Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Settembre è un mese ingannevole. L’aria ha ancora il calore viscerale dell’estate, ma porta con sé un’umidità pesante, carica di odori di terra smossa e foglie che iniziano a marcire. Guidavo il furgone lungo la strada sterrata che portava alla radura di Valle Ombra, un fazzoletto di erba alta e selvatica circondato da querce secolari. Il mio compito era semplice, quasi servile: recuperare un gruppo di donne che aveva deciso di celebrare la fine della stagione con un picnic lontano da occhi indiscreti.
Quando spensi il motore e scesi dal veicolo, il silenzio della campagna fu squarciato da una risata collettiva, acuta e stonata. Il tavolo da picnic sotto il grande portico naturale degli alberi era un campo di battaglia: avanzi di cibo, cestini ribaltati e, soprattutto, una schiera di bottiglie di vino svuotate che brillavano sotto il sole delle tre del pomeriggio. Erano in nove. C’era Anna, la matriarca cinquantenne, una donna dal fascino solido e lo sguardo di chi ha visto troppo per farsi ancora incantare dagli uomini. Attorno a lei, le figlie Debora e Carla, poco più che ventenni, con la pelle lucida di giovinezza e di sudore. E poi le sorelle Giulia e Rina, Maria, Angela, Gianna e Mara – un manipolo di donne tra i trentasette e i cinquant’anni, tutte unite da un’ebbrezza che non era solo dovuta all’alcol, ma a una sorta di ferocia collettiva che aleggiava tra loro come una nebbia elettrica.
Le salutai con un cenno formale, cercando di mantenere la distanza professionale del “ragazzo del trasporto”. Mi appartai per fare una telefonata, dando loro il tempo di ricomporsi. Ma quando riagganciai, l’atmosfera era mutata. Non c’era più il chiacchiericcio disordinato di prima. Le nove donne erano immobili, disposte in un semicerchio imperfetto, e mi fissavano. Sorridevano. Non era un sorriso di cortesia, era il ghigno di un predatore che ha appena isolato la preda più debole.
Senza che venisse pronunciata una sola parola, il cerchio si strinse. Sentii le loro mani addosso. Non erano carezze. Erano prese d’acciaio che afferrarono i miei polsi, le mie caviglie, le mie spalle. Mi sollevarono di peso con una coordinazione che aveva del sovrannaturale. Mi ritrovai in aria, orizzontale, sospeso a un metro e venti dal suolo come un’offerta sacrificale.
Giulia e Rina mi bloccavano sotto le ascelle, conficcando le dita nella carne; Maria e Angela mi tenevano i polsi tesi verso l’esterno, mentre Gianna e Mara serravano le mie caviglie. Debora e Carla, le più giovani, si occupavano delle mie ginocchia, costringendomi a una divaricazione che mi faceva sentire oscenamente esposto. Al centro di quella geometria di carne femminile, proprio sotto il mio bacino, si posizionò Anna.
Il terrore iniziò a risalire lungo la colonna vertebrale, freddo e paralizzante. Il contrasto tra il calore del sole e la morsa gelida delle loro dita mi faceva tremare. Nessuna parlava. Si sentiva solo il ronzio degli insetti e il respiro pesante, eccitato, delle mie carceriere.
Anna fece un cenno. Le donne che mi tenevano le braccia mi sollevarono il busto quel tanto che bastava perché lei potesse afferrare l’orlo della mia t-shirt. Con un gesto lento e deliberato, me la trascinò fin sopra il collo, coprendomi il viso e lasciando il mio torace nudo alla mercé del vento e dei loro sguardi. Sentii l’aria pizzicarmi i capezzoli, che si indurirono per lo shock. Poi, le dita di Anna passarono alla cintura. Udii lo scatto metallico della fibbia, il suono stridente della cerniera lampo che scendeva.
Debora e Carla emisero un gridolino di compiacimento, stringendo più forte le mie ginocchia. Anna afferrò i pantaloni e, con uno strattone che mi fece sobbalzare, li calò fino alle caviglie. Restava solo lo slip di cotone grigio, l’ultimo baluardo della mia dignità. Anna non esitò. Afferrò l’elastico sui fianchi e lo tirò giù, senza alcuna pietà, finché il tessuto non si arrotolò a metà delle mie cosce.
L’esplosione di risate che ne seguì fu devastante. Ero lì, sospeso, nudo dalla vita in giù, con la mia virilità ridotta a un povero brandello di carne inerme, piegato su un lato, umiliato dal freddo e dalla vergogna. I loro occhi non mi abbandonavano un istante. Studiavano ogni mia reazione, ogni tremore della pelle, sbeffeggiando la mia nudità con commenti crudi che mi facevano desiderare di sprofondare sottoterra.
«Guarda com’è piccolo adesso il nostro guidatore,» mormorò una voce che non riconobbi, carica di un disprezzo erotico che mi fece pulsare le tempie. «Sembra che non sappia bene cosa farsene di questo aggeggio,» rispose un’altra, scatenando una nuova ondata di derisione.
Poi, il rito passò alla fase successiva. Anna si chinò su di me. Il suo volto arrivò a pochi centimetri dal mio sesso. Potevo sentire l’odore del vino che emanava dal suo respiro. Raccolse la saliva in gola con un rumore rauco e poi, con estrema precisione, sputò. Una macchia densa e tiepida colpì la cappella del mio pene. Un istante dopo, fu il turno delle altre.
Fu una pioggia di umiliazione liquida. Le nove donne, una dopo l’altra, a turno o in coro, iniziarono a bersagliarmi. Mi sputavano sul glande, sullo scroto, tra i peli del pube, sull’interno delle cosce, risalendo fino all’ombelico e ai capezzoli. Sentivo il calore della loro saliva mischiarsi al sudore della mia paura, creando uno strato viscido e uniforme che ricopriva tutta la mia zona pubica. Il rumore dei loro sputi si alternava ai loro insulti, alle battute feroci sulla mia mancanza di reazione, sul mio essere “meno di un uomo” di fronte alla loro forza collettiva.
Ero paralizzato. Il mio corpo non riusciva a decidere se ribellarsi o soccombere a quella stimolazione così degradante eppure, in modo perverso, sensoriale. La saliva colava lungo i fianchi, gocciolando nell’erba sottostante. Per diversi minuti mi tennero fermo in quella posizione, costringendomi a subire il peso dei loro sguardi e il freddo della loro derisione, mentre la pelle iniziava a tirare a causa della bava che si asciugava all’aria.
«Credo che per oggi abbia imparato il suo posto,» decretò Anna, asciugandosi le labbra con il dorso della mano.
Con un movimento coordinato, mi depositarono a terra. Ma non lo fecero con cura. Mi lasciarono cadere sul fianco destro, in modo che i pantaloni, ancora aggrovigliati alle caviglie, mi impedissero di rialzarmi rapidamente. Le mutande, ferme alle ginocchia, mi bloccavano ogni movimento dignitoso. Rimasi lì, rannicchiato sull’erba calpestata, con le mani che cercavano disperatamente di coprire il viso in fiamme.
Alle mie spalle, sentivo i loro passi allontanarsi verso il furgone, accompagnati da ultimi commenti salaci sul mio sedere esposto e sulla patetica immagine della mia virilità imbrattata. Mi avevano lasciato lì, nudo e marchiato dai loro umori, a fare i conti con un desiderio oscuro che, nonostante l’umiliazione, iniziava a bruciare più forte della vergogna.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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