Eri ancora niente

Racconto

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Disclaimer: I racconti presenti in questa sezione sono opere di pura fantasia scritte dagli utenti.
Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.

L’aria nel loft di Alessandra non era mai ferma; vibrava di una tensione elettrica, satura dell’odore di cuoio nuovo, incenso amaro e quel profumo di gelsomino che lei portava sulla pelle come un’arma. Quella sera, il silenzio era più pesante del solito. Ti rendevi conto che il filo sottile su cui avevi danzato per mesi si era spezzato. L’errore era stato tuo: una negligenza, un ordine ignorato, una briciola di orgoglio residuo che avevi osato mostrare. Alessandra non era una donna che concedeva seconde possibilità senza un prezzo di sangue e anima.

«Questa è la fine, Giulio,» aveva detto lei con una voce che era un bisturi di ghiaccio. «Sei un giocattolo rotto. E i giocattoli rotti finiscono nel cestino.»

Il panico ti aveva devastato. L’idea di essere espulso dal suo mondo, di tornare alla grigia normalità di chi decide per se stesso, ti terrorizzava più della morte. Ti eri gettato ai suoi piedi, la faccia contro il pavimento freddo, implorando. Avevi promesso l’impossibile. Volevi affogare nella tua stessa sottomissione pur di restare. Alessandra ti aveva guardato dall’alto, un piede nudo che ti premeva sulla nuca, e aveva sorriso. Un sorriso che non prometteva nulla di buono.

La punizione iniziò con l’attesa. È il vuoto che ti consuma, il tempo che si dilata mentre i sensi si affilano fino a farti male. Alessandra ti aveva sigillato in quella stanza cieca, una sorta di santuario del dolore domestico. Eri nudo, se non fosse stato per quelle calze nere velatissime che ti arrivavano a metà coscia, sorrette da un reggicalze che stringeva la tua carne come un artiglio. Le manette in acciaio mordevano i tuoi polsi dietro la schiena, costringendoti a inarcare il petto, mentre le corde scendevano lungo le gambe, annodandosi attorno ai testicoli con una precisione chirurgica. Ogni movimento, ogni respiro troppo profondo, mandava una scossa di dolore ai tuoi genitali, ormai congestionati da giorni di astinenza forzata.

Eri in ginocchio, la tua posizione naturale. Gli occhi bendati da una sciarpa di seta profumata che ti negava il mondo; la bocca riempita da un calzino di nylon che soffocava ogni tentativo di articolare un suono. Potevi solo ascoltare. Il battito del tuo cuore era un tamburo assordante.

Sentisti la porta aprirsi. Passi leggeri, sicuri. Poi, il calore della sua vicinanza. «Abbiamo ospiti stasera, mio piccolo fallimento,» sussurrò lei, il fiato caldo sul tuo collo. «Qualcuno che ha risposto al mio annuncio. Voleva una cavia da smontare. Io gli ho offerto te.»

Un brivido di terrore puro ti attraversò. Ma prima che potessi razionalizzare, sentisti le sue dita sul tuo membro. Erano umide, scivolose. Iniziarono a spalmare una sostanza densa sulla tua cappella, che spuntava tesa e lucida dalle calze. All’inizio era solo un contatto fresco, poi, improvvisamente, l’inferno. L’odore di mentolo e canfora ti investì le narici. Era dentifricio extra-forte.

«Voglio che tu sia ben sveglio,» mormorò Alessandra. «Voglio che ogni fibra del tuo corpo urli per lui.» Il bruciore divenne un incendio. E poi arrivò lo spazzolino. Setole dure, implacabili. Lei iniziò a strofinare, a grattare sulla carne sensibilissima del glande, insistendo sulla corona, sul frenulo, con una ferocia metodica. Gemesti contro il bavaglio, le lacrime che bagnavano la seta sugli occhi, ma lei non si fermò finché la tua pelle non fu di un rosso violaceo, pulsante di dolore.

Il campanello suonò. «Resta qui. E non osare abbassare la guardia.»

Ascoltasti le voci nel corridoio. Un uomo. Una voce profonda, gutturale, che rideva con Alessandra. Lo sentisti entrare nella stanza. Il profumo di tabacco e dopobarba costoso si mescolò al mentolo. «È magnifica la tua creatura, Alessandra. Posso?» «È tua per tutta la notte, Stefano. Fanne ciò che vuoi.»

Stefano non perse tempo. Sentisti le sue mani, grandi e ruvide, afferrarti le natiche. Ti sollevò di peso, trascinandoti sul divano di pelle. Ti misero in posizione, alla pecorina, con il bacino spinto verso l’alto e la faccia schiacciata contro il cuscino. Ti tolsero il bavaglio, solo per farti sentire il metallo della sua zip che scendeva. «Salutami, troia,» ordinò lui. Il suo sesso ti colpì il viso, enorme, caldo, odoroso di maschio primordiale. Spalancasti la bocca per accoglierlo, era un riflesso di sopravvivenza. Lo succhiasti con disperazione, mentre Alessandra raddoppiava i vincoli: legò le corde che stringevano i tuoi testicoli direttamente alle manette dietro la schiena. Ora, ogni volta che Stefano affondava nella tua bocca, tu venivi tirato dai polsi, mandando lo strappo del dolore dritto nelle tue palle gonfie.

