Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il vialetto si snodava come una cicatrice grigia in mezzo all’erba incolta, scivoloso e insidioso. Mi tenevo stretta al parapetto di legno marcio, i tacchi delle mie scarpe che affondavano nel terreno ammorbidito dal temporale appena concluso. L’aria di inizio ottobre era carica di un odore pungente di terra bagnata e foglie morte. Un colpo di vento gelido mi fece rabbrividire, sollevando l’orlo del mio trench nero e scoprendomi le gambe velate. Lo abbassai istintivamente, stringendomi il bavero al collo. Sotto, indossavo solo un abito di seta sottile e, per un gioco che avevo concordato con Dario, nulla a coprirmi l’intimità. Il parco era deserto, le ombre degli alberi secolari si allungavano minacciose verso il centro del sentiero. A ridosso di una macchia di rovi, c’era un vecchio capanno degli attrezzi in muratura scrostata e lamiera. Guardai il quadrante del telefono: le diciassette in punto. Ero in anticipo. All’improvviso, una folata di vento più forte portò con sé una nuova, violenta scrosciata di pioggia. I brividi mi scossero le spalle. La chioma dei pini non bastava più a ripararmi. In pochi secondi, l’acqua iniziò a inzupparmi i capelli e a filtrare attraverso il tessuto del trench, incollandomi l’abito di seta alla pelle. Maledicendo la mia mania per la puntualità, corsi verso il capanno e spinsi la porta arrugginita.
L’interno era un buco nero. Non c’erano finestre, l’unica luce era uno spiraglio grigiastro che filtrava da sotto la porta malandata. L’aria sapeva di muffa, gasolio e legno marcio. Il rumore della pioggia sul tetto di lamiera era assordante. Iniziai a tremare per il freddo. Mi passai una mano tra i capelli madidi, strizzandoli. Feci un passo in avanti, strizzando gli occhi per abituarmi all’oscurità. Distinsi la sagoma di un banco da lavoro, delle taniche arrugginite, falci e cesoie appese ai muri. Sentii un rumore alle mie spalle, il cigolio del cardine della porta. Non feci in tempo a girarmi.
Due mani forti, rivestite di cuoio ruvido, mi serrarono il collo. La presa fu così fulminea e brutale che l’urlo mi morì in gola, trasformandosi in un gemito soffocato. Il panico mi invase come una scarica elettrica. Scalciai, annaspando, ma l’aggressore mi spinse in avanti, costringendomi ad appoggiarmi al banco da lavoro. La presa sul collo si allentò appena, giusto il tempo di farmi inalare una boccata d’aria carica di terrore, prima che le mani mi afferrassero i polsi. Cercai di divincolarmi, ma la paura mi aveva prosciugato i muscoli. La mia mente urlava, ma dalla mia gola uscivano solo suoni spezzati. Una mano guantata mi premette qualcosa sul naso e sulla bocca. Uno straccio. Un odore chimico, dolciastro e opprimente mi invase le narici. Cercai di trattenere il fiato, ma i miei polmoni bruciavano per la mancanza di ossigeno. Aspirai. Il buio mi inghiottì.
Quando la coscienza tornò, lo fece attraverso il dolore. Un bruciore acuto ai polsi. Provai a muovermi, ma le mie braccia erano sollevate e tirate in direzioni opposte, legate saldamente con una fune ruvida a due ganci sul soffitto. Cercai di chiudere le gambe, ma le caviglie erano bloccate, fissate ai piedi del pesante tavolo di legno. Ero a forma di X, esposta, paralizzata. Sbattei le palpebre, ma vedevo solo l’oscurità assoluta. Ero bendata. Provai a parlare, a gridare aiuto, ma un nastro largo e spesso mi sigillava le labbra, incollandosi alla pelle. Le lacrime iniziarono a scendere libere, bagnando il tessuto della benda. Il terrore si fece solido, mi artigliò lo stomaco. La pioggia batteva ancora sulla lamiera, l’unico suono in quell’incubo. Pensai a Dario. Mi avrebbe aspettata alla panchina vicino al laghetto, si sarebbe spazientito, avrebbe pensato che fossi scappata dal nostro gioco di sottomissione per paura dell’acqua. Che stupida, pensai. Volevo solo ripararmi…
Ero convinta che sarei morta lì dentro. Vittima di un sadico senza nome. Poi, percepii uno spostamento d’aria. Un respiro pesante, a pochi centimetri da me. Mi irrigidii, ogni muscolo teso allo spasimo. Sentii due mani grandi, calde e prive di guanti, posarsi sui miei fianchi. Il tocco fu stranamente fermo, non violento, ma possessivo. Le mani scesero lungo le mie cosce, poi risalirono, afferrando i lembi del mio abito di seta bagnato e sollevandolo fino alla vita. Il freddo colpì la mia intimità nuda.
