Qualsiasi riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
Era una serata a dir poco surreale, e l’atmosfera nell’appartamento di Eleonora vibrava di una frequenza quasi tossica. Probabilmente la colpa era da attribuire a quello stock di lampadine a led a basso costo che aveva acquistato in un emporio cinese dietro l’angolo: emanavano una luce fredda, spettrale, simile a quella della cella frigorifera di un obitorio, eppure lei si sentiva attraversata da un calore anomalo, una febbre febbricitante e inarrestabile. Era eccitata, di un’eccitazione primordiale e sfacciata, e la cosa non era passata inosservata a nessuno dei piccoli coinquilini che popolavano la sua casa. Gli animali, dotati di un sesto senso infallibile per i picchi ormonali della loro padrona, avevano adottato ciascuno una propria personalissima strategia di sopravvivenza. Il barboncino strisciava sul pavimento con la pancia a terra, rasente al battiscopa, nel disperato tentativo di mimetizzarsi con la tappezzeria e non dare nell’occhio. Il pappagallo cenerino, solitamente logorroico, si era immobilizzato sul trespolo simulando la rigidità di un animale impagliato, pregando di essere ignorato. Persino il criceto siberiano aveva optato per una finta e teatrale dipartita, sdraiandosi a pancia all’aria con le zampette rigide, preferendo di gran lunga l’eventualità di essere smaltito nell’umido piuttosto che finire incastrato nel décolleté di Eleonora, come sventuratamente gli era capitato durante il picco di calore della settimana precedente.
Ma Eleonora non aveva tempo da dedicare alla fauna domestica. La sua mente era un turbine di progetti osceni per la nottata. Aveva intenzione di chiamare la sua amica del cuore, Serena, e trascinarla in una spirale di depravazione urbana fino al sorgere del sole. Frizzante all’idea di ciò che l’aspettava, si posizionò davanti allo specchio a figura intera per selezionare l’armatura da battaglia. Optò per una camicetta di seta bianca, talmente trasparente e sottile da poter essere considerata più un concetto filosofico che un vero e proprio indumento. Sotto quella parvenza di tessuto, i suoi capezzoli si ergevano duri, appuntiti e implacabili come chiodi da carpentiere. Sotto, infilò una gonna a tubino nera, talmente corta e aderente da rischiare di violare diverse leggi della fisica quantistica, progettata con l’unico scopo di esaltare la rotondità perfetta e altissima dei suoi glutei. Ah, scusate un momento… ho per caso omesso di menzionare che la nostra Eleonora sfoggiava una quinta misura di seno naturale e prepotente? No? Ebbene sì, maledizione. Aveva una quinta piena, coppa D, chiodi da carpentiere esclusi dal calcolo volumetrico, ovviamente. Ma torniamo al suo fondoschiena: un monumento alla lussuria, alto, marmoreo, sfacciatamente privo di qualsiasi costrizione di biancheria intima, e slanciato verso l’infinito da un paio di décolleté con tacco a spillo da quindici centimetri che facevano sembrare le sue gambe due colonne doriche scolpite da un dio pagano con un debole per il vizio.
Una volta raggiunto il livello di perfezione estetica desiderato, afferrò la borsa, uscì di casa sbattendo la porta e salì in macchina, diretta a recuperare la dolce, pacata e apparentemente inespertissima Serena. Serena era la classica ragazza della porta accanto: voce flautata, modi garbati, l’equilibrio psicologico di un monaco zen. Quando Eleonora accostò sotto casa sua, abbassò il finestrino e le due si scambiarono il classico bacetto di rito sulla guancia. Serena fece un passo indietro, squadrò l’amica dalla testa ai piedi e, con il suo solito sorriso angelico e timido, se ne uscì con un poetico: “Porca di quella miseria ladra, ci siamo vestite identiche! Ma sì, vaffanculo, tanto tra meno di mezz’ora saremo nude come vermi e non importerà a nessuno”.