«Trenta colpi di frustino per ogni volta che sento i denti,» annunciò Alessandra con un tono che non ammetteva repliche. Iniziò il calvario. Stefano ti scopava la bocca con una foga animalesca, prendendoti per le orecchie, costringendoti a ingoiare ogni centimetro della sua verga. Ad ogni affondo, sentivi la carne dei testicoli venire stirata, mentre il frustino di Alessandra colpiva le tue natiche con un ritmo irregolare. Schianti secchi che lasciavano scie di fuoco sulla pelle. Non potevi chiudere la bocca, non potevi sottrarti. Eri un foro, un oggetto di carne incastrato tra due desideri che ti annientavano.

«Altri cinque colpi, Alessandra. Direttamente sullo scroto. Se resiste a questi, allora è davvero una buona cagna.» Ti inarcasti per la paura, ma Alessandra fu rapida. Il primo colpo di frustino centrò le palle. Un dolore cieco, assoluto, che ti fece vomitare un urlo soffocato mentre Stefano ti tappava la bocca con il suo cazzo, affondando fino alla gola. Uno, due, tre… al quinto colpo, la tua resistenza crollò. Stefano s’irrigidì sopra di te e sentisti la prima ondata. Uno schizzo bollente, denso, amaro, che ti centrò la gola, seguito da altri getti che ti riempirono la bocca fino a farti soffocare. «Mandalo giù, schiavo. Tutto,» comandò lei. Bevesti. Deglutisti la sua essenza sotto lo sguardo gelido della tua padrona, mentre Stefano si sdraiava sul divano, usandoti come un poggiapiedi di carne, tenendo ancora il suo sesso semieretto tra le tue labbra.

«È stata brava, Alessandra,» disse Stefano, accendendosi una sigaretta. «Merita di essere aperta per bene.» «Sono d’accordo. Voglio vederla spaccata in due.»

Ti rivoltarono. Stefano ti immerse le dita nel sedere, senza alcuna delicatezza. Il lubrificante era freddo, ma il suo dito era un cuneo che cercava di forzare la tua entrata ancora vergine di lui. «Oggi la tua unica funzione è essere un ricettacolo,» mormorò Stefano. Ti misero la faccia tra le gambe di Alessandra. Sentisti l’odore della sua eccitazione, un profumo che ti faceva impazzire. «Leccala mentre lui ti incula, Giulio. Se ti fermi, lo strozzamento alle palle diventerà permanente.»

Stefano si posizionò. Sentisti la testata del suo sesso premere contro lo sfintere. Era largo, troppo largo. Spingeva con una costanza spietata. Ti sentivi lacerare, centimetro dopo centimetro. Urlasti contro la figa di Alessandra, la lingua che cercava disperatamente il suo clitoride mentre il dolore nel tuo culo diventava un’estasi bianca. Ti stava sodomizzando con una violenza inaudita, annullando ogni tua dignità.

La tua Padrona godeva sopra la tua faccia, inzuppandoti di umori, mentre Stefano ti martellava il sedere con colpi che ti sollevavano da terra. La troia che portavi dentro uscì allo scoperto: iniziaste a cercare i suoi colpi, a stringere lo sfintere attorno a lui per implorarlo di non fermarsi. Il dolore alle palle era diventato una nota di fondo, un ronzio elettrico che alimentava un orgasmo che non potevi controllare.

Senza che nessuno ti toccasse il sesso, il tuo cazzettino, ancora umido di dentifricio e bava, iniziò a sussultare. Esplodesti. Il tuo seme inutile, conservato per giorni, schizzò ovunque, bagnando il divano e le tue stesse cosce bardate di nero. Stefano non si fermò. Ti afferrò per i capelli, ti strappò via dalla figa di Alessandra e ti girò di nuovo. «Apri la bocca, troia!» La seconda scarica fu ancora più copiosa della prima. Il suo sperma ti imbrattò il viso, gli occhi, i capelli. Eri una maschera di fluidi, una creatura ridotta a rifiuto organico.

Ti lasciarono cadere sul tappeto, i muscoli tremanti, la mente ridotta in cenere. Sentisti le loro voci lontane, come attraverso un muro d’acqua. «Allora, Alessandra? Lo teniamo o lo diamo ai canili?» Lei rise, quel suono melodioso che era la tua catena. «Per stasera ha guadagnato il diritto di dormire ai piedi del mio letto. Ma domani… domani vedremo se i suoi buchi sono ancora abbastanza elastici per il resto dei tuoi amici.»

Leccasti l’ultima goccia di sperma dall’angolo della bocca, con il cuore colmo di una gratitudine malata. Eri ancora suo. Eri ancora niente. Eri, finalmente, salvo.

Le fantasie sono fatte per essere vissute.

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Dettagli Racconto

Pubblicato: 11 Maggio 2026
Modificato: 11 Maggio 2026
Lettura: 8 min
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Generi:
Dominazione & BDSM, Trav & Trans
Tag:
Bondage, Dark Erotica, Degradazione, Maledom, Umiliazione

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