Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il riverbero metallico delle turbine del polo chimico tagliava la nebbia salmastra che saliva dalla costa siracusana, annegando l’orizzonte in un grigio perenne e malato. Era la fine di gennaio. Da pochi giorni avevo lasciato il monolocale condiviso con due periti industriali per affittare un rustico isolato, interamente rivestito di assi di pino scuro e lamiera zincata, abbarbicato sulle pendici fredde del monte Lauro. Un interno cupo, saturo dell’odore di resina e fumo di legna, che avevo scelto insieme a Evelyn. La nostra relazione durava da meno di cinque mesi; troppo poco perché lei decidesse di trasferirsi stabilmente, una prudenza formale che non potevo contestare.
Per celebrare la nuova sistemazione e spezzare la routine dei turni in fabbrica, avevamo pianificato due settimane di isolamento totale. Niente mete convenzionali: avevo orchestrato un soggiorno in un vecchio campeggio montano d’alta quota, un avamposto selvaggio e semideserto tra i boschi di larici dell’altopiano silano, dove l’unica attività concessa sarebbe stata la nostra comune passione per il ciclismo estremo, quello da fango e pietraia. Per Evelyn, abituata alle comodità cittadine, la prospettiva della tenda rappresentava una rottura traumatica delle proprie abitudini, ma la sua sottomissione psicologica stava già fiorendo. Aveva accettato la spigolosità di quell’esperienza con un misto di curiosità e timore.
La tenda era una struttura militare, ampia, fredda, priva di qualsiasi concessione al decoro. Evelyn si era adattata con una velocità che tradiva il bisogno di essere guidata. La promiscuità dei servizi igienici del campo — un unico blocco di cemento grezzo dove la divisione tra uomini e donne non veniva contemplata — l’aveva eccitata più di quanto volesse ammettere. Scopavamo sotto il getto dell’acqua tiepida delle docce comuni, con il rumore dei passi degli altri campeggiatori che risuonava oltre la paratia di plastica, o nel pomeriggio, con i lembi della tenda lasciati parzialmente aperti, indifferenti a chiunque potesse spiare la sua carne turgida.
Prima di partire, avevo acquistato per lei due micro-bikini di un marchio australiano estremo, Wicked Weasel, concepiti per ridurre la copertura della carne al minimo biologico. Il primo era in lattice nero lucido, composto da una fascia toracica di tre centimetri e un perizoma che si riduceva a un filo invisibile tra le natiche; il secondo, di un rosa confetto sfacciato, era fatto di un tessuto microforato che, una volta bagnato, perdeva ogni opacità, diventando completamente trasparente. Evelyn era rimasta pietrificata davanti a quel regalo, ritenendolo degradante per le aree frequentate da famiglie e anziani escursionisti. Non avevo insistito, permettendole di usare un costume casto durante le prime tappe.
La svolta avvenne durante un’uscita mattutina lungo le sponde del fiume Neto, dove la boscaglia si apriva su una piana di sabbia nera e sassi. Le ordinai di indossare il bikini nero sotto i calzoncini di lycra pesante e un top da ciclista. La pedalata fu faticosa, le ruote artigliate sprofondavano nella melma bagnata, costringendoci a uno sforzo muscolare che le faceva imperlare la schiena di sudore. Ci fermammo in un’ansa deserta, protetta da una corona di dune di terra battuta.
«Spogliati. Facciamo il bagno,» le comandai, sfilando la mia divisa.
«Ma Luca, sei sicuro? Dietro quelle colline ho visto delle macchine parcheggiate, non siamo soli,» sussurrò, lo sguardo basso, le dita che tremavano sull’elastico della lycra.
«Nessuno si fa problemi qui, Evelyn. Questa è una zona di tolleranza,» replicai, la voce piatta, priva di concessioni.
Quando si sfilò i calzoncini, la nudità del suo fondoschiena, incorniciata dal filo di lattice nero che le spariva nell’ano, mi tolse il fiato. La sua pelle diafana, non ancora abbronzata, creava un contrasto violento con il nero lucido del costume. Entrammo nell’acqua gelida del fiume. Sotto la superficie torbida, le scostai il tessuto e la penetrai in un sol colpo, rimanendo immobile per non rendere i movimenti visibili a un eventuale osservatore distante. Sentivo il suo ventre contrarsi per lo shock termico e l’eccitazione.
«Togliti il reggiseno, Evelyn. Lascialo sulla bicicletta,» le ordinai una volta riemersi.
Obbedì senza replicare, abbandonando la fascia nera sul manubrio di ferro. Il suo seno, una terza misura solida dalle areole grandi e scure, svettava turgido nel freddo della Sila. Iniziai a leccarle i capezzoli, ma lei ebbe un sussulto, ritraendosi.
«Ci stanno guardando, Luca… ti prego.»
«E da quando in qua la cosa ti disturba? Voglio farti impazzire, stronza,» dissi, infilandole due dita nella figa fradicia, muovendole con un ritmo regolare che le strappò un lamento.
