Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Sei mesi. Un semestre intero di siccità sessuale e un’estate torrida, di quelle che ti incollano i pensieri al palato, mi hanno portata sull’orlo di un baratro che non avrei mai pensato di voler esplorare. Eppure, eccomi qui, con il ricordo di quella notte che scivola ancora umido tra le cosce, un calore denso che mi riempie il ventre ogni volta che chiudo gli occhi.
Come ogni anno, il clan familiare si è riversato nella casa al mare. Per comodità, avendo trovato un impiego serale come barman in un club del litorale, mi sono aggregata alla carovana. Gli spazi, però, sono quelli che sono: angusti, soffocanti, intrisi di promiscuità forzata. Così mio nipote, il figlio di mia sorella, è finito a dormire sul divano proprio davanti all’ingresso. Ha vent’anni, un corpo che sta esplodendo di virilità e un odore… un odore che mi investe ogni volta che rientro dal turno di notte. È un aroma potente, selvaggio, il profumo inconfondibile di ormoni giovani e sfoghi solitari consumati sotto le lenzuola pochi istanti prima di cedere al sonno. L’aria, lì nel corridoio, sembra quasi densa, satura di quel sentore acre e salmastro che ricorda una battigia dopo la tempesta.
Rincaso sempre in punta di piedi, cercando di non spezzare il silenzio. Ma la curiosità è una bestia che si nutre di ombre. Una volta in camera, socchiudo la porta e lo sbircio dal fondo del corridoio. Puntualmente, lo trovo illuminato dal bagliore bluastro del tablet. Guarda porno, la mano serrata attorno al sesso, finché la luce del dispositivo non fa brillare i fiotti eruttati dalle sue palle instancabili. Lo guardo mentre si pulisce distrattamente il petto e l’addome con un fazzoletto, e quella scena mi fa sorridere di un piacere torbido, proibito. È mio nipote, la metà dei miei anni, eppure non posso fare a meno di notare la larghezza delle sue spalle e la tensione dei muscoli delle cosce.
Una sera sono tornata con un’ora di anticipo. Avevo bevuto diversi gin tonic, la testa mi girava in quel modo piacevole che rende tutto possibile e nulla proibito. Ero elettrica. Prima di infilare le chiavi nella toppa, ho guardato tra le fessure della persiana. Era lì. Se lo scappellava con rispetto, quasi con devozione, affondando i colpi fino alla radice, con la cappella gonfia e scura. Ho deciso che era il momento di rompere il vetro del tabù.
Ho spalancato la porta. Lui ha sussultato, cercando di coprirsi con un lembo di lenzuolo, gli occhi sbarrati, il respiro corto. “Scusa, ti ho spaventato?” ho chiesto, lasciando che la voce suonasse roca, impastata dall’alcol e dal desiderio. “N-no zia… tranquilla,” ha balbettato, rosso in volto e lucido di sudore. Mi sono avvicinata al divano, barcollando fittiziamente. “Ho perso il cellulare, credo sia finito tra i cuscini.” Non l’ho lasciato rispondere. Mi sono sporta sopra di lui e, fingendo di perdere l’equilibrio, ho premuto la mano con decisione proprio sul suo inguine. Sotto il lenzuolo ho sentito il marmo. Una stanga d’acciaio, bollente e dritta. Lui si è ritratto, ma il contatto era stato elettrico. “Sai mantenere un segreto?” gli ho sussurrato, sedendomi accanto a lui, così vicina che il calore della sua pelle mi scottava il braccio. “Sono un po’ ubriaca stasera. Mi va un ultimo bicchiere. Mi fai compagnia?”
Ho versato due bicchieri di rum scuro, riempiendoli fino all’orlo. Per lui era il lubrificante per rompere il ghiaccio; per me era la nebbia necessaria a cancellare i legami di sangue. Abbiamo iniziato a parlare. Gli ho confessato quanto fosse dura stare da sola per sei mesi, quanto il corpo soffrisse la mancanza di contatto. “Ma zia… tu sei ancora bellissima. Se non fossi chi sei, ti farei la corte ogni sera,” ha ammesso lui, spinto dai fumi dell’alcol. “Davvero? Dimostramelo,” ho risposto, voltandomi verso di lui. “Abbracciami. Come farebbe un uomo, non un nipote.”
L’abbraccio è stato il punto di non ritorno. Sentivo il suo cuore battere contro il mio seno. Gli ho sussurrato all’orecchio, con un soffio malizioso: “Allora toccami. Ti prego. Ho bisogno di sentirmi viva.” Si è paralizzato per un secondo, poi la sua mano destra ha afferrato la mia mammella sinistra attraverso il tessuto sottile. Ha iniziato a palparla, prima piano, poi strizzandola con una bramosia che mi ha fatto inarcare la schiena. Ho liberato il seno dalla scollatura, lasciando che le mie tette bianche, pesanti e mature, cadessero libere tra le sue mani. I capezzoli erano ritti, rosa, pronti al martirio. “Lecca le tettine della zia, tesoro. Fallo adesso.”
