Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Il sole di Milano tagliava in diagonale l’attico di via della Spiga, proiettando lunghe ombre sulle pareti di cemento grezzo e sui mobili di design scandinavo. Al centro di quel perimetro di lusso e rigore, seduta su una poltrona di velluto color petrolio, c’era l’unica architettura che contava davvero: Diana.
Trentacinque anni, un metro e settanta di eleganza predatrice. Il caschetto di capelli corvini, tagliato con una precisione chirurgica che sfiorava la mascella, incorniciava un viso dai lineamenti duri, quasi aristocratici, illuminato da due occhi azzurri così freddi da sembrare lamine di ghiaccio. Diana non camminava, reclamava il terreno; non guardava, incideva la pelle.
Ai suoi piedi, nudo sul parquet di rovere affumicato, c’ero io.
Se qualcuno mi avesse visto mesi fa, avrebbe visto un uomo di successo, il titolare di un’azienda di logistica con un fatturato a sette cifre, un marito fedele, un cittadino rispettabile. Oggi, quel vestito sociale era stato bruciato al rituale della mia stessa distruzione. Per Diana avevo divorziato, avevo smantellato il mio orgoglio e avevo trasformato il mio patrimonio in un tributo costante al suo stile di vita. Le pagavo l’affitto di quel mausoleo d’eleganza, mantenevo ogni sua brama, firmavo assegni che alimentavano la sua indifferenza verso il denaro.
Ero felice? La parola era diventata obsoleta. Ero suo. Ero il suo cane, il suo servo, l’estensione organica del suo potere. La dignità era un vecchio cappotto che non mi serviva più. Il mio primo pensiero al risveglio era l’odore della sua pelle; l’ultimo, prima di scivolare in un sonno indotto dalla stanchezza servile, era la sensazione del cuoio delle sue scarpe sulla mia guancia.
«Bravo il mio randagio,» mormorò lei, senza distogliere lo sguardo dal tablet. La sua voce era bassa, una carezza intrisa di vetri rotti. «Ti piace stare lì, vero? Mi adori perché sono l’unica che ha avuto il coraggio di toglierti la maschera.»
Mi accostai alle sue gambe, che emergevano da una gonna a tubino grigia, lunghe e marmoree. Diana mi voleva quasi sempre nudo. Diceva che il contrasto tra la sua perfezione vestita e la mia nudità vulnerabile le dava la giusta prospettiva sul mondo.
«Guarda come tremi,» rise lei, chiudendo il tablet e posando lo sguardo sul mio sesso, che pulsava di un’erezione ostinata, costante, dolorosa. «Sempre sull’attenti per la tua Padrona. È quasi commovente vedere quanto ti ecciti la tua stessa sottomissione.»
Allungò un piede, infilando le dita tra i miei capelli e spingendo la mia testa verso il pavimento. «Oggi ti senti un buon cane? Vuoi giocare?»
Mi mise un collare di cuoio nero, il cui interno era foderato di seta rossa, e mi portò nel terrazzo pensile che dominava la città. Mi faceva correre a quattro zampe, mi lanciava una pallina di gomma che dovevo riportare tra i denti, mentre lei sorseggiava un gin tonic, osservando la mia degradazione con un distacco olimpico. Ogni comando era una frustata elettrica; ogni “seduto” o “terra” mi svuotava la mente di ogni pensiero razionale, lasciando spazio solo a un bisogno viscerale di compiacere la mia divinità di carne.
Ma la sua vera passione era il consumo. Diana spendeva con una voracità metodica. Pochi giorni prima avevo firmato un assegno da tremila euro per un set di borse che probabilmente non avrebbe mai usato.
«Accidenti quanto costa la tua felicità, piccolo verme,» mi disse oggi, sorridendo maliziosa mentre scartava una scatola di Jimmy Choo. «Dovrai lavorare sodo per coprire queste spese. Fai un altro assegno, ora.»
Mentre compilavo il modulo con le dita tremanti, lei calzò un paio di sandali gioiello, una ragnatela di fili argentati che esaltava la perfezione dei suoi piedi. Piedi di alabastro, dalle dita mobili e affusolate, che lei sapeva usare come strumenti di tortura e grazia.
