Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il silenzio in questa casa ha un suono particolare: è il fruscio delle lenzuola di seta nella stanza accanto e il rintocco sordo della mia inadeguatezza. Sono passati dodici anni da quando ho sposato Elena, e se allora credevo di aver vinto il premio più ambìto, oggi so di essere solo il custode di un tempio in cui non mi è permesso officiare. Elena è una predatrice di trentacinque anni, un corpo scolpito da una genetica impietosa e da una fame che il mio “equipaggiamento” di serie, decisamente sotto la media e privo di vigore, non ha mai saputo placare.
La transizione da marito a spettatore non è stata improvvisa. È stata un’erosione lenta, fatta di delusioni a letto e scuse banali, finché la verità non è diventata l’unico modo per tenere in piedi questo simulacro di matrimonio. Ho accettato la mia natura di cornuto perché, paradossalmente, è l’unico modo in cui riesco ancora a sentirmi vivo. Le erezioni che ottengo masturbandomi nell’ombra, mentre lei viene posseduta da altri, sono più violente e durature di qualunque rapporto io abbia mai consumato con lei. Ho barattato la mia dignità con il brivido dell’umiliazione.
Il rito dell’inverno
Le vacanze di Natale nel nostro chalet a Cortina sono diventate la consacrazione del mio fallimento. Da tre anni, la neve non è più il motivo per cui Elena prepara le valigie. Il vero motivo si chiama Julian, il suo istruttore di sci: un blocco di muscoli e arroganza che non perde tempo a simulare rispetto nei miei confronti. Quando siamo su, Julian non alloggia in albergo. Si trasferisce stabilmente nel nostro letto matrimoniale.
Io occupo il divano in soggiorno, separato da loro solo da una sottile porta di legno che non ferma i suoni. Di notte, il legno dello chalet sembra gemere all’unisono con mia moglie. Sento Julian che la tratta come la carne da macello che lei desidera essere; la insulta, la chiama “troia svuotata”, la incita a prendere ogni centimetro di quella sua verga massiccia che la sventra regolarmente. Elena rantola, urla, implora di essere sfondata, di essere riempita fino alla gola. E io, al di là della porta, mi masturbo furiosamente nel buio, grato per ogni singola parola di derisione che Julian le lancia.
La mattina, la commedia dell’assurdo tocca il suo apice. Il grido «COLAZIONE, CORNUTO!» squarcia il sonno residuo. Mi alzo, vado in cucina, preparo il caffè e corro alla pasticceria in centro per prendere i cornetti freschi. Quando entro in camera con il vassoio, spesso devo restare immobile a guardare. Julian giace sdraiato con le braccia dietro la nuca, le gambe spalancate, mentre Elena è inginocchiata tra le sue cosce, impegnata in un pompino profondo e rumoroso. Julian mi fissa con i suoi occhi d’acciaio, sorridendo con disprezzo.
«Ecco il marito ideale,» dice, mentre Elena continua a leccargli i coglioni con una devozione religiosa. «Puntuale, servizievole e perfettamente consapevole di quanto la sborra di un altro renda felice sua moglie.»
L’ospite d’ebano
Ma Cortina è solo una parentesi. La realtà quotidiana in città ha assunto un colore più scuro, più intenso. Dieci mesi fa, la ditta di manutenzione del verde ha mandato un ragazzo a sistemare il nostro giardino pensile. Si chiama Malik, un ventiduenne etiope dalla bellezza quasi irreale. Ha la pelle ambrata, liscia come il velluto, e un fisico asciutto che nasconde una forza d’acciaio. Malik possiede un membro che è un insulto alla mia virilità: lungo, dritto, flessibile ma duro come il titanio, di una perfezione geometrica che fa impallidire ogni paragone.
Elena lo ha posseduto — o si è fatta possedere — il pomeriggio stesso in cui è arrivato. Lo ha invitato a restare per il weekend, confinando me nella stanza degli ospiti. Malik non se n’è più andato. Quella che doveva essere una consulenza per il giardino si è trasformata in un’occupazione domestica. Durante la sua settimana di ferie, sono rimasti nudi per casa per sette giorni consecutivi, consumando ogni angolo della nostra dimora. Io tornavo dal lavoro e passavo dal ruolo di dirigente a quello di domestico: cucinavo per loro, lavavo le loro lenzuola incrostate di umori e raccoglievo i vestiti che Malik seminava ovunque.
L’umiliazione ha raggiunto il suo compimento quando Elena mi ha imposto di trovargli un lavoro. Malik ora è ufficialmente un addetto al centralino nella mia stessa azienda. Lavora quattro ore, il tempo minimo per giustificare una busta paga, e passa il resto della giornata a soddisfare le esigenze sessuali di mia moglie. Ma lo stipendio da part-time non basta a mantenere lo stile di vita che Malik pretende.
Così, ogni mese, io, il marito legittimo, verso un’integrazione di cinquecento euro sul conto di Malik. Mantengo l’amante di mia moglie. Pago per assicurarmi che l’uomo che la incula ogni pomeriggio abbia sempre il profumo giusto, i vestiti migliori e la tranquillità economica per dedicarle ogni grammo della sua energia sessuale.
Il prezzo del piacere
Ieri sera sono rientrato tardi dall’ufficio. Malik era seduto sul mio divano, con indosso solo un paio di boxer di seta che non riuscivano a contenere la sua eccitazione. Elena era ai suoi piedi, nuda, intenta a massaggiargli i piedi con un olio profumato.
«Hai fatto tardi, schiavo,» ha esordito Malik senza nemmeno guardarmi. «La cena non si prepara da sola e tua moglie ha fame. Ha lavorato duro oggi per meritarsi il mio premio.»
Elena ha alzato lo sguardo verso di me, i capelli spettinati e gli occhi lucidi di chi ha appena ricevuto una scarica di piacere estremo. Mi ha sorriso, ma era un sorriso carico di pietà. «Vai in cucina, caro. Malik vuole la carne al sangue stasera. E dopo, se sarai bravo e pulirai tutto in fretta, potrai venire sulla soglia della camera. Malik dice che stasera vuole provare a prendermi da dietro mentre io ti guardo dritto negli occhi.»
Mi sono sfilato la giacca e la cravatta, sentendo il calore salirmi al volto. Ho annuito, incapace di parlare. Mentre preparavo la cena, sentivo i loro gemiti riprendere già sul divano. Malik la spingeva contro lo schienale e il rumore della carne che sbatteva contro la pelle del divano era come musica per le mie orecchie deformate dal vizio.
Sono un uomo di successo, un professionista stimato, ma la mia vera essenza si riassume nel bonifico che ogni mese parte dal mio conto verso quello del ragazzo che dorme nel mio letto. Sono il finanziatore del mio stesso tormento, il parassita che si nutre degli avanzi di un piacere che non potrà mai reclamare. E mentre servo la cena a Malik, pulendo le briciole dal tavolo prima che lui torni a scopare mia moglie, so che non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
Se questo racconto ha acceso i tuoi desideri, non fermarti alla semplice lettura. Fai il primo passo nel mondo reale: trova partner affini ed esplora le tue dinamiche su NodoNero.
🔥 Inserisci il tuo Annuncio, è gratis!Hai riconosciuto questo racconto come tuo e non hai autorizzato la pubblicazione?
Segnalacelo subito qui