Iniziai a piangere silenziosamente, il respiro bloccato dal nastro. Ero sospesa, staccata dalla mia stessa umanità. Sentii il rumore inconfondibile di una fibbia di metallo, seguito dal fruscio del cuoio che veniva sfilato dai passanti di un pantalone. Mi aspettai un colpo. Mi preparai al dolore di una frustata. Ma la realtà fu molto più perversa. La striscia di cuoio fu tesa, e poi premuta esattamente in mezzo alle mie gambe. Il maniaco iniziò a sfregarla, facendola scorrere su e giù lungo la mia fessura, premendo contro il clitoride con un ritmo serrato. Il materiale ruvido, combinato alla forza della frizione, mi fece inarcare la schiena. Cercai di urlare, di dimenarmi, di scuoterlo via. Il nastro mi soffocava. Le mie lacrime di disperazione si mescolarono a qualcosa che non volevo provare: il mio corpo, tradendomi in modo osceno, iniziava a rispondere allo stimolo meccanico. Il terrore si intrecciava a un’eccitazione bestiale, involontaria.
Il ritmo della cintura divenne frenetico, quasi sollevandomi da terra per la pressione. La frizione bruciava, mi faceva impazzire. Poi, si fermò di colpo. Il cuoio fu rimosso. I miei genitali erano caldi, indolenziti e doloranti. E, con mio assoluto orrore, bagnati fradici per l’eccitazione indotta a forza. La mia vergogna era un macigno che mi schiacciava il petto. Odiavo il fatto che lui fosse lì a guardare i risultati della sua tortura.
Nel buio della mia deprivazione sensoriale, sentii un altro suono. Acqua che bagnava un tessuto. Qualcosa di soffice e tiepido fu premuto contro la mia pelle arrossata. Una spugna bagnata, passata con estrema, quasi nauseante, delicatezza sulle mie labbra intime, lavando via il sudore e gli umori, dandomi un sollievo che mi confondeva. Perché un maniaco si preoccupava di me? La circolazione alle braccia era compromessa. Sentivo un formicolio doloroso alle dita. Cercai di muovere il polso destro, ma la corda scorticò la pelle, e sentii un fiotto caldo di sangue scendere verso il gomito. Lui lo notò. Si avvicinò. E in un gesto di totale follia, sentii la sua lingua ruvida lambire il taglio, leccando via il sangue lungo l’avambraccio con una lentezza metodica.
Mi si gelò il sangue. Ma subito dopo, sentii il suo corpo premere contro la mia schiena. Una massa muscolosa, e contro l’incavo delle mie natiche, l’inconfondibile pressione di una mastodontica erezione, dura come la roccia. Il mix di paura, deprivazione, costrizione fisica e dolore mi aveva portata in una zona della psiche dove la razionalità non esisteva più. Il mio corpo era una macchina programmata per l’accoppiamento, innescata con la forza. Iniziai a muovere il bacino all’indietro. Senza potermi fermare, guidata da un impulso primitivo, strusciai il sedere contro il suo membro, in un invito disperato e sfacciato. Lui rispose afferrandomi i fianchi, ancorandosi a me, spingendo il suo bacino contro il mio, facendo sfregare la sua durezza contro il mio varco. L’eccitazione mi faceva tremare. Grugnivo contro il nastro isolante, spingevo all’indietro, simulando l’atto, disperata. Volevo essere riempita, volevo che finisse quell’agonia di attesa. Se avessi avuto le mani libere mi sarei devastata per raggiungere l’orgasmo, ma l’immobilità rendeva il bisogno insopportabile. Ero una belva in gabbia, bagnata, impazzita.
Ma lui non entrò. Continuò a tormentarmi, a strusciarsi contro di me, avvicinandomi all’esplosione per poi fermarsi un millimetro prima. Le sue mani salirono. Sbottonò il tessuto bagnato del mio abito sul davanti, scoprendomi i seni. I miei capezzoli erano turgidi, congelati e doloranti. Iniziò a pizzicarli, a stringerli tra le dita con una forza che sfiorava il dolore, facendomi inarcare. Fallo, pregai nella mia mente. Penetrami. Metti fine a questa tortura. La sua mano scese lungo la pancia, arrivando al monte di Venere. Trattenni il respiro. Un dito sfiorò la mia peluria. Ero pronta a deflagrare. L’accumulo di tensione era tale che bastava un tocco diretto per scatenare un orgasmo. Ma il tocco non arrivò mai. Si fermò.
Mi lasciò sospesa in quel limbo di follia e disperazione. Le ore sembrarono fondersi l’una nell’altra, scandite solo dal rumore della pioggia che lentamente diminuiva. Ero esausta, svuotata, la mente ridotta a un ronzio bianco. Sentii di nuovo il rumore del tappo di una bottiglia. L’odore chimico. Lo straccio sul viso. Non opposi alcuna resistenza. Lasciai che l’oscurità della mente si unisse a quella degli occhi.
Quando riaprii gli occhi, la benda non c’era più. Anche il nastro dalla bocca era sparito. Ero sdraiata sul pavimento impolverato del capanno, le membra doloranti ma libere. L’aria era fresca e sapeva di notte limpida. Da uno squarcio nel tetto filtrava la luce della luna, e fuori, in lontananza, si sentiva il canto incessante delle rane. Ero viva, violata nella mente, abbandonata. E sola.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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