«Vieni qui, adorali,» comandò.
Mi inginocchiai. Gli occhi incollati su quegli archi perfetti. Diana sollevò un piede, premendo la pianta contro le mie labbra. Sapeva di pelle nuova e di un sottile afrone di donna. «Ti fanno impazzire, vero? Guarda come allargo le dita… guarda cosa ti negherò stasera.»
Senza aspettare, infilai la lingua tra le sue dita, leccando lo spazio tra le giunture, assaporando ogni centimetro di quella pelle liscia. «Bravo… così. Un cagnolino fedele. Chissà cosa direbbe la tua ex moglie se ti vedesse ora, intento a ripulire le suole della donna che ti ha mangiato l’anima.»
Quella menzione della mia vita precedente agì come un catalizzatore. Sentii il piacere risalire come un’onda d’urto. «Sì, Padrona… sono tuo… solo tuo…» mugolai contro la sua pelle. Diana mosse il piede con un’ondulazione ipnotica, strusciandolo sul mio viso, sulla bocca, sugli occhi. «Sei una nullità, uno schiavetto senza spina dorsale. Mi fai quasi pena.»
Dopo minuti di quella adorazione febbrile, Diana mi guardò con un lampo di sadismo negli occhi. «Sei al limite, vero? Sembri pronto a esplodere.» Mi afferrò per i capelli, costringendomi a guardarla. «Togliti i pantaloni, se li porti ancora. Fammi vedere quanto sei patetico.»
Ero già nudo, ma l’eccitazione era tale che non appena la mia mano sfiorò la base del sesso, davanti ai suoi piedi sporchi della mia saliva, venni violentemente. Una quantità enorme di seme schizzò sul parquet e sulle sue dita argentate. «Ma guarda che maiale,» sospirò lei, senza ritrarre il piede. «Guarda che disastro hai combinato. Ora ripulisci. Ogni. Singola. Goccia.»
Leccai il mio stesso seme dalla sua pelle, dai lacci del sandalo, dal legno del pavimento, con una gratitudine che non aveva confini. Ero un recipiente vuoto che lei riempiva di umiliazione e beatitudine.
Ma la vera prova arrivò una sera di pioggia. Diana mi chiamò nel suo studio, la luce delle candele che rendeva le sue ombre gigantesche. «Siedi, schiavo. Devo darti una notizia. Domani sera avremo un ospite. Un uomo vero, un mio vecchio amico di nome Marco. Voglio che tu sia impeccabile. Lo servirai, lo curerai, sarai per lui lo stesso tappeto che sei per me. Gli obbedirai come se la sua voce fosse la mia.»
Un gelo improvviso mi serrò lo stomaco. La gelosia, quel rimasugio d’orgoglio maschile che ancora non ero riuscito a estirpare, morse forte. «Un… uomo, Padrona?» «Non osare interrogarmi,» ringhiò lei, alzandosi e colpendomi al volto con un rovescio secco. Lo schiaffo mi fece ronzare le orecchie, ma l’eccitazione che ne seguì fu devastante. «Chiamami Padrona con la giusta devozione. Domani capirai finalmente qual è il tuo posto definitivo nella gerarchia di questa casa. Tu sei il mio oggetto. E gli oggetti si prestano.»
La notte fu un tormento di immagini. Immaginavo Marco, immaginavo Diana tra le sue braccia, e io ridotto a spettatore della mia stessa esclusione. Sabato pomeriggio, ore 16:00. Il campanello suonò. Diana indossava un tailleur gessato che la rendeva una statua di potere assoluto. Ai piedi, décolleté nere dal tacco 12 che la facevano svettare sopra di me.
Marco era un uomo imponente, un predatore Alfa con mani larghe e un sorriso sicuro. «Quindi questo è il famoso giocattolo?» chiese Marco, squadrandomi con un divertimento che mi fece sentire microscopico. «È un buon cane, Marco. Ti piacerà,» rispose Diana, accarezzandogli il braccio. Poi, rivolta a me: «In ginocchio, subito. Saluta il signor Marco.»
