Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Esiste un piacere sottile, quasi chirurgico, nel prendere una vita ordinaria e smontarla pezzo dopo pezzo, fino a metterne a nudo i nervi pulsanti del desiderio. Mi chiamo Julian, e per molte donne che incrociano il mio cammino digitale sono l’Architetto. Non scrivo semplici storie; costruisco prigioni di parole in cui le lettrici entrano volontariamente, per poi scoprire che la chiave della cella l’ho gettata via molto tempo prima.
L’ultima “paziente” si chiama Elena. La sua prima mail era intrisa di un timore reverenziale: si complimentava per la cruda onestà di un mio racconto sulla sottomissione. Elena è il prototipo della stabilità: quarantadue anni, un corpo tenuto insieme da una disciplina silenziosa, una taglia 42 che tradisce una sensualità mai esplosa. Vive in una provincia del Nord, tra nebbie e apparenze, lavorando come contabile in uno studio associato. Moglie irreprensibile, madre attenta, una vita scandita da scadenze fiscali e cene domenicali. Ma dietro gli occhiali da intellettuale e i capelli castani raccolti, ho intravisto una voragine.
Il mio questionario è stato il bisturi. Attraverso le sue risposte, ho capito che Elena non cercava amore, ma un padrone che le togliesse il peso di decidere. Era attirata dal proibito, dal tocco femminile, dall’idea di essere usata come un oggetto di culto. Ho iniziato con un ordine banale, un test di obbedienza: andare in ufficio senza biancheria, tenendo un perizoma di pizzo nero nella borsa, come un amuleto del peccato.
Alle dieci del mattino, il mio telefono ha vibrato.
«Padrone, sono in ufficio. La gonna di lana scivola sulle mie gambe nude a ogni passo. Sul bus, il freddo del sedile mi ha fatto trasalire, eppure ero bagnata. Sentivo gli sguardi degli uomini addosso, come se la mia nudità trasparisse dalla stoffa. Mi sono chiusa nel bagno dei dipendenti. Ho sbottonato la camicetta bianca, ho liberato i seni dal reggiseno e mi sono toccata guardandomi allo specchio. Il pensiero di te che mi guardi mi ha fatto venire in meno di tre minuti. Ho le gambe che tremano e il sesso che pulsa. Ho indossato il perizoma ora, ma mi sento marchiata. Cosa devo fare?»
Ho sorriso. La corruzione era iniziata. Il passo successivo è stato più estremo, mirato a profanare la sua sacralità domestica. Le ho ordinato di usare del cibo — dei semplici wurstel — come simulacri del mio sesso. Doveva penetrarsi con essi mentre preparava la cena per il marito, lasciando che i suoi umori li condissero, per poi cucinarli e servirli all’ignaro consorte. Mentre lui mangiava la sua essenza, lei doveva rinchiudersi in bagno e masturbarsi pensando al mio controllo totale su quella farsa familiare. Ha obbedito, descrivendomi poi il brivido del disgusto misto a un’eccitazione quasi insopportabile.
Per spingerla verso i territori del piacere saffico, l’ho introdotta in una chat privata con un’altra mia sottomessa, una predatrice bisessuale di nome Margot. Le ho guardate consumarsi a distanza, leccando lo schermo dei loro smartphone, scambiandosi descrizioni di come si sarebbero usate a vicenda finché Elena non è esplosa in un orgasmo che l’ha lasciata in lacrime. Poi, è arrivato il sacrificio: le ho ordinato di radere completamente il suo pube, quel boschetto castano che non aveva mai osato toccare, e di spedirmi i peli in una busta chiusa. Tre giorni dopo, l’odore della sua pelle è arrivato sulla mia scrivania. Un trofeo di pura sottomissione.
Il vero punto di rottura, però, è avvenuto a Istanbul. Elena era lì per un congresso. Le ho ordinato di recarsi in un antico Hammam, uno di quei luoghi dove il vapore nasconde i peccati e il marmo trattiene il calore dei corpi. Doveva abbandonarsi totalmente alle mani delle massaggiatrici. Mi ha scritto una notte, dalla sua stanza d’albergo, con le dita ancora vibranti:
«Padrone, non sapevo che le mani di una donna potessero essere così feroci e dolci. Il vapore mi toglieva il respiro. L’inserviente, una donna imponente con mani callose, mi ha lavata con una spugna ruvida. Mi sentivo una bambola di pezza. Poi, mentre mi massaggiava le cosce, ha risalito il fianco e mi ha stretto il capezzolo tra le dita. Ho sussultato, ma lei ha sorriso. Ha premuto il suo corpo contro il mio e ha affondato la mano tra le mie gambe, trovandomi già spalancata. Mi ha strofinato il clitoride con un ritmo brutale finché non ho gridato nel vapore. È stato… trascendentale. Non voglio più essere la donna che ero. Voglio essere la tua cagna, Julian. Distruggimi.»
Al suo ritorno, la metamorfosi era completa. La contabile morigerata era morta, sostituita da una schiava che bramava l’esposizione. Le ho ordinato di masturbarsi ogni mattina sotto il getto freddo della doccia prima di andare al lavoro, portando con sé quell’eccitazione residua tra le scartoffie dello studio. Ma il gioco si è fatto più pericoloso: le ho imposto di inviare mail anonime al suo capo, un commercialista cinquantenne e austero, allegando le foto che mandava a me. Immagini dei suoi seni turgidi e della sua fica rasata, lucida, offerta all’obiettivo.
Il dottor Bianchi, così si chiama il suo capo, è caduto nella rete in un istante. Convinto di essere l’oggetto del desiderio della moglie di qualche cliente facoltoso, ha iniziato a risponderle con una bramosia patetica, implorandola di rivelarsi, offrendole cene e weekend segreti. Elena leggeva quelle mail seduta alla scrivania di fronte a lui, sentendo il bagnato colare lungo le cosce mentre lo vedeva agitarsi sulla poltrona, ignaro che la sua preda fosse a meno di tre metri di distanza.
«Julian, lui vuole vedermi. Vuole toccarmi. Mi tremano le mani mentre batto a macchina,» mi ha confessato nell’ultima chiamata.
Non le ho ancora dato il permesso di rivelarsi. Voglio che la tensione la consumi. Voglio che arrivi al punto di non ritorno. Il mio prossimo ordine è già pronto: dovrà guidare la sua auto attraverso il centro della città indossando solo una pelliccia e tacchi a spillo, senza nulla sotto. Dovrà accostare in una zona isolata, aprire la portiera e mostrare la sua nudità ai passanti, aspettando che qualcuno, magari un vecchio randagio o un giovane curioso, si avvicini abbastanza da toccare quel santuario che ora appartiene solo a me.
Elena crede di stare scoprendo la sua libertà. Non ha ancora capito che ogni suo orgasmo è un mattone in più nella muraglia che sto costruendo intorno alla sua anima. Non è più una moglie, non è più una madre. È solo la mia voce che riverbera nella sua carne. E il viaggio è appena iniziato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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