Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il vento di bora sferzava l’esterno del vecchio opificio dismesso in periferia, congelando le lamiere dei container abbandonati sul molo. All’interno del sotterraneo, riconvertito in un club industrial dall’estetica brutalista, l’aria era un blocco denso di calore chimico, fumo di sigaretta e vibrazioni a bassa frequenza. Il dj stava spingendo un set di techno industriale spietato, un martellare meccanico che faceva tremare il cemento armato sotto i piedi.
Eravamo arrivati da meno di venti minuti. Erica aveva lasciato il suo pesante cappotto di lana al guardaroba, rimanendo con un abito di maglia metallica scura che le scivolava lungo i fianchi come liquido. La osservavo mentre si sistemava i lunghi capelli castani, conscio del potere felino che sprigionava a ogni minimo accorgimento del corpo. Passammo dritti al bancone del bar in ferro battuto. Ordinai due Negroni sbagliati, lasciando che l’amaro del vermut mi pulisse la gola, ma i miei occhi erano già sintonizzati sulla traiettoria dei suoi. Avevo capito perfettamente cosa avesse adocchiato fin dall’ingresso, ma fingevo una distaccata indifferenza, sorseggiando il ghiaccio.
Poco distante da noi, vicina alla consolle, c’era una ragazza straordinaria. Aveva un taglio corto, un bob biondo platino asimmetrico che le incorniciava i lineamenti affilati del viso, una magrezza nervosa e scattante accentuata da un top di pelle nera. Era accompagnata da un uomo robusto, sulla trentina, dall’aria tranquilla e dal sorriso aperto, apparentemente ignaro della preda che la sua donna costituiva in quella penombra. Quando la musica cambiò marcia, virando su sonorità rock elettroniche ancora più aggressive, la bionda si staccò dal bancone e scivolò verso la pista da ballo. Il suo compagno, saturo di alcol, si stravaccò su uno dei divani di pelle scrostata ai margini della sala.
Lei iniziò a ballare proprio di fronte a lui, muovendosi con una lentezza sensuale, quasi ipnotica, assecondando ogni beat con il bacino flessuoso. Fu allora che Erica decise di muovere la sua prima pedina. Stringendomi la mano con una morsa calda e umida, mi trascinò verso lo stesso perimetro di divani. Mi sedetti a pochi centimetri dal suo uomo, incrociando le gambe e mantenendo quella maschera di superiorità che a Erica faceva perdere la testa. Lei entrò in pista, inserendosi nel groviglio delle coppie che sudavano sotto i fari stroboscopici.
Vederla ballare era un tormento delizioso. Erica possedeva una grazia oscena: ogni flessione della spina dorsale, ogni colpo d’anca ravvivava l’erotismo crudo della sua figura. Captavo i lampi dei suoi sguardi carichi di una complicità torbida, promesse di una depravazione che stavamo per consumare. Nel giro di pochi brani, lo spazio tra le due donne si annullò. Erica si portò a ridosso della bionda, i loro corpi iniziarono a sfiorarsi, a fondersi nel ritmo della musica. Ballavano l’una contro l’altra, una vicinanza studiata per eccitare noi che le osservavamo dai margini. Ma non eravamo i soli: l’intera pista si stava surriscaldando alla vista di quelle due strafighe che si strusciavano senza pudore, i respiri che si confondevano con l’aria satura del club.
Il gioco psicologico era ormai giunto al punto di rottura. Senza degnarci di uno sguardo, voltandoci completamente le spalle, si presero per mano e si diressero con passo rapido verso la scala di ferro che conduceva alla zona dei privée superiori. Io e l’altro uomo ci alzammo all’istante, come mossi da un unico comando biologico. Seguii Erica lungo i gradini grigliati, divorando con gli occhi le oscillazioni del suo culo fasciato dalla maglia metallica, provando un orgoglio violento, quasi animalesco, per essere l’uomo scelto da quella creatura.
Trovarono una stanza privata, una cella di cemento con un grande materasso di pelle nera steso a terra, e vi si fiondarono dentro. Entrammo subito dopo, richiudendo il pesante battente di ferro alle nostre spalle.
«State ai lati. Chiudete la porta e non osate disturbarci,» ordinò Erica, la voce ferma, gli occhi lucidi per l’adrenalina.