«Benvenuto… Padron Marco,» balbettai, la dignità che colava via come cera calda. Marco scoppiò a ridere, una risata profonda che saturò la stanza. «L’hai addestrato bene, Diana. Vediamo di cosa è capace.»
Mi mandarono in cucina a preparare la cena. Potevo sentire i loro sussurri dal salotto, il rumore del ghiaccio nel bicchiere, e poi dei suoni che mi fecero gelare il sangue. Mi affacciai, incapace di resistere. Marco aveva già sbottonato la camicetta di Diana. La sua mano grande stringeva il seno di lei, il capezzolo turgido che spuntava tra le dita dell’uomo. Diana gemeva, una melodia che non aveva mai concesso a me. Marco si era già sbottonato i pantaloni, liberando un membro massiccio, superiore al mio in ogni proporzione.
L’invidia e l’eccitazione si mescolarono in un cocktail tossico. Iniziai a masturbarmi nell’ombra della porta, convinto di non essere visto. «Maiale!» il grido di Diana mi fece sobbalzare. Era sulla soglia in un istante, gli occhi che fiammeggiavano. Mi afferrò per un orecchio, trascinandomi al centro del salotto davanti a Marco. «Guarda questo guardone schifoso. Si eccita a vederci. Meriti una lezione.»
Mi diede un altro schiaffo, poi mi costrinse a inginocchiarmi davanti a Marco. «Visto che ti piace guardare, ora parteciperai,» mormorò Marco, afferrandomi la nuca. «Sei una piccola puttana, vero? Vediamo come te la cavi con un vero cazzo.» Diana sorrise, sedendosi sul bracciolo della poltrona. «Obbedisci, schiavo. Fallo per me. Dimostrami che sei mio fino in fondo. Se rifiuti, questa è l’ultima volta che vedi questa casa. Scegli: o lui, o il nulla.»
Il ricatto era perfetto. Il sadismo di Diana splendeva come una stella nera. Guardai l’asta di Marco, pulsante e tesa. Guardai Diana, la mia Padrona, che mi osservava con un misto di curiosità e disprezzo. Volevo restare nel suo mondo, a qualunque costo. Mi abbassai.
L’asta di Marco sapeva di calore e di un odore mascolino diverso dal mio. Iniziai a leccarlo, risalendo dai testicoli pesanti fino alla cappella, con la stessa devozione con cui leccavo le scarpe di Diana. «Guarda come si impegna,» commentò Marco, afferrandomi i capelli e spingendomi la bocca sul glande. «Succhialo, cagnolino. Fammi venire voglia di fotterti la Padrona mentre mi guardi.»
Aprii la bocca, accogliendolo. Non c’era vergogna, solo una strana, alienante forma di dovere. Sentivo il suo cazzo pulsare contro la mia gola. Diana rideva, accarezzandosi i seni mentre guardava la scena. «Sei proprio una cagna, lo sai?» disse lei, la voce rotta dal piacere. «Meglio di una professionista.»
Da quella sera, la mia vita cambiò definitivamente. Non ero più solo lo schiavo di Diana; ero il giocattolo della coppia. Imparai a conoscere il sapore del seme di Marco, a berlo con gratitudine sotto lo sguardo divertito di Diana. Il mio compito era ripulire lei dopo che lui l’aveva posseduta, leccando via i resti del loro piacere comune, e poi ripulire lui, fino a lasciarlo lucido.
Spesso, mentre loro scopavano selvaggiamente sul divano che io pagavo, Diana mi costringeva a leccarle i piedi, usandomi come un poggiapiedi organico mentre Marco la sventrava. La mia lingua era diventata il loro strumento preferito, un ponte di carne tra i loro desideri.
Diana è ancora la mia adorata Padrona. Marco è il mio Padrone aggiunto. Io non possiedo nulla, non sono nulla, se non il punto d’incontro della loro lussuria. E mentre mi masturbo guardandoli dormire, con il sapore acre di un altro uomo ancora in bocca, so che non vorrei essere in nessun altro posto al mondo.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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