«Fammi venire… ti imploro, sgranatemi il cazzo, voglio sentire le tue labbra,» ansimò, con le gambe che cominciavano a cedere.
«Non qui. Andiamo dietro quell’avvallamento, tra le dune.»
La trascinai per il polso oltre la cresta di terra. Evelyn si mise a quattro zampe sul terreno scuro, con il viso rivolto verso il basso e il fondoschiena proiettato verso l’alto. Il micro-perizoma si era infilato autonomamente tra le labbra della sua figa, lasciando l’orifizio posteriore completamente esposto. Mi slacciai i pantaloni, liberando il mio membro teso e venoso, e glielo spinsi in bocca. Succhiava con una devozione animalesca, emettendo muggiti soffocati mentre io le tormentavo il clitoride con un dito bagnato della sua stessa bava.
«Luca… ci sono ospiti,» sussurrò Evelyn, sollevando la testa senza interrompere la suzione.
Sulla sommità della duna di fronte, a circa venti metri di distanza, due coppie di mezza età si erano appostate tra i cespugli. Erano escursionisti dall’aria trasandata: le donne avevano seni cadenti che offrivano alla vista senza alcun pudore, e gli uomini manipolavano i loro membri flaccidi, simili a pelle di daino, masturbandosi con enfasi selvaggia mentre fissavano la scena. Le due mogli li spompinavano a turno, ma l’eccitazione non bastava a dare turgore a quei corpi sfioriti.
«Continuiamo, Evelyn? Ti eccita farti guardare da quel troiaio?» le chiesi, il tono carico di un disprezzo che le fece accelerare il respiro.
«Sì… sì, se rimangono lì, sì,» rispose, la mente completamente arresa alla depravazione della mia voce.
Mi rialzai, posizionandomi alle sue spalle. Non le sfilai il costume: mi limitai a spostare il filo di lattice di lato, esponendo la vulva bagnata che sbrodolava umori sul terreno. La penetrai con una stantuffata selvaggia, sfondandola come un forsennato. Evelyn urlava, offrendo i suoi lamenti estatici alla vista delle due coppie che, a distanza, continuavano a segarsi con furia voyeuristica. Il caldo della Sila e l’adrenalina dell’esibizione avevano trasformato la sua figa in un lago vischioso.
Ero esausto, al limite della ritenzione. La sfilai dal culo e la costrinsi a girarsi supina sul fogliame secco. Le afferrai la nuca, infilandole il cazzo in bocca come se fosse una troia da strada, muovendo il bacino finché il ritmo non divenne parossistico.
«Sto venendo, Evelyn… tieni fuori la lingua!»
Eiaculai copiosamente all’interno della sua cavità orale. Flotti caldi e densi di sperma le inondarono le labbra e la lingua. Lei mandò giù tutto con sussulti regolari della gola, fissandomi con occhi lucidi, privi di ogni dignità residua. Fili di sborra biancastra le colavano dagli angoli della bocca, mischiandosi alla saliva trasparente.
«Quanto ti piace, cagna?» le chiesi, accarezzandole i ricci bagnati di sudore.
«Zitta… ne vorrei ancora, Luca. Ti prego.»
Fissai le coppie sulla duna, che stavano ripulendosi con dei fazzoletti. Un pensiero perverso mi artigliò lo stomaco: avrei voluto vederla andare da loro, inginocchiarsi davanti a quei vecchi e succhiare i loro membri flaccidi sotto gli occhi delle mogli, offrendo la sua giovinezza a quel degrado per il mio puro compiacimento. Ero diventato un cornuto mentale, un guardone della mia stessa donna.
«Penso che tu sia l’unica capace di far riprendere vigore a quei due daini, Evelyn. Vuoi andare a fare un giro da loro?» la provocai, mentendole per la prima volta sulla mia reale brama.
«No! Sei impazzito? Due vecchi schifosi così? No!» rispose, ridendo tra i brividi del post-orgasmo, credendo fosse solo un paradosso verbale. Non poteva immaginare quanto fossi serio.
«Scherzavo, amore. Ti pare che ti offrirei a quel troiaio?» dissi, risistemandomi i vestiti. «Dai, rimettiti il top e i calzoncini. Dobbiamo rientrare.»
Evelyn si rivestì con dita tremanti, la pelle ancora scarlatta per le sculacciate e il sole freddo dell’altopiano.
«Dobbiamo passare vicino a loro per riprendere il sentiero delle bici?» chiese, con un filo di timore nella voce.
«Sì. E quando passiamo, ricordati di salutarli da brava signorina.»
Rimontammo in sella. Superando la cresta della duna, incrociammo gli sguardi vitrei delle due coppie, che ci fissavano in silenzio. Evelyn sollevò una mano dal manubrio, accennò un sorriso sfacciato, da vera troia addestrata, e scandì la sua sottomissione al mondo:
«Bonjour!»
Poi premette sui pedali, scomparendo con me tra i pini larici, con il sapore del mio seme ancora caldo sulla lingua e la certezza di aver consegnato la sua anima al mio inferno privato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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