Evelina

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

La pioggia di Torino a novembre non lava le strade, le lucida soltanto con una patina fredda e oleosa, simile al grasso delle officine di Barriera di Milano che circondano il vecchio stabile. Al terzo piano del condominio scrostato, l’odore di umido si mescolava a quello della candeggina economica che usavo per strofinare i pavimenti di marmo dell’appartamento di via Cigna. Lavoravo lì da due mesi. Il proprietario, l’ingegner Marone, era un uomo sulla cinquantina con le mani sempre troppo calde e un modo di guardare che mi scendeva dritto nella scollatura del camice da lavoro. Ho sempre avuto un seno troppo grande, pesante, che persino il cotone spesso della divisa faticava a contenere; un invito costante per uomini come lui a superare il limite. Fino a quel giorno, i suoi commenti viscidi e quelle dita che sfioravano casualmente i miei fianchi mentre gli servivo il caffè erano stati un prezzo accettabile per mantenere quel posto. Mi fingevo infastidita, sollevavo una barriera di silenzi, ma sotto la pelle quel gioco di potere un po’ mi solleticava. Lui si fermava sempre un attimo prima del crollo. Fino a quel martedì.

L’ingegnere arrivò con due ore di anticipo. Il rumore metallico della serratura mi colse mentre ero china a pulire lo zoccolo della cucina. Non fece in tempo a togliersi il cappotto di panno scuro che mi fu addosso. L’odore di tabacco e pioggia mi investì prima ancora che potessi alzarmi. Non ci furono parole, né le solite provocazioni strisciate. Mi afferrò i capelli corti e scuri alla radice, tirando all’indietro con una violenza che mi fece emettere un grido strozzato. Le mie ginocchia cedettero sul marmo bagnato, ma lui mi sollevò di peso, spingendomi con il ventre contro il bordo affilato del tavolo di legno massiccio.

«Oggi non si parla, Evelina,» sibilò, la voce roca e spezzata da un’eccitazione improvvisa.

Con la mano libera si aprì i pantaloni, liberando un cazzo già duro, venato e imporporato. Sentii la carne calda premere contro la mia guancia prima che lui, con una spinta decisa della nuca, mi costringesse ad aprire le labbra. Mi sbatteva l’asta in bocca, un sapore salato e amaro che mi bloccò la gola. Ero terrorizzata dal dolore alla cute, le lacrime mi scorrevano calde sugli occhi, ma mentre cercavo il modo di sottrarmi e fargliela pagare, la dinamica cambiò marcia. Con un gesto brutale mi strappò i collant e il perizoma, lasciandomi la schiena nuda e la gonna sollevata fin sopra i fianchi.

«Se non vuoi che ti strappi i capelli, mi dai la tua figa. Subito.»

Il panico mi tolse l’aria. Sentivo la punta del suo glande premere contro le mie labbra inferiori, ancora fredde per l’aria della stanza. «Il preservativo… ti prego, almeno il preservativo. Non voglio restare incinta,» urlai, la voce soffocata dal legno del tavolo. Lui emise un grugnito che somigliava a un assenso, arretrando di un passo per infilare il lattice. Fu in quel secondo di tregua che la porta della cucina si aprì di nuovo.

Sperai in un miracolo, ma entrò una donna. Era un’elegante quarantenne bionda, con un tailleur grigio che profumava di un’essenza costosa e tagliente. Non si scompose. Si avvicino al tavolo con il passo calmo di una maestra che entra in classe. Dalla borsa estrasse una fascia di cuoio nero e, prima che potessi muovere un muscolo, me la passò tra le labbra, stringendo la fibbia dietro la nuca. Il bavaglio mi bloccò la lingua.

«Stai calma, piccola. Goditi la lezione,» mi sussurrò all’orecchio, accarezzandomi la guancia con un’unghia laccata di rosso.

