mie piccole labbra, scivolando sul tessuto delle lenzuola.

«Vieni più vicino. Allargami le chiappe,» comandai, sentendo il calore del suo fiato sul mio fondoschiena.

Davide si sporse in avanti, afferrò le mie natiche con le mani tremanti e le divaricò con forza, esponendo alla luce cruda sia la corolla scura del mio ano, sia la fessura anteriore che occhieggiava bagnata tra le labbra rosse dischiuse. Il contrasto tra la fragilità della mia carne esposta e l’assoluto controllo che esercitavo sulla sua mente mi portò a un passo dall’estasi.

Dopo qualche minuto di quella contemplazione forzata, gli ordinai di sdraiarsi sulla schiena. Mi arrampicai sopra di lui, posizionando la mia figa bagnata direttamente sopra il suo viso, sfregando le mie labbra umide contro le sue guance, la bocca e il naso, dandogli modo di odorare il profumo muschiato dei miei umori e di leccarmi con colpi di lingua rapidi e voraci. Ero un lago di secrezioni. Quando lo sentii vibrare sotto di me, ansimando come un animale in trappola, mi staccai bruscamente e mi misi in ginocchio sul letto, costringendolo a fare altrettanto di fronte a me.

Eravamo l’una di fronte all’altro, uniti dallo stesso ritmo nervoso. Gli presi nuovamente il cazzo duro con la mano destra, muovendo la pelle del prepuzio, mentre la sua mano sinistra trovava la mia clitoride, manipolandola con la delicatezza timorosa che gli avevo imposto. Ci stimolavamo a vicenda, i respiri spezzati che riempivano il silenzio della stanza. Ma quando sentii l’orgasmo vaginale vicino, un’onda calda che rischiava di farmi perdere il controllo del gioco, interruppi bruscamente il contatto. Non volevo godere attraverso le mani di un maschio.

Cambiai configurazione con mossa rapida. Mi rimisi carponi davanti al suo viso, offrendogli la vicinanza assoluta del mio buchetto del culo.

«Annusami, schiavo. E riprendi a segarti, ma lentamente. Devi soffrire dietro di me,» sibilò il mio comando.

Davide affondò il naso tra le mie natiche, aspirando l’odore acre del mio sfintere contratto, mentre la sua mano riprendeva a muoversi sul cazzo con sussulti e fremiti involontari, simile a uno stallone che annusa l’odore della femmina prima della monta ma a cui è vietato l’accesso. La sua resistenza era al limite; il volto era bagnato di sudore e i suoi lamenti si facevano parossistici a ogni millimetro di vicinanza che gli concedevo. Quando compresi che era giunto al punto di non ritorno, la frazione di secondo che precede l’eiaculazione involontaria, mi voltai di scatto per compiere il mio capolavoro domestico.

Mi sedetti sul bordo del letto, sollevando le gambe e divaricando le ginocchia. Davide era rimasto in ginocchio sul pavimento, smarrito. Allungai i piedi in avanti, afferrai il suo cazzo teso e venoso con entrambe le piante e lo serrai in una morsa d’acciaio fatta di pelle morbida e muscoli plantari. Iniziai a masturbarlo con forza, usando lo scorrimento alternato dei miei piedi lungo l’asta bagnata del suo precum.

In quella posizione, con le gambe sollevate e aperte di fronte al suo viso, la mia figa palpitante e bagnata era completamente spalancata davanti ai suoi occhi, offrendogli una visione totale del mio sesso che ruscellava di piacere. Usare i piedi, e non le mani, mi provocava un’esaltazione mentale divina: mi faceva sentire superiore, mi dava l’illusione fisica di calpestarlo, di ridurlo a un puro oggetto domestico, uno schiavo della mia carne inferiore. Non esisteva altra procedura capace di stimolarmi a quel livello.

Davide si contorceva, emettendo mugolii inarticolati, con gli occhi sbarrati sulla mia vulva aperta che pulsava a ritmo con i miei piedi. La morsa delle mie piante plantari divenne spietata, lo strizzai con forza finché il suo corpo non venne scosso da una scossa definitiva. Gridò, e il suo cazzo esplose, sborrando flotti caldi, densi e abbondanti di sperma che descrissero una parabola nell’aria prima di ricadere pesantemente sul dorso dei miei piedi, coprendomi la pelle di una broda biancastra e vischiosa.

Non mi fermai. Continuai a menarlo con i piedi sporchi della sua stessa sborra, premendo e spremendo l’asta per prosciugargli anche l’ultima goccia dalle palle. Quando fui certa che il suo cazzo fosse svuotato, portai i piedi all’altezza del suo volto, strusciandogli la pelle sporca contro le labbra.

«Ripuliscimi. Lecca ogni goccia, da brava cagna,» gli ordinai, fissandolo dall’alto.

Davide aprì la bocca senza esitare. Tese la lingua e iniziò a ripulirmi meticolosamente il dorso dei piedi, le piante e lo spazio tra le dita, ingoiando quella colata di sperma caldo che aveva appena generato. Fu in quel preciso istante, mentre sentivo la ruvidità della sua lingua insinuarsi tra le dita dei miei piedi bagnati, che la mia mente capitolò: un orgasmo violento, profondo e totalizzante mi scosse l’addome, facendomi contrarre i muscoli delle cosce mentre mi godevo la mia assoluta natura di Padrona.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.

🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!

Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?

Segnalacelo subito qui
Attenzione: I commenti non sono pre-moderati. Le segnalazioni sui commenti inappropriati vengono prese molto sul serio: abusi, insulti o segnalazioni gratuite comporteranno ripercussioni sull'account. Comportati in modo rispettoso.

Dettagli Racconto

Pubblicato: 5 Giugno 2026
Modificato: 5 Giugno 2026
Lettura: 7 min
Viste: 👁️ 29
Piace a: ❤️ 0
Commenti: 💬 0
Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Femdom, Orgasm Denial

🗑️ Eliminare il racconto?

Sei sicuro di voler eliminare definitivamente questo racconto? L'azione è irreversibile e i dati non potranno essere recuperati.

Sì, Elimina

Lascia un commento

Accedi

Registrati

Reimposta la password

Inserisci il tuo nome utente o l'indirizzo email, riceverai un link per reimpostare la password via email.

🔥 Entra nel Club - È Gratis