Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L’umidità di giugno entrava dalle persiane socchiuse, mescolandosi all’odore di ozono del condizionatore e a quello, decisamente più acre, del sudore di Thomas. Le quattordici erano l’ora perfetta per il mio rito pomeridiano: il momento in cui il mondo fuori sbiadisce nel riverbero del calore e il mio salotto diventa una cella di isolamento sensoriale. Thomas era appeso ai ganci del soffitto, le braccia tese verso l’alto e le gambe divaricate in una spaccata che gli faceva tremare i muscoli dell’interno coscia. I suoi testicoli, già provati da venti minuti di colpi secchi e metodici, brillavano di un rosso violaceo sotto la luce delle lampade.
Avevo appena sferrato l’ultimo calcio, godendomi il suono sordo dell’impatto, quando il telefono sulla credenza interruppe la sinfonia dei suoi mugolii. Il bavaglio — un paio di mie calze velate, indossate per un’intera settimana di ufficio e ora compresse nella sua bocca — faceva un ottimo lavoro nel filtrare le sue grida in un rumore di fondo quasi ipnotico.
Andai a rispondere con la calma di chi non ha nulla da temere.
«Pronto?» «Sì, cerco mio figlio. So che è lì, brutta stronza.»
Riconobbi subito la voce vetrosa di sua madre. Una donna che viveva di sospetti e rancori, incapace di accettare che il suo “bambino” avesse bisogno di un guinzaglio che lei non sapeva stringere.
«Signora, Thomas è passato solo a recuperare degli oggetti che aveva dimenticato sul mio balcone,» risposi, guardando il relitto umano che pendeva dal soffitto. «Le sue… sfere. Credo che ora ne abbia pienamente ripreso possesso.» «Non prendermi in giro. Ti teniamo d’occhio, lo sanno tutti nel quartiere che sei una depravata. Stai attenta ai passi falsi.» «La ringrazio per l’interessamento. Buona serata.»
Riattaccai senza attendere replica. Tornai in soggiorno, camminando lenta intorno a Thomas. I suoi occhi erano lucidi, sbarrati, iniettati di sangue. Mi avvicinai e gli afferrai lo scroto, stringendo le dita fino a sentire la consistenza dei testicoli congestionati.
«Ti è bastato per oggi, o dobbiamo continuare la lezione sul rispetto del riposo pomeridiano?»
Thomas scosse la testa con una foga disperata, emettendo un gemito che era una pura supplica. Lo slegai brutalmente. Cadde sul parquet come un sacco di carne inerte, nudo e tremante. Gli concessi cinque minuti per raccogliere i suoi stracci e sparire dalla mia vista. Lo guardai strisciare verso la porta, consapevole che il terrore sarebbe stato il suo unico compagno per i giorni a venire.
«Ricorda, Thomas: se una sola parola esce da quella bocca, farò in modo che l’unica cosa che ti resti tra le gambe sia il ricordo del dolore.»
Rimasi sola. Il silenzio della casa, interrotto solo dal ronzio del frigo, mi pesava addosso. Mio marito, un uomo insignificante di nome Valerio, era fuori per lavoro. Non mi mancava la sua presenza, mi mancava l’uso che ne facevo: lo scopo di avere un marito, dopotutto, è avere qualcuno da tradire, da umiliare, da schiacciare sotto il peso della propria insoddisfazione.
Il campanello suonò di nuovo. Un rintocco improvviso, quasi prepotente. Aprii senza controllare.
Davanti a me c’era un gigante. Indossava la divisa da corriere, tesa su spalle che sembravano scolpite nel granito. Aveva un viso quasi infantile nella sua inespressività, gli occhi bovini e la bocca leggermente socchiusa in un’aria di perenne confusione.
«Per la signora Elena? C’è una consegna pesante. L’ascensore è fuori servizio, ho dovuto fare quattro piani a piedi… posso appoggiarlo un secondo?»
Lo squadrai. Era sudato, una goccia gli scivolava lungo la tempia finendo nel colletto della divisa. Le braccia erano enormi, le vene in rilievo come cavi elettrici. Immaginai subito cosa potesse nascondere tra quelle cosce massicce.
«No,» risposi, fissandolo negli occhi. «Resta esattamente dove sei.» «Signora?» «Ti ho detto di non posarlo. È una prova di forza, non credi? Vediamo quanto resisti.»
Mi avvicinai a lui, invadendo il suo spazio vitale, sprigionando il mio profumo mescolato all’odore di Thomas ancora presente nella stanza. Il corriere arrossì violentemente, il respiro gli si fece corto. Allungai una mano verso i suoi pantaloni, afferrando senza preamboli la massa solida che riposava tra le gambe. Era una pietra. Snocciolai la forma attraverso il tessuto, risalendo fino alla punta. Era un arto sproporzionato, un errore della natura che urlava per essere liberato.
«Animale,» sussurrai.
Abbassai la zip con un gesto secco. Quello che ne scaturì era un serpente di carne scura e pulsante, una testa larga quanto una pesca matura che spingeva fuori dai pantaloni. Iniziai a colpirlo con schiaffi ritmici, la pelle contro la pelle, un rumore umido che riempiva il pianerottolo.
«A-ahi! Signora, cosa fa?» gemette lui, cercando di bilanciare il peso del pacco tra le braccia tremanti. «Zitto! Chi ti ha dato il permesso di portare in giro un’arma del genere? Va domata. Va disciplinata.»
Lo trascinai in casa per la cappella, un guinzaglio di carne che lo costringeva a seguirmi quasi piegato in due. Calciai la porta per chiuderla. Al centro del soggiorno c’era ancora la scala doppia che usavo per i miei giochi.
«Sali. E non osare posare quel pacco.»
Il gigante obbedì, salendo i gradini con il cazzo che oscillava paurosamente e i muscoli delle braccia che vibravano sotto lo sforzo. Mi posizionai tra le sue gambe, inginocchiata, ma dovetti alzare la testa per guardarlo. Spalancai le fauci, cercando di accogliere quel mostro. Nonostante la mia esperienza, nonostante la mia capienza, riuscii a malapena a inghiottirne la metà. La base restava fuori, un tronco di nervi e vene tese.
Mentre la sua carne mi solleticava l’ugola, lo guardai dal basso. Era una maschera di sudore e agonia. Non emetteva più un suono, paralizzato dal peso e dal piacere forzato. Iniziai a praticare una suzione così potente, un risucchio che sembrava voler estirpare la sua stessa anima. In pochi istanti, il gigante ebbe un sussulto violento. Un’eruzione calda e amara mi inondò la gola, una quantità smisurata di seme che inghiottii con una voracità metodica.
Quando lo stappai, il suo sesso appariva lucido, quasi irreale sotto le luci del salotto. Lo feci scendere e lo ricomposi, rinfoderando la sua lancia nei pantaloni. Presi il suo smartphone, feci uno squillo al mio numero per marchiare la sua identità.
«Prima o poi, ti succhierò fino a farti sentire il vuoto nelle ossa. Da oggi, sei una mia proprietà reperibile.»
Il corriere deglutì, lo sguardo ancora perso nel vuoto. «Si… signora… il pacco…» «Portalo via. Era un calco in piombo del pene più grande che avessi mai visto. Ma ora ho trovato l’originale.»
Lo spinsi fuori, chiudendo la porta sul suo sconcerto. La serata non era più così noiosa.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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