Si misero in viaggio verso la periferia industriale, e fu in quel frangente che Eleonora sganciò la bomba, confessando di aver organizzato una sorpresa monumentale. Serena la guardò con un misto di genuino terrore e morbosa curiosità, ma decise di assecondare la follia dell’amica. Eleonora, con fare teatrale, estrasse un foulard di seta rossa dal cruscotto e bendò strettamente Serena, guidando per altri venti minuti attraverso un dedalo di strade extraurbane. Quando finalmente parcheggiò, dovette trasformarsi in un cane guida per non udenti, trascinando la povera Serena, completamente cieca e barcollante sui tacchi a spillo, lungo il piazzale di ghiaia. La ragazza dalla voce flautata si lasciò sfuggire una bestemmia degna di un portuale livornese quando il suo stiletto sinistro si incastrò malamente nella griglia di un tombino arrugginito, rischiando di farle rimettere gli incisivi sull’asfalto. Riuscirono miracolosamente a varcare la soglia della suite a tema che Eleonora aveva prenotato con largo anticipo in un motel di dubbio gusto, e solo a quel punto la benda scivolò via dagli occhi di Serena.
Davanti a lei, allineati come un picchetto d’onore della depravazione, si stagliavano cinque colossi grondanti testosterone. La fauna umana selezionata da Eleonora era un capolavoro di diversificazione sociale: c’erano due analisti di criptovalute in dolcevita scuro e sguardo da squalo, un primario di chirurgia estetica di una clinica privata svizzera, un immobiliarista rampante della Roma bene, e un muratore bergamasco specializzato in ponteggi. Erano tutti lì, schierati in piedi, che la fissavano con un’intensità predatoria e ammiccante. Serena rimase pietrificata, il rossore che le incendiava le guance, e si voltò lentamente verso l’amica. Eleonora, con l’espressione trionfante di un direttore d’orchestra, stava nel frattempo riempiendo un set di contenitori Tupperware per la conservazione sottovuoto con i propri umori corporei, che sgorgavano a fiumi dalla sua intimità allagata da un’eccitazione ormai fuori controllo. Una volta sigillato ermeticamente l’ultimo contenitore e ripostolo con cura nella borsa frigo termica, fece un lieve cenno del mento. Era il segnale di inizio ostilità.
I cinque stalloni non se lo fecero ripetere due volte e si sbarazzarono dei loro abiti in tempo record. Ovviamente, come da copione per una serata del genere, sfoggiavano tutti dotazioni anatomiche che rasentavano l’illegalità, sculture marmoree di proporzioni inquietanti. Tuttavia, il muratore bergamasco vinceva a mani basse il premio della genetica impazzita: il suo membro era una trave da cantiere di dimensioni talmente spropositate che l’uomo era costretto a lottare fisicamente contro le leggi della gravità, dovendosi appoggiare al manico di una scopa telescopica per sorreggere quell’obelisco eretto che rischiava seriamente di sbilanciarlo e farlo cadere in avanti.
Le due ragazze erano letteralmente in fiamme. Eleonora era entrata in una trance mistica e non riusciva a smettere di tormentarsi i capezzoli utilizzando due pinze a pappagallo trovate nel kit attrezzi della stanza, mentre Serena, seppur tecnicamente ancora intonsa e vergine, si sentiva improvvisamente vogliosa e sfacciata come una diva del cinema a luci rosse in trasferta in una caserma di pompieri. In pochi istanti la stanza si trasformò in un girone dantesco di carne nuda. I due analisti di criptovalute avevano già preso in ostaggio Eleonora, esplorando ogni sua singola via d’accesso con una dedizione da speleologi, stantuffando senza alcuna sosta e alternando le entrate anteriore, posteriore e orale con una frenesia stroboscopica. La poveretta perse completamente il conto della propria estasi, transitando dall’orgasmo numero centoventiquattro al duecentocinquantasette e virgola quattro, mentre i due professionisti della finanza si inebriavano dei suoi fluidi abbondanti e viscosi.