Ci posizionammo contro le pareti fredde, ridotti a guardoni ufficiali del loro parossismo. Le due donne si avventarono l’una sull’altra, baciandosi in bocca con una foga rabbiosa, le lingue che si cercavano mentre le mani strappavano i tessuti. I vestiti scivolarono sul pavimento con un fruscio secco. Erica si offrì alla penombra in tutta la sua statuaria bellezza: i mesi passati nei solarium invernali avevano lasciato sul suo corpo stacchi di pelle chiarissima all’altezza del seno e del pube, linee bianche che esaltavano per contrasto l’abbronzatura ambrata del resto del corpo, mettendo in evidenza le sue parti più segrete e desiderate. Anche la bionda era un capolavoro di magrezza scolpita, con gambe lunghe e nervose che terminavano in un culo marmoreo e due seni piccoli, turgidi, rivolti verso l’alto. Il suo pube era completamente depilato, fatta eccezione per una sottile striscia verticale di peletti chiari al centro del monte di Venere.
Si adagiarono sul materasso posizionandosi a sessantanove. La bionda stava sotto, a gambe completamente divaricate, mentre Erica le montava sopra, lasciando che le punte dei propri capezzoli sfiorassero la pelle tesa del ventre dell’altra. La vista di quelle due bocche che affondavano contemporaneamente nelle rispettive fiche, leccando e succhiando con un rumore viscido e regolare, fece rizzare i nostri cazzi allo spasmo, tendendo la stoffa dei pantaloni. Restammo immobili, a respirare l’odore muschiato degli umori femminili che cominciava a saturare la stanza di cemento. La bionda iniziò a fremere, inarcando il bacino verso la bocca di Erica per cercare una pressione maggiore; per tutta risposta, Erica allargò ulteriormente le cosce, offrendo la propria figa fradicia alle labbra dell’altra. Godettero insieme, un orgasmo pulito, potente, accompagnato da gridi soffocati che riempirono la cella.
Ma per Erica quello era solo l’aperitivo, il preludio necessario a scatenare la tempesta. Mentre la bionda continuava a accarezzarle l’interno coscia, mia moglie sollevò la testa bagnata di saliva, mi fissò con le pupille dilatate e mi sussurò con un filo di voce:
«Ma a te… chi piace di più tra noi due?».
Era una domanda retorica, l’invito formale a riprendere la mia quota di violenza. Non risposi. Mi avventai su di lei, la presi di peso per i fianchi e la voltai, mettendola a novanta gradi sul bordo del materasso, con il fondoschiena alto, offerto alla luce ambrata del privé. Liberai il mio cazzo, teso fino a dolere, e glielo infilai interamente nel culo con un’unica spinta profonda, penetrandola fino alle palle. Erica emise un lungo gemito roco, un sussulto in cui la sorpresa, il dolore acuto dello sfintere forzato e il piacere viscerale si fusero in un’unica scarica elettrica.
La bionda comprese all’istante la variazione del tema. Mentre si inginocchiava davanti al proprio uomo per prenderne in bocca il membro già duro, allungò il braccio sinistro verso il bacino di Erica. Infilò tre dita affusolate all’interno della sua figa umida, muovendole con un ritmo spietato che assecondava le mie stantuffate posteriori. Non contenta, con la mano libera afferrò l’asta del suo compagno e la guidò a ridosso del viso di Erica, premendo la cappella contro le sue labbra inferiori.
Erica non ebbe esitazioni. Spalancò la bocca, accogliendo quel secondo cazzo sconosciuto, ingoiandolo fino alla base mentre io continuavo a batterla da dietro con colpi di bacino forti, regolari, spietati. La sottomissione l’aveva trasformata in una vera troia domestica, un incastro perfetto di carne investito da ogni lato. Vederla consumare quella doppia penetrazione mi rese ancora più feroce; la sfondo come un forsennato, lasciando che il rumore dei nostri corpi che si sbattevano riempisse l’aria del privé.
Gli orgasmi arrivarono impetuosi, inarrestabili, scuotendo il busto di Erica con tremiti involontari. Sentii le pareti del suo retto stringersi convulsamente attorno alla mia asta, e fu allora che esplosi, scaricando una calda, abbondante colata di sborra direttamente all’interno delle sue viscere. Quasi contemporaneamente, la bionda si staccò dalla figa di Erica, riprese il cazzo del suo uomo e si fece sborrare in gola, ingoiando tutto il suo nettare con un sussulto del pomo d’Adamo.
Infine, con un ultimo, definitivo spasmo pelvico, anche Erica raggiunse il suo culmine, per poi crollare riversa tra le mie braccia, sfinita, con la pelle imperlata di sudore e i fluidi che le colavano lungo le cosce.
«Ti amo,» le gridai all’orecchio, stringendo i suoi capelli bagnati.
«Ti amo…» mi sussurrò lei, con la voce spenta di chi ha appena toccato il fondo del proprio inferno privato.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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