Quella presenza femminile spezzò la mia residua volontà di fuga. Una strana rassegnazione, venata di una curiosità perversa, prese il posto del terrore. Decisi di lasciarmi andare, di subire quel protocollo per capire fin dove si sarebbero spinti. L’ingegnere tornò alla carica. Non cercò la vagina. Sentii le dita lunghe della donna divaricarmi le chiappe con forza, mentre Marone versava sul mio buco del culo un filo di olio d’oliva preso dal ripiano della cucina. Il liquido era freddo, un contrasto acuto sulla pelle surriscaldata.

Poi, il dolore mi fece impazzire.

Mio fratello nel peccato non usò complimenti. Spinse il cazzo protetto dal lattice direttamente contro lo sfintere asciutto, forzando l’anello muscolare a dilatarsi oltre ogni limite biologico. Emisi un mugugno disperato contro il cuoio del bavaglio, le dita artigliate al bordo del tavolo. La donna mi teneva ferma da davanti, premendomi le spalle verso il basso e afferrandomi i seni gonfi, strizzando i capezzoli con una cattiveria che mi fece quasi svenire. Valerio — era questo il nome che lei pronunciò per incitarlo — affondava con colpi regolari, profondi, distruggendo ogni mia barriera interna. Sentivo la carne lacerarsi idealmente a ogni stantuffata, un calore d’inferno che si propagava nel bacino.

La bionda, mantenendo lo sguardo fisso nei miei occhi sbarrati dalle lacrime, iniziò a sbottonarsi la gonna, infilando due dita nella propria figa. Si sgrillettava con ritmo frenetico, emettendo piccoli ansiti acuti a ogni colpo che Valerio mi assestava nel culo. Era un teatro di carne e umiliazione. Dopo pochi minuti di quella trapanazione brutale, mio fratello emise un lungo gemito, irrigidendo i muscoli dei polpacci mentre scaricava il suo sperma dentro il lattice, sepolto nelle mie viscere.

Rimase immobile per qualche secondo, ansimando sulla mia schiena umida di sudore. La donna si staccò dalle proprie dita, ripulendosi con un fazzoletto di seta. Mi tolse il bavaglio con un gesto secco.

«Se provi a parlare con qualcuno,» mi disse la bionda, la voce che era tornata di una freddezza professionale, «la versione ufficiale sarà quella di Valerio. Diremo che sei stata tu a sedurlo, a incastrarlo per estorcergli denaro. Chi credi che ascolteranno?»

L’infastidita consapevolezza della mia impotenza mi diede la forza di provare a rialzarmi, ma il gioco non era finito. Mi afferrarono per le braccia, trascinandomi di peso nella camera da letto padronale. Mi scaraventarono sul materasso di velluto scuro. La donna si sfilò la biancheria, rivelando una figa matura e depilata, ancora lucida dei suoi stessi umori; Valerio si tolse il preservativo usato, mostrando il cazzo ancora parzialmente turgido e sporco di lubrificante e tracce biologiche.

«Ora pulisci,» ordinò lei, posizionandosi sopra il mio viso.

E lì, in quel letto che odorava di antico e di proibito, successe qualcosa che non avevo calcolato. Davanti a quella carne esposta, la mia rabbia si sciolse in una sottomissione liquida. Avvicinai la bocca. Iniziai a leccare la figa della donna con colpi di lingua lenti e bagnati, assaporando l’aspro dei suoi umori, mentre con la mano destra afferravo il cazzo di Valerio per portarlo alle labbra. Sentivo il sapore del lattice, dell’olio e del sesso maschile. Più lo ripulivo, più il mio stesso ventre si contraeva in uno spasmo d’eccitazione che mi costrinse a strofinare le cosce tra loro. Mi piaceva. Quel crollo totale di ogni dignità, quella violenza trasformata in rito consensuale di pura depravazione, era l’estasi che avevo sempre cercato senza saperlo. Diventai la loro spugna, la loro schiava domestica e sessuale, e in quel preciso istante capii che non avrei mai più lasciato quella casa.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 16 Maggio 2026
Modificato: 16 Maggio 2026
Lettura: 7 min
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Generi:
Dominazione & BDSM
Tag:
Dark Erotica, Degradazione, Umiliazione

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