È affondato con il viso, baciando l’areola e succhiando i capezzoli con una forza che mi ha riempita di saliva e brividi. Mi afferrava la carne con una foga animalesca. Nel muoversi, il lenzuolo è scivolato via. Era nudo. Un cazzo superbo, venato, che puntava al soffitto. “Oh, ma allora continua,” l’ho provocato. “Fallo davanti a me.” Lui ha preso a masturbarsi freneticamente, gli occhi fissi sui miei seni umidi della sua bava. Non ha resistito nemmeno due minuti. Ha emesso un grugnito e una scarica di seme denso mi ha colpito in pieno petto, schizzando sui vestiti e tra i seni. Mi sono finta adirata, godendo dell’umiliazione nel suo sguardo. “Ma sei matto? Hai riempito tua zia di sborra. Ti sembra normale?” Lui è andato in confusione, cercava di pulirmi con un tovagliolo, balbettando scuse. L’avevo in pugno. Era diventato il mio giocattolo.
Giorno 2
Al risveglio, il mio primo pensiero è stato per lui. Gli ho mandato una foto scattata dall’alto: i miei seni ancora segnati dal reggiseno e una domanda: “Saresti pronto a fare qualunque cosa per me?” La risposta è arrivata dopo un istante: “Tutto.”
Non abbiamo parlato a pranzo. Gli sguardi erano pesanti, carichi di un segreto che rendeva l’aria della cucina irrespirabile. Dopo mangiato, sono andata in bagno. Ho espletato i miei bisogni e, prima di tirare lo sciacquone, ho fotografato l’acqua giallastra, intrisa della mia urina. L’ho inviata a lui con un messaggio secco: “Ti andrebbe di venire a darmi una pulitina con la lingua?” “Quando vuoi tu!” “Cosa aspetti allora? Vieni in camera. Ora.”
Ho lasciato la porta socchiusa e mi sono sdraiata sul letto, nuda dalla vita in giù, con le gambe divaricate. Pochi istanti dopo, l’ho sentito entrare. Era pallido, ma l’erezione premeva visibilmente contro i bermuda. “Ginocchia a terra, nipotino,” ho ordinato con voce glaciale. Lui ha obbedito. Si è avvicinato al bordo del letto. Ho sollevato il bacino, offrendogli la mia fica ancora umida e l’odore pungente del mio sesso mescolato a quello dell’urina. “Hai detto che avresti fatto tutto. Dimostralo. Voglio che mi ripulisca ogni centimetro. Lecca via ogni traccia di me.”
Non ha esitato. La sua lingua calda ha iniziato a esplorare le mie labbra, risalendo con colpi lunghi e avidi. Sentivo il suo respiro affannoso contro la mia pelle. Ha bevuto i miei umori, ha ripulito con cura certosina ogni residuo, infilando la lingua in profondità mentre io gli afferravo i capelli, guidando il suo volto con prepotenza contro la mia carne. “Ti piace il sapore della zia, eh? Ti piace sentire quanto sono sporca per te?” Lui ha mugolato un sì soffocato, continuando il suo lavoro di sottomissione. Quando ho sentito che ero pulita, l’ho spinto via con un piede sul petto. “Adesso tiralo fuori. Voglio vedere quanto sei eccitato all’idea di essere il mio schiavo.”
Si è spogliato in fretta. Il suo cazzo era una colonna di marmo scuro, pulsante. L’ho fatto salire sul letto, ma non gli ho permesso di penetrarmi. L’ho costretto a mettersi a quattro zampe sopra di me. “Voglio che mi sborri di nuovo addosso, ma stavolta devi farlo sulla mia faccia. Devi marchiarmi, devi farmi sentire quanto sei un porco.” Lui ha iniziato a masturbarsi con una violenza inaudita, guardandomi negli occhi mentre io mi toccavo il clitoride, gemendo il suo nome tra un insulto e l’altro. Quando è arrivato al culmine, mi ha afferrato il mento. Una pioggia bianca, densa e bollente mi ha inondato il viso, appiccicandomi le ciglia e colandomi in bocca. “Bravo ragazzo,” ho sussurrato, leccandomi le labbra sporche del suo seme. “Ora vai via. E ricorda: sei solo un oggetto nelle mie mani. Ti chiamerò quando avrò di nuovo bisogno di essere ripulita.”
L’ho guardato uscire dalla stanza con le spalle curve, completamente soggiogato. Il sangue non è acqua, dicono. Ma in quell’estate torrida, il sangue era diventato solo un lubrificante per la più dolce e oscura delle perversioni. E il bello doveva ancora venire.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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