Dall’altra parte della suite, Serena stava metodicamente stendendo dei teloni di cellophane da imbianchino sul pavimento per evitare di rovinare irreparabilmente la moquette a pelo lungo con il suo nettare zuccherino, che ormai le colava a fiotti lungo l’interno coscia. Stava ancora sistemando l’ultimo angolo del telo quando il muratore bergamasco, accecato dalla foga, la afferrò per i fianchi con la delicatezza di un escavatore, la ribaltò a faccia in giù e la penetrò con un unico, brutale affondo. Serena, la cui barriera di castità venne infranta in quel preciso istante, lanciò un acuto gridolino di dolore misto a shock, ma la sofferenza svanì nel giro di tre secondi netti, sostituita da una cascata di endorfine che la fece esplodere di piacere, risolvendo il problema della verginità con pragmatismo industriale.
Ma la ragazza dalla voce flautata aveva appena scoperto il suo vero potenziale e voleva di più. Molto di più. Con lo sguardo annebbiato dal delirio sensoriale, richiamò a sé il primario e l’immobiliarista. Accarezzando timidamente, quasi con devozione, i loro imponenti strumenti di carne, sussurrò con un filo di voce arroventata: “Vi prego… dilatatemi l’ingresso posteriore. Subito”. I due professionisti in giacca e cravatta non si fecero pregare e, coordinandosi con precisione millimetrica, presero d’assalto il suo sfintere. Dopo una primissima, fisiologica resistenza muscolare, i tessuti di Serena capitolarono gloriosamente, rilassandosi al punto da rendere quel passaggio angusto capiente e accogliente quanto il piazzale del casello della Salerno-Reggio Calabria durante il fine settimana di Ferragosto.
Nel frattempo, Eleonora era ancora ingarbugliata in una lotta titanica con i suoi due carnefici finanziari. Quando raggiunse una somma totale di orgasmi che, se inserita in un’equazione complessa e moltiplicata per il pi greco, dava come risultato un numero a quattro cifre, decise di decretare la fine delle danze fisiche. Si bloccò, si mise in ginocchio e accolse entrambe le imponenti virilità all’interno della sua cavità orale, attendendo con pazienza certosina l’arrivo dell’ondata di crema bollente. Quando l’eruzione finalmente avvenne, Eleonora deglutì ogni singola goccia di quel denso elisir con l’avidità di un ipocondriaco che manda giù una bustina di Oki antinfiammatorio durante un attacco di emicrania fulminante.
Erano distrutte, svuotate di ogni energia vitale. Anche Serena giaceva sul cellophane, liquefatta, incapace di muovere un singolo muscolo. Essendo una novellina del settore, aveva tragicamente perso il conto matematico dei propri picchi di piacere circa un’ora prima, e con le ultime forze rimaste in corpo implorò i suoi tre dominatori di non trattenersi oltre e di marchiarla esternamente. I tre uomini, obbedienti, si scaricarono simultaneamente, inondando la sua pelle pallida con una pioggia torrenziale e appiccicosa del loro copioso materiale genetico.
I cinque gladiatori della notte, soddisfatti e rinvigoriti, recuperarono i propri indumenti sparsi per la stanza, si rivestirono con calma e salutarono le due eroine con un galante bacio sulla fronte prima di svanire nel buio del corridoio. Le due amiche, rimaste sole nel caos di quella suite devastata, si trascinarono a fatica sotto le coperte disfatte, abbandonandosi al richiamo inesorabile del sonno profondo. Ma prima di chiudere definitivamente gli occhi e sprofondare tra le braccia di Morfeo, Serena si voltò verso l’amica. La ringraziò dal profondo del cuore per averle regalato la serata più illuminante e folle della sua intera esistenza, e poi, con quel suo inconfondibile tono timido, dolce e velato da un filo di deliziosa incertezza, mormorò nell’oscurità: “Porca puttana maledetta… mi hanno smontata e riassemblata come un mobile svedese senza il libretto delle istruzioni!”.
Le fantasie sono fatte per essere vissute.
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