Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il rapporto con Marco si era ridotto a una serie di diapositive sbiadite. La sua virilità “nella norma”, il suo approccio da palestra — pulito, metodico, prevedibile — non facevano che alimentare il deserto che avevo tra le gambe. Quella sera, l’ennesimo litigio aveva lasciato nell’aria un odore acre di fine imminente. Mentre sbattevo la portiera della mia auto, non provavo tristezza, ma una rabbia lucida e idrovora. Volevo distruggere l’immagine della “brava fidanzata”. Volevo un tradimento che non fosse solo una vendetta, ma un’esecuzione rituale della noia.
Guidavo senza meta nelle arterie secondarie della periferia, dove i lampioni al sodio tingono tutto di un arancione malato. Poi, il viale. Un catalogo di carne in vendita, ombre che oscillano su tacchi vertiginosi. Rallentai, mossa da una curiosità morbosa, finché i miei occhi non si inchiodarono su una figura statuaria ferma sotto un cartellone pubblicitario sbiadito.
Non era una donna biologica, né cercava di sembrarlo con discrezione. Era una creatura di eccessi. Una pelliccia sintetica aperta su un corpo scultoreo e, nel buio, il movimento ritmico di una mano che brandiva qualcosa di assurdo. Un membro scuro, teso, che sembrava sfidare le leggi della proporzione umana. Una fava monumentale, lucida di eccitazione sotto la luce dei fari.
Sentii una vampata di calore esplodermi tra le cosce. Il mio slip di pizzo diventò istantaneamente un peso umido e appiccicoso. Accostai un chilometro dopo, con le mani che tremavano sul volante. Infilai le dita sotto il bordo delle autoreggenti, risalendo fino a sentire il fiume dei miei umori che inzuppava la seta. Ero fradicia. Ero persa. Ingranai la retromarcia: il destino aveva il calibro di quel mostro d’ebano.
Si chiamava Camilla. Quando salì in auto, l’abitacolo fu invaso da un profumo pesante di muschio e vaniglia chimica. La sua voce era una carezza roca, un basso profondo che mi vibrava nello stomaco. “Cosa cerca una ragazza così bella in questo schifo di viale?” chiese, mentre le sue dita lunghe e curate sfioravano il pizzo della mia gonna. “Cerco quello che hai in mano,” risposi, senza fiato.
Ci fermammo in uno spiazzo sterrato, protetto da un muro di cemento e dal silenzio della zona industriale. Camilla prese l’iniziativa con la competenza di chi conosce ogni centimetro della depravazione. Mi spogliò con una lentezza torturante, facendo scattare i ganci del reggiseno mentre le sue dita iniziavano a tormentarmi il clitoride. Era un’esperta: sapeva esattamente quanta pressione esercitare per farmi inarcare la schiena contro il sedile.
Poi, la vidi di nuovo. Da vicino, la sua dotazione era terrificante. Oltre ventisette centimetri di carne pulsante, una circonferenza che faceva sembrare il mio ex un adolescente impacciato. Quando la presi in mano, sentii il peso del potere. Cominciai a lavorarla, a scorrere sulla pelle tesa fino alla cappella violacea che sembrava pronta a esplodere.
Camilla mi premette la mano sulla nuca, un gesto di dominazione silenziosa. Capii. Mi calai tra le sue gambe, accogliendo quella testa enorme nella mia bocca. Il sapore era intenso, maschile, prepotente. Provai a ingoiarla tutta, ma era fisicamente impossibile; sentivo la punta battere contro l’inizio della gola mentre le mie mascelle dolevano per lo sforzo di contenere quel diametro. Eseguii un 69 frenetico, bevendo i suoi lamenti mentre lei mi infilava due dita dentro, aprendomi come se volesse prepararmi al peggio. O al meglio.
Mi sdraiai sui sedili ribaltati, le gambe spalancate verso il soffitto dell’auto. Quando Camilla appoggiò la punta di quel pilastro contro la mia fica, sentii un brivido di terrore puro. “Fa’ piano…” sussurrai, ma il mio corpo stava già implorando l’invasione.
Entrò lentamente. Sentii i tessuti tendersi fino al punto di rottura, un dolore delizioso che mi faceva vedere le stelle. Era un’occupazione totale. Ogni spinta mi arrivava dritta alla bocca dello stomaco, spostando gli organi, riempiendomi come non ero mai stata riempita. “Sfondami, cazzo… sfondami tutta!” urlai, mentre lei accelerava, trasformando l’atto in un martellamento ritmico. Raggiunsi un orgasmo apocalittico, un blackout dei sensi che mi lasciò ansimante e svuotata.
Ma Camilla non aveva finito. Estrasse un tubetto di lubrificante e iniziò a massaggiarmi il buco del culo. Sentivo il suo dito entrare, allargando le pieghe strette, preparando il passaggio per l’impossibile. Quando la sua cappella premette contro lo sfintere, emisi un grido lacerante. “Rilassati, piccola,” mormorò, aggiungendo vaselina e spingendo con una forza costante.
Il dolore si trasformò in un calore bianco. Quando quel mostro scivolò finalmente dentro il mio retto, sentii di essere stata violata nella mia stessa concezione di piacere. Mi stantuffava con irruenza, la sua fava enorme che apriva una galleria dentro di me. Mi masturbavo freneticamente la fica mentre lei mi rompeva il culo, i colpi secchi della sua base contro le mie natiche che risuonavano nell’auto.
“Voglio che mi vieni in faccia,” ansimai, con la gola secca. Mi prese per i capelli, estraendosi dal mio culo con un suono umido e osceno. Un istante dopo, fui inondata. Il suo sperma arrivò copioso, schizzi caldi e densi che mi coprirono gli occhi, le labbra, il collo. Era il sigillo del mio tradimento.
Quella notte non fu solo un’avventura. Fu l’inizio di una nuova religione. Marco è ormai un ricordo sbiadito nel mio letto, un accessorio che non sa di essere stato declassato a comparsa. Camilla è diventata la mia guida in un mondo dove la carne non ha limiti.
Mentre scrivo, sto preparando il mio prossimo incontro. Camilla porterà una sua amica, una trans altrettanto dotata, altrettanto feroce. Mi hanno promesso una doppia penetrazione che mi lascerà senza respiro, un’eclissi totale di ogni tabù rimasto. Sento già il retrogusto del lubrificante e il peso del loro potere che mi aspetta. Non sono più la ragazza che litiga per un banale tradimento. Sono la donna che ha scoperto quanto è profondo l’abisso e non vede l’ora di caderci dentro